Giorno: 24 dicembre 2015

Questo Natale #8: Rosario Palazzolo, La Vigilia di Luigi

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

 

La vigilia di Luigi

 

 

 

Mi chiamo così, e da dove guardo adesso c’ho dodici anni, quasi tredici, è il 1953, l’immagine è l’immagine di una strada sterrata vicino casa mia, una strada che oggi certamente non sarà più sterrata, una strada che però farà schifo uguale, alle mie spalle c’è il niente: una striscia di terra che porta da nessuna parte, in primo piano invece un gruppetto di tre persone col fiato bloccato e il corpo in aspettativa, mio padre è quello coi baffi, quasi alto, con una giacca che sa di marrone e un pantalone più scuro, c’ha la faccia seria di uno che ha sempre la rabbia a portata di sguardo, mentre a sinistra, mia sorella grande, c’ha un sorriso stremato, un sorriso che vorrebbe essere un sorriso ma che proprio non ce la fa, il vestito buono non è più tanto buono, si vede, lo vedo, io sto davanti, le mani sui fianchi, le gambe larghe, la testa alta, i vestiti stretti e consumati, i piedi nudi, i capelli arruffati, nella foto dovrebbe esserci anche mia madre, se fosse viva ci sarebbe stata, certamente, io penso, e poco dietro ci sono altre tre persone che casualmente passavano da lì nel mentre che si scattava e che perciò gli è venuto uno sguardo fatti suoi, ora, se mettiamo si potesse proseguire verso destra, più avanti verso destra, se mettiamo la foto non fosse una foto e c’avesse questa opportunità di muoversi verso destra, poco più avanti verso destra, si vedrebbe un groviglio di vie secche e lunghe con le case che fanno le case nonostante tutto, si vedrebbe Palermo, quartiere Montepellegrino, e si vedrebbe lo sconforto, pure, e la lacerazione e la privazione e la cattiveria, soprattutto, che fa tutte le facce ingiallite, c’è: Giovanni che come mestiere fa le scarpe ai poveri, che ora, siccome di poveri ce n’è assai e siccome a distinguere un povero da un ricco è una cosa complicatissima e ancora siccome chi è povero è povero e chi è ricco fa il povero, e allora a questo Giovanni gli tocca faticare tutto il giorno e certe volte pure la notte per un niente, perennemente incurvato, appena fuori la bottega, su un seggiolino mezzo sfasciato, appena dentro la bottega, a lavorare di martelletto, e c’è: la Signora del Latte che non so come si chiama per davvero ché tutti la chiamano la Signora del Latte perché c’aveva due mucche secche e moribonde, prima, che gli facevano un poco di latte che scambiava con un poco di carne per sua figlia Mariapia, perché poi c’era: pure questa Mariapia, prima, e Mariapia aveva più o meno la mia età e mi guardava come se fossi suo marito, e mi spiava come fossi suo marito, e quando ci incontravamo per strada mi lanciava dei sorrisi timidi e allo stesso tempo maliziosi, dei sorrisi che lasciavano presagire un qualche futuro insieme, ed era morta due anni prima, Mariapia, per l’appunto, nel 1951, il dieci di febbraio, per una febbre che non si capiva che febbre era, e mi ricordo sua madre, qualche giorno prima, che mi incontra per strada e Vieni a salutare Mariapia, mi dice, e io ci vado, la casa è una casa senza casa, un tutto intorno quasi vuoto e colore pece e con la puzza tipica delle stalle, una puzza che ogni tanto ci portano qualcuno che c’ha la tosse perché dice che questa puzza è una puzza che fa bene alla tosse, e ha fatto proprio bene, alla tosse di Mariapia, che fa un rumore fastidioso che si sente dall’uscio, è una gran cassa di frastuoni che pare impossibile vengano fuori da una bambina, busso, la Signora del Latte mi accoglie con una faccia senza tintura, scarsa, di chi ha capito a suo tempo l’aria che tira, mi fa strada, nella stanza di Mariapia c’è aria di disperazione, lei fa un sorriso tiepido di circostanza, io ricambio, lei mi fa avvicinati con la mano, io mi avvicino al letto, lei si inghiotte il sorriso e sussurra un Allora sei venuto?, ed è come se volesse vomitare il sorriso, adesso, ripigliarlo da dove sta adesso ché da qualche parte starà, adesso, pensa, certamente, Mariapia, mi sa che non lo trova, io dico Sì…, e non so cos’altro aggiungere, e allora restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo, dapprima ci guardiamo a intermittenza negli occhi cercando di saziare il silenzio con gli sguardi, poi, quando il silenzio si è fatto davvero silenzioso, con un sorriso a mezza bocca metto a spiccicare parole di convenienza e Non ti preoccupare che tra poco ti rimetti, le dico, Magari un giorno di questi ci facciamo una passeggiata, le dico, Domani torno a trovarti, le dico, e lei, adesso, c’ha una faccia scura piena di rancore per un futuro che sente improbabile, io mi sforzo di mantenere il sorriso, mi accanisco con quel sorriso, lei mi mi guarda un poco e poi dice, Mi dai un…, e frena la frase, ché la timidezza l’acchiappa persino lì, sul letto di morte, e poi tenta di accarezzarmi la mano e in quel momento preciso succede una cosa stramba, succede che mi prende una paura incredibile, una paura come se con quel bacio lei mi potesse immischiare la sua malattia, succede che ritiro la mano, che dico Lasciami la mano, che corro fuori, verso casa, a perdifiato, corro per rinchiudermi in bagno, a strofinarmi per bene la mano, e Sei cattivo, mi dice, la Signora del Latte, l’indomani, mentre sono di spalle e non l’ho vista, Sei un ragazzo cattivo, mi ripete, Ti meriti l’inferno, e io non mi giro, io resto fermo, io mi sento cattivo, io mi merito l’inferno, e poi c’è: Umberto, e Umberto sarebbe un amico mio che passiamo la giornata insieme, con Umberto tiriamo le pietre ai gatti randagi e facciamo il tiro a bersaglio coi topi e rinchiudiamo le serpi dentro i bicchieri e le lasciamo morire di fame e ci mettiamo a guardare nel mentre muoiono di fame e insomma facciamo cose che tutti ci dicono Cornuti, ci gridano Cornuti, e qualcuno pure Bastardi, ci grida, ma il gioco nostro preferito è il gioco dei soldati cattivi e ogni giorno ce ne andiamo nello spiazzo dei bombardamenti che è rimasto lo spiazzo dei bombardamenti pure se i bombardamenti sono successi dieci anni fa, e una volta lì ci infiliamo in mezzo alle macerie e ci immaginiamo di essere soldati terribili, soldati arrabbiati, soldati che sparano, soldati cattivissimi che vogliono fare tutti gli altri soldati morti, e il soldato morto lo fa sempre un certo Maurizio, e noi lo acchiappiamo e lo leghiamo e lo torturiamo e gli urliamo Parla, disgraziato, parla!, e lui vorrebbe pure parlare ma mica ce lo sa cosa dovrebbe dire e dice cose a vanvera, perciò, cose a ripetizione per essere lasciato in pace e non è mai quello che dice, però, ciò che vogliamo che dica noi, e Parla, ti ho detto parla, miserabile!, gli gridiamo e gli diamo certe pizze così e una volta gli abbiamo rotto un dente e tutti a gridarci che insomma il gioco va bene e la monelleria va bene e tutto va bene ma questo significa essere crudeli e significa non averci manco un poco di pietà e io mi sento proprio così, in definitiva, mi sento uno senza pietà, uno sbagliato, uno senza giorni migliori, e del resto uno che è nato facendo morire sua madre mica può averci la vita buona, e poi c’è: Girolamo, c’è Gisella, c’è Corrado, c’è Tommaso, c’è Aquilino e ci sono un sacco di altre persone, rintanate nelle case o fuori dalle case o in giro nel quartiere, migliaia di altre persone che cercano di tirare avanti pure se avanti non ci vedono nessun motivo per continuare a tirare avanti, una miriade di altre persone arrabbiate e ingiallite e accanite con questa cosa del tirare avanti, l’anno della foto l’ho detto, è il 1953, la vigilia di Natale, e io quella notte riceverò una visita, la visita di Mariapia.

