Giorno: 21 dicembre 2015

Questo Natale #2: Marianna Garofalo, Santo nonno

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Santo Nonno

 

Papà non lo vuole festeggiare il Natale.
Ha detto che c’è la crisi.
Ha detto che non c’è niente da festeggiare.
Ha detto che il Mondo sta cadendo a pezzi.
Ha detto “hai visto il terrorismo?”
“I bambini nei barconi”
“La moglie del vicino, un tumore al cervello, tre mesi e poi ciao.”
Ciao.

Di tutta questa storia non capisco “ciao”. La moglie del vicino nel caso ha detto “addio”. “Ciao” lo dici quando entri ed esci da un posto, quando incontri qualcuno per strada, quando poi lo rivedrai, allora dici “ciao”. La moglie del vicino semmai ha detto “addio” perché non è che poi la incontri nel pianerottolo. O fuori l’ascensore. Almeno spero. Non vorrei trovarmela alle spalle mentre cerco la chiave di casa in borsa. Il suo è un “addio”. Quando te ne vai e non vuoi saperne più niente. O non puoi. Come nel caso della moglie del vicino.
Papà ha detto che non capisce perché sto sempre a spaccare il capello in quattro e a puntualizzare ogni cosa che dice. “Ciao” era tanto per dire. Non capisce da chi possa aver preso. Anzi lo ha capito. Tu sei uguale a tua mamma. Sputata. Identica. Sempre a riprendere gli altri. Mai a pensare a te. Io l’albero lo faccio lo stesso. Fregati. Tanto non cambia nulla. I bambini nei barconi, il terrorismo e la strage del Bataclan.
“Non ho capito?”, ha detto il nonno. La strage di Bataclan, nonno. Mi ha guardata e ha sorriso, seduto sulla sua sedia-poltrona e ha continuato a guardare attraverso la finestra. Poi ha portato entrambe le mani sul manico del bastone che gli abbiamo regalato a Natale dello scorso anno e mi ha guardato di nuovo con un mezzo sorriso. Uno di quei sorrisi che se non avesse novant’anni io direi che ci sta prendendo tutti per culo. “Ah! Ho capito. Parigi. La strage di Baccalà”. (altro…)

Questo Natale #1: Sara Nissoli, L’otto dicembre di tre anni fa

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

 

L’otto dicembre di tre anni fa

 

