Davide Nota, Gli orfani

Orfani Prima

In prossimità dellʼuscita della raccolta di racconti Gli orfani di Davide Nota (Oèdipus) pubblichiamo una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli e tre estratti dal libro. (gm)

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Per Gli orfani di Davide Nota. Una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli

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Mi dovrai scusare.

E comprendere se parlerò a braccio, a caldo, infiammato, come dici tu, ma non potrò e forse non so fare altrimenti. Se dirò di coincidenze, di illuminazioni e stati estatici, mi scuserai.
Gli orfani. Il titolo non mente e non c’entra la semantica ma il suono. Devo dare retta a quello che ho visto, perché tardi in vita mia ho capito che bisogna lasciarsi prendere, abbandonarsi alla visione del suono. Affidato al diapason più che agli occhi aperti, gli ultimi anni mi hanno riservato le cose più vere, perché trapassate dal contesto, affidato senza speranze alla visione che non ha appiglio reale e solo così prendo corpo vero e accado. Succedo.
Gli orfani. Già ne avevi scritto da “Nazione Indiana” ma il sottotitolo, Appunti per un fantasy no-gender, e la connivenza con le illustrazioni, non rendevano forse piena giustizia. Stravolto adesso, pur nelle medesime parole, hai trovato le geometrie della giusta posa.
Ho letto da te che Gli orfani vuole essere un libro. E quale libro alfine.
Ho rivisto le prime letture mie e non so dirti perché, eppure sì che lo so. Ho rivisto i titoli: The Cantos, El Aleph, Canti Orfici, Arcanes. Al principio fu il suono, sembra lʼinizio di un antico testamento, di un Veda primario, ma questo mi ha guidato.
Gli orfani suona come quei titoli per me. Soltanto dopo ho trovato le corrispondenze, tutte reali ai miei occhi, potrei dirne mille e qui di seguito ne vomito alla rinfusa alcune: risento il procedere sciamanico di Campana e la sua follia, lo sguardo politico sul mondo tra le cabale esoteriche di Hirschmann, la lirica di Borges e la tematica divina, i simboli, i doppi, il sogno e la metafisica. Il mito e l’Omero di Pound («Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato…»).

