Giorno: 15 dicembre 2015

Davide Nota, Gli orfani

Orfani Prima

In prossimità dellʼuscita della raccolta di racconti Gli orfani di Davide Nota (Oèdipus) pubblichiamo una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli e tre estratti dal libro. (gm)

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Per Gli orfani di Davide Nota. Una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli

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Mi dovrai scusare.

E comprendere se parlerò a braccio, a caldo, infiammato, come dici tu, ma non potrò e forse non so fare altrimenti. Se dirò di coincidenze, di illuminazioni e stati estatici, mi scuserai.
Gli orfani. Il titolo non mente e non c’entra la semantica ma il suono. Devo dare retta a quello che ho visto, perché tardi in vita mia ho capito che bisogna lasciarsi prendere, abbandonarsi alla visione del suono. Affidato al diapason più che agli occhi aperti, gli ultimi anni mi hanno riservato le cose più vere, perché trapassate dal contesto, affidato senza speranze alla visione che non ha appiglio reale e solo così prendo corpo vero e accado. Succedo.
Gli orfani. Già ne avevi scritto da “Nazione Indiana” ma il sottotitolo, Appunti per un fantasy no-gender, e la connivenza con le illustrazioni, non rendevano forse piena giustizia. Stravolto adesso, pur nelle medesime parole, hai trovato le geometrie della giusta posa.
Ho letto da te che Gli orfani vuole essere un libro. E quale libro alfine.
Ho rivisto le prime letture mie e non so dirti perché, eppure sì che lo so. Ho rivisto i titoli: The Cantos, El Aleph, Canti Orfici, Arcanes. Al principio fu il suono, sembra lʼinizio di un antico testamento, di un Veda primario, ma questo mi ha guidato.
Gli orfani suona come quei titoli per me. Soltanto dopo ho trovato le corrispondenze, tutte reali ai miei occhi, potrei dirne mille e qui di seguito ne vomito alla rinfusa alcune: risento il procedere sciamanico di Campana e la sua follia, lo sguardo politico sul mondo tra le cabale esoteriche di Hirschmann, la lirica di Borges e la tematica divina, i simboli, i doppi, il sogno e la metafisica. Il mito e l’Omero di Pound («Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato…»).

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«LUCE BIANCA D’INVERNO»: PRESENZE DI NEVE NELLE POESIE AFFETTIVE DI LUCIANO CECCHINEL di Paolo Steffan

InSilenziosoAffiorare

Sia per te la grande neve il tutto, il nulla,
Bambino dai primi passi incerti nell’erba,
Gli occhi ancora pieni dell’origine,
Le mani aggrappate solo alla luce.

Yves Bonnefoy

Prima che venisse pubblicata la raccolta In silenzioso affiorare (Tipoteca Italiana, 2015, prefazione di Silvio Ramat) le poesie affettive di Cecchinel potevano essere contate sulle dita di una mano, leggendo tra quelle della prima sezione di Al tràgol jért. L’erta strada da strascino (Scheiwiller, 1999, postfazione di Andrea Zanzotto). Il poeta di Revine Lago ci era noto perlopiù per la sua vena antropologica, per la sensibilità ecologica e per i versi politici legati alle vicende più brucianti dell’ultima guerra.
Che grande dono è ora avere tra le mani questa nuova silloge! «Tracciato di amore e di dolore», lo definisce l’autore, questo vero e proprio libro d’arte, stampato in sole 600 copie numerate e accompagnato da sei finissimi acquerelli di Danila Casagrande, moglie del poeta e dedicataria di molta parte dei versi, soprattutto quelli non ancora solcati dall’insanabile ferita ‒ la perdita, cioè, della figlia primogenita, Silvia ‒ che andrà a segnare la seconda più dolente metà di In silenzioso affiorare.
La presenza sempre cara della neve, in queste poesie affettive, si annida lieve soprattutto nella prima metà della raccolta, a partire già dal testo introduttivo e fin dal suo titolo, Come neve trascorsa da nube (p. 17):

Parole residue,
come neve trascorsa da nube
di te lieve segno.……..

Per esse la tua voce, il tuo riso
ritornano senza profanare
la luce e il silenzio.……..

E di eterni istanti
sei ancora
in parvenze di echi e albe.

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