Quando è nato Michele, Marta e Giorgio volevano trasferirsi in una casa più grande. Solo che nella loro si stava tanto bene. Cioè, non era proprio loro, erano in affitto. Però l’avevano cercata tra decine e scelta come se avessero dovuto comprarla. Volevano trasferirsi perché oltre a Michele avevano Massimo, che era nato prima. Massimo è nato per caso, Michele invece l’hanno voluto tanto. Massimo è più bello di Michele, e Marta è convinta che sia per il fatto che non l’abbiano desiderato, e poi, quando è arrivato, era perfetto. Non assomiglia né a lei né a suo padre, almeno per ora, anche se ha già sette anni. Michele invece è esattamente Marta quando era piccola. L’altro giorno, per giocare, si sono messi il rossetto tutti e due e poi si sono specchiati, ed erano l’uno e l’altra, identici. Marta ha riso. Era tanto che non rideva così. Quando è nato Michele, lei e Giorgio hanno pensato di prendere una casa nuova perché la loro all’improvviso sembrava troppo piccola. Aveva due camere da letto, ma quella dei bambini era minuscola, e poi Giorgio diceva, è meglio che ognuno abbia la sua stanza fin da subito, perché gli spazi sono importanti, e ognuno deve avere i suoi, punto. Fosse stato per lui, anche con la compagna avrebbe voluto camere separate. Invece dormivano insieme, nello stesso letto, di fronte allo stesso armadio. Per fortuna, perché senza Giorgio a Marta manca l’aria. È sempre stato così, da quando si sono conosciuti. Gliel’hanno presentato una sera e lei ricorda di aver pensato: vorrei che me lo presentassero per le prossime sere di sempre. Invece è bastata quella. Lui stava finendo l’università, Marta già lavorava. Un mese dopo aver finito ragioneria, era impiegata. Nemmeno il tempo di una vacanza. L’hanno assunta ad agosto, si è mai vista una cosa del genere? Ma bisognava approfittarne, al tg dicevano che trovare lavoro era un miracolo. E allora eccola lì, miracolata, di fronte alla macchinetta del caffè a sperimentare la sua prima pausa, senza sigaretta, perché a fumare avrebbe iniziato più tardi. Quando è nato Michele, Giorgio ha iniziato a cercare una casa più grande, anche se la loro era perfetta. Era perfetta anche per lui, che aveva voluto prenderla subito, complice la terrazza, grande quasi quanto tutto l’appartamento. C’era stata una cena, per inaugurarla, anche se non era loro. Era l’inizio dell’estate, Giorgio aveva appeso delle lampadine colorate, blu, rosse e gialle e tutti ridevano, perché sembrava di stare al luna park e allora lui aveva fatto tostare delle arachidi e urlava arachidi, arachidi e poi la stessa cosa con i popcorn e gli amici erano stati bene. Avevano bevuto tanto. Massimo, lei ce l’aveva in pancia, ma non lo sapeva ancora. L’amore di Giorgio e Marta è uno di quegli amori che funzionano e basta. È stato così da subito. Da quando quella sera lui l’ha riaccompagnata a casa. Era felice, perché aveva passato l’ultimo esame, e avrebbe iniziato la tesi. Lei era già innamorata anche della tesi che non aveva ancora scritto. Era innamorata del colletto della camicia, infilato male nel maglione. E dei suoi occhiali. Si laureava in lingue, inglese e russo. Marta non aveva mai letto un romanzo russo in vita sua e si vergognava a dirglielo, ma glielo ha detto comunque. Giorgio ha risposto che lui invece non aveva mai letto un romanzo portoghese e poi si erano baciati. Un anno dopo urlava arachidi e versava tutto il vino che gli avevano portato. Era diventato un impiegato anche lui, inserivano dati a dieci chilometri di distanza, a mille euro cadauno. Poi a casa, la sera, cenavano e facevano l’amore. Qualche volta prima facevano l’amore, e poi cenavano. Era normale, ripetitivo e bello. Quando Marta ha scoperto di aspettare Michele, Giorgio ha detto cambiamo casa e si è messo a cercarne una nuova, più grande e tutto il resto. Lei però, che voleva rimanere, perché rivedeva ogni volta le lampadine colorate e quella sera bellissima, gli chiedeva di aspettare che il bambino crescesse un po’. Aspettare, per le loro camere separate. Giorgio le aveva dato retta. Cercava comunque, ma senza convinzione. Dopo che è nato Michele la percezione del tempo di Marta è completamente cambiata. I giorni hanno iniziato a trascorrere più veloci, e così sono passati i mesi, la maternità si è smaterializzata, finché una mattina è dovuta tornare al lavoro. Michele al nido, Massimo all’asilo. Crescevano sani e felici, nella stessa stanza, e così è stato, per quasi quattro anni. Poi sei mesi fa l’hanno licenziata. Non c’è molto da dire: è successo. È rimasta senza lavoro, all’improvviso. Il capo ha dichiarato fallimento, ha chiuso tutto ed è scomparso. I dipendenti non sono nemmeno riusciti a entrare a prendere la loro roba: Marta aveva una foto dei bambini e un portapenne a forma di papera. Quella sera è tornata a casa tardi. Ha lasciato trascorrere il più lentamente possibile quel tempo che le sembrava tanto prezioso appena il giorno prima. Alla cassa del supermercato ha fatto passare un tizio che stava dietro di lei, con duecento euro di spesa nel carrello. Signora, le ha detto, guardi che ho un sacco di roba. Vada pure, davvero, gli ha risposto. Per strada ha dato la precedenza a chiunque, fatto passare tutti sulle strisce pedonali, anche quelli ancora lontani dalla strada. Si è fermata a fare benzina e ha scelto l’unica pompa già occupata. Poi è rientrata a casa. Giorgio stava mettendo a bollire l’acqua. Mi sono preoccupato, le ha detto. Michele e Massimo guardavano un cartone animato. Giorgio quando Marta fa tardi non la chiama mai, eppure soffre, ha una paura terribile che possa succederle qualcosa. Ma non chiama, e non scrive. Aspetta in silenzio. Una volta, appena prima di dormire, le ha detto, serio, se ti succede qualcosa muoio. La sua voce non era né piena d’amore, né di apprensione. Era ferma. Così Marta ha capito che sarebbe stato meglio non farsi succedere niente. E quando è lui, a rientrare tardi, nemmeno lei lo chiama, o gli scrive. È un amore fatto di spazi il loro, di paure sussurrate al buio, quando può essere il dormiveglia a parlare e a far sentire.

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