Che il poeta debba essere cieco? Omero e Borges lo erano, umanamente, e ciechi pure Ezra e Jack, così lontani nella visione politica ma così visionari da essere non vedenti appunto, ingenui monocoli polifemi ma proprio per questo capaci di transumanare in poetica. E poi il cieco rapsodo per eccellenza, il pazzo Campana. Ecco la capacità sciamanica, ora la intendo quella che tu predichi: lo spogliarsi delle vesti di poeta e indossare quelle del veggente. Chiudere gli occhi e la mente sulle tecniche e iniziare una danza sufi. Il poeta è cieco, non vede, suona e basta.
Campana e il tema del viaggio baudelairiano, ma senza decisioni e speranze, solo del perdersi per ritrovare. La Sibilla, le città perdute, Askl (la nostra Ascoli indoeuropea), i miti vicinissimi e noi viaggiamo inseguendo le sfingi, gli oracoli, io per questo ora mi trovo qui dove sono, fuggo per dar retta agli sciamani, per vedere ad occhi chiusi.
La Sibilla (Aleramo?) delle lettere di Dino, io la ritrovo nel tuo finale da Orfeo. Perché i Canti Orfici? Campana… Perché Campana mi suonava dentro leggendo il titolo prima e i racconti poi? Solo adesso mi rendo conto che proprio in questi giorni sono cent’anni dalla loro edizione e oggi è il tuo compleanno, e pochi giorni fa ha visto luce il tuo libro. Ecco, rinascono gli orfici nuovi. Oggi.
Finisco qui con i rimandi perché tu già sai da tempo quello che io vedo ora. Il tuo è un canto lirico studiato senza un preciso progetto se non quello della ricerca. La forza delle Upanisad, questo tu vuoi e io voglio pure. Questo già si capiva dalla silloge Il non potere, coraggioso compendio di un viaggio dal battesimo all’oggi. Un libro non finito ma in divenire.
Il tuo futuro è nel passato tutt’oggi presente, e non è un gioco di parole; tu non recuperi il classico, non le tematiche ma storia, mito, e lo porti nell’adesso prevedendo il futuro, iniziatico. Ti guardi strappare il fegato dal tuo stesso cadavere (sono io quel cadavere?) e sei l’aruspice etrusco finalmente.
Il tuo è un canto altissimo Davide, convincitene ma scordatene subito, richiudi gli occhi. Il tuo canto è una nota alta, monotonale. Ha l’idea del canto armonico, di messa gregoriana e come mantra tibetano tu emetti una sola frequenza madre, il tutto si svolge per armonici. La ieraticità è la matematica del suono che moltiplica se stesso, è l’armonia tutta contenuta in potenza nelle dominanti e loro terze, quarte, quinte, le sensibili e poi le ottave che sono “un ritorno” anche in musica.
Sento l’Io narrante staccato, mai partecipe davvero, come un dio che crea ma non sa il bene e il male. Lui è lì, narra il sé che diventa il tutto ma non lo giudica. Dio è prosodico.
Dalle Upanisad: «All’inizio questo universo era unicamente Brahman, questi conobbe sé stesso: “Io sono Brahman” ed esso era Tutto. Così gli Dei che si svegliavano a tale pensiero diventarono anche loro Brahman, così per i Rishi veggenti, e per gli uomini. Comprendendo ciò il Rishi Vamadeva affermò (quindi fu): “Io fui Manu io fui il Sole”. E colui che ancora oggi comprende: “Io sono il Brahman” costui è il Tutto e neppure gli Dei possono impedirglielo, in quanto diventa il Sé (l’atman, l’anima) di loro stessi. Quello invece che venera una divinità ritenendo che essa sia altra da sé, “Altri è Dio, altri sono io”, quello non sa.».
È questa ieraticità che hai trovato Davide, e che devi continuare a coltivare. E se davvero vuoi una critica da me posso solo dirti che a volte la perdi questa magia distaccata e sibillina; la perdi nelle similitudini, nei “come”, nelle descrizioni per immagini di “cosa pare”. Non solo perché le similitudini sono didascaliche e potrebbero essere già iscritte nel periodo ma perché in quei momenti “Tu” ridiventi umano, dai un giudizio, suggerisci una visione possibile invece di continuare a essere un dio, creatore di Parole e quindi di Mondi Reali.
Quando nei tuoi racconti incontro i “come” (nei canti di Campana sono tre al massimo, quattro) torni sulla terra e fai tornare pure me che leggo, spezzando la catena medianica, stuccando il Creatore filo di trance. Questa lettera doveva essere inviata il giorno del tuo compleanno ma non ho avuto linea finora.

Auguri Davide.

Patan, Lalitpur – Nepal – il 22/11/2014

Amilcare

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Da Gli orfani

Le prime chatroom del Novantanove, ricordi?
Quando sperimentammo la verità di esistere come puro pensiero. La scuola persisteva. Ritornavamo all’interfaccia spaziotemporale come da un viaggio segreto nelle regioni della simultaneità. Tutti erano pazzi e parlavano indossando antiche maschere di pixel e rovi. Quando tutti fingono, quando tutti sono sinceri. Ma è finito anche quel tempo.
L’epoca impone riconoscibilità e socievolezza. Nessuna tragica confessione, nessuna ricerca del carnefice ululando tra gli alberi infiammati, velo dopo velo: APERICENA E REALTÀ. Il presente ha vinto. Il commissario tecnico dell’infelicità.
Questa città barocca non mi convince. A Roma avevo trovato una liturgia più chiara. Dalla casa al supermercato; alla palestra. Ascoltando Eminem in MP3. Via Pisana, Bravetta e infine Corviale, Corviale, muto enigma, Gautama, enorme OM di moto costeggianti il serpentone.
Oggi turisti sgambettanti festeggiano la grande Restaurazione. Un’allegria si espande tra i coriandoli esplosi da un vetusto marchingegno di scena. Ragazze scintillanti mi chiedono: “E tu, ti senti SPECIAL?”. Ma è tutto già accaduto.
La banda allegrotta suona musica popolare.
Solo si erge nella sua onestà un McDonald, a consolarmi da tanto ottimismo. Mi avvicino a leggere il menù ed è quello di sempre. Ragazzi privi di aspettative mordono timidamente panini. Hanno sorrisi più miti. Dunque parlano ancora di zii o di quel viaggio a Costanza nel duemilatre? Oh, cari…
Tifo declino come preludio al grande avvento degli spiriti del Sud. Gli alberi ondeggiano a uno stesso vento inoltrandosi messaggi di alleanza. I larghi boschi attendono il passaggio ed io sono con loro.
Nel fiume di gente mi sciolgo e il mio corpo è una voce che dice: Euridice…