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Questo Natale #7: Paola Ronco, Cena di Natale

Amsterdam, Foto gm

Amsterdam, Foto gm

Cena di Natale

 

*

– Ah sì, la Bice ha fatto proprio tutto come si deve, – conclude la baronessa Sorbole De Bianchi, ospite d’onore alla cena di Natale più esclusiva della città, e posa la tazzina del caffè sul piattino, producendo il giusto tintinnio di porcellane. – Ottima miscela, cara. Madagascar, vero?
– Certo, – trilla Magda, la padrona di casa, e si sente come se avesse superato anche l’ultima domanda di un esame difficile, la più insidiosa. Se avesse lasciato fare a suo marito Amilcare, figuriamoci, avrebbero concluso il pasto servendo del caffè keniota, e a Santo Stefano tutti parlerebbero della povera Magda, che si impegna tanto ma non è aggiornata sulle ultime tendenze.
– Certo, – chiosa la baronessa Sorbole De Bianchi, sorride. – Tutto perfetto, cara.
Tutto perfetto, certo. Ogni singola portata, ogni stoviglia, ogni dettaglio di una cena natalizia perfetta. Magda si farebbe volentieri un cicchetto di festeggiamento con la grappa riserva pregiata, ma sa di doversi trattenere; verrà, verrà anche questo momento.
– E quindi la Bice è rimasta contenta, insomma, – commenta invece, per ravvivare la conversazione.
– Ah, sì, non avrebbe potuto chiedere di meglio, – si entusiasma la baronessa. – Quest’agenzia che ha trovato ha fatto i salti mortali per accontentarla, perché sai, lei aveva chiesto il pacchetto deluxe.
– Deluxe? – si inserisce la signora Sturm. – La devo chiamare assolutamente per avere i riferimenti.
– Sì, beh, adesso è in clinica, sai, per recuperare. Ma tanto tu hai ancora qualche mesetto per pensarci, tesoro.
– E però non si sa mai, metti che ci sia una lista d’attesa, – la signora Sturm posa una mano ad accarezzarsi la pancia, sorride molto.

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