[…]

* * *

Un odore di niente, quando la mente volge come un fiore ai ricordi più dolci di un passato mai esistito. Riccioli neri, disegnati dal Botticelli… Lei sorrise e disse: “Magari…”. Perché sfiorava il bordo scheggiato del tavolino? Che direzione indicava quel movimento? Una parete in ombra… Una porta infine? Lui amava la Winterreise di Schubert: “Come uno straniero sono giunto, come uno straniero me ne andrò…”. In auto ascoltava il Requiem di Mozart, hip hop anni novanta e musica da discoteca. Stazioni tecno-dance senza la benché minima pretesa autoriale. Le disse del crocefisso di Donatello. Il Brunelleschi lo aveva trovato volgare. Lei non trovò attinente il paragone. Aveva cercato un lavoro. Aveva trovato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva trovato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Non c’era pietà. Non c’era pietà e glielo disse, che non c’era pietà. Non c’era posto per nessuno di loro a ’sto mondo. Dana si alzò a chiedere un altro giro. Lui la guardò voltarsi e immaginò di coglierla a notte in cupi amplessi di puro degrado. Poi continuò a guardare i tubi in lattice delle insegne luminose, i led fluorescenti blu e rosa. Ma lo stupiva soprattutto il verde, il raggio smeraldino delle sue favole perdute.
Dopo l’ennesima vita la vita è finita. Aveva recitato tutte le commedie. Come un eterno ospite per cui fuggire non ha meta, lungo un percorso senza inizio, che non smette di svolgersi.
“Cambiare lingua, cambiare linguaggio. Ciò che è entrato nella realtà come poesia non potrà essere più dato. Ogni mistero è irripetibile. Basta piagnistei, l’apprendistato è finito, uscire! uscire! Basta elegie! Io non sono una sorella né l’amica di un’adolescenza infinita, io sono la visione. C’hai messo così tanto per riconoscermi. Non esistendo puoi vedermi, come un altro te più vivo e vegeto nella seconda vita. Uscire! Uscire!”.
Lui le rispose quasi appuntando nella memoria del cellulare: “Non perdonatemi malvagio dio, mio padre è un uomo, mia madre una pianta. Per inseguire una passione sterile sono giunto ai cancelli dell’aurora. Ma essi non si aprono e indietro non si può tornare.”.

[…]

* * *

Non avevo mai visto questo muro prima d’ora. Pare un ritorno dall’esilio dopo quindici anni, un rientro in nave. Scendo dal pontile tremante come il gioco dei pirati al parco (ti ricordi quando rimasi bloccato nel tubo, impigliato alle giunture dello scivolo ombelicale, giallo plexiglass trafitto dal sole come palpebre chiuse?) mia cugina mi aspetta. Quindici anni non passano invano ma noi non siamo cambiati. Giusto più traumatizzati, disabitati come questi palazzi di serrande abbassate e vendesi dove prima tintinnavano le porte a vetro dei piccoli empori. Gli intellettuali parlano di paradigmi del virtuale ma la gente è tutta in strada a cercare un lavoro e non ha tempo di ascoltare storie. Dieci ore al giorno battendo tutte le linee della metropolitana sottolineando annunci rifiutandosi a provvigioni a stage non pagati chiudo la chat abbasso il monitor senza arrestare il sistema mi tuffo nel sole malgrado il traffico c’è un cane che abbaia un cinguettio di passeri e usignoli apro la tenda ma non basta, spalanco la finestra ma non basta esco di casa e neanche questo basta i palazzi coprono la vista che mi spetta dovrei alzarmi in piedi erigermi sul più elevato dei tetti sfuggendo alle sfuriate domestiche ai guai condominiali consegnarmi al più assoluto silenzio al più assolato “shhh” chiudere gli occhi e vestire i rumori con la vita che avrei voluto avere in sorte una sega elettrica stanno per abbattere l’abete più anziano del bosco lo misurammo in cinque fratelli dandoci la mano e non riuscimmo a cingerlo come un anello umano a casa riportammo un ciuffetto di viole la nonna le immerse in un bicchiere d’acqua.
Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato. Fuori i da poco nati giocavano a mondi che non ho riconosciuto, nel tempio il parroco comunicava frasi che non riuscii a comprendere ma una pace lucente mi ha dissolto l’anima. Sono tornato sui miei passi e ho incontrato il muro, questo muro che non avevo mai visto prima d’ora. Su di esso il cielo si estende orizzontalmente come una cagna piovosa mentre una tag ne scandisce il tempo. Ho imparato a riconoscere il passare degli anni dallo stato delle vernici spray sulle pareti di cemento, quando una scritta raggrinzisce sono passati cinque anni, quando le rughe iniziano a scrostarla si avvicina ai dieci.
In quindici anni i miei graffiti sono scomparsi da ogni parete della città. Su un muro in mattoncini rossi friabili, un divisorio ad archi del campetto delle Tofare che separa il campo grande da un corridoio laterale dov’era da sempre ancorata un’auto malmessa, i finestrini incrostati di pulviscolo terrestre come gusci di lumache stecchite, dipinsi un albero nodoso e solo dentro la notte lunare. Nudo ma non ancora vinto. Non ne è rimasta traccia. Nuove tag invadono gli spazi del cemento urbano come voci spettrali rintronanti oltre la crosta del mondo in un boato silenziato che sconsola ed agita a sera le fronde cupe dei salici piangenti in coro e gli aceri e i pini marini come una sola e insonne tragedia, un infermo addio precipitato nel buco nero degli abissi stellari dove tutto si ripete a se stesso uguale nel tedio eterno del capitalismo italiano.
C’è mia cugina che mi aspetta al molo io sbarco con questa valigia di sempre, mi accompagna in un appartamento di Pescara a ridosso del mare. Non si vede ma lo senti il fruscio della schiuma che si arrotola l’odore frizzante di rugiada sulla sabbia bagnata. Oltre la muraglia e le lacerazioni urbane ad occhi chiusi puoi sfiorarne la presenza. È a portata di mano, imminente. Mettiamo nello stereo i dEUS, i Placebo ed altri gruppi della nostra adolescenza. I nostri cuori sono ancora uguali. Ma i Blockbuster hanno tutti chiuso. Rimane di quell’epoca un McDonald sulla nazionale. Una grandinante nostalgia di Cocacola con ghiaccio, le patatine da rovesciare su un piatto in comune. Tamoil self 24 h senza piombo 1746 sono 10 Euro più 50 centesimi al benzinaio indiano che ne custodisce abusivamente la grazia. Una giovane madonna con bambino, forse una babysitter di diciott’anni mi chiede un accendino che non trovo, lei sorride e leggermente evade. La città si spopola d’estate e come al solito noi non avremo i soldi per partire. Sarebbe semplice scrivere un romanzo avendo i mezzi necessari per produrre profitto da una terrazza con vista sul mare ma io che non ho mai visto l’Argentina e non ho mai visto la Scozia e non ho mai visto l’Indocina mi accontenterò di questo mare con vista sui palazzi. Io e lo scrittore che non sono ci guardiamo da questa divergenza di sguardo. Oggi la lotta di classe è un conflitto di occhi.
Io scrivo da una panchina di cemento il cui schienale è un’inferriata smaltata di bianco che si sgretola e arrugginisce. Le crepe sono d’oro come un’antica pepita: Eureka.

[…]

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©Davide Nota