Giorno: 10 dicembre 2015

Sette poesie inedite di Saverio Bafaro

 

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«Che bella linea!» dice il cervello al cuore
e poi un coro di angeli incatenati
risponde all’unisono: «È la leggerezza!»:
l’orizzonte è la rivolta del corpo
tremante sotto un peso fittizio
un soldato interdetto al confine,
quante lettere hanno versato
nell’aria e nel fuoco.
È il mare forse una salvezza
un dialogo di sponde
madre e padre spartiti dal figlio,
è il mare un leggio per onde e note
vena blu fatale all’orecchio e alla voce
guscio impermeabile in fondo al sogno.

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***

Un vento parte e ritorna
tra foglie e rocce
nella distanza difficile
da abbracciare in penombra

Un verso più allungato
in gola a una tortora
cambia la tua idea
di averla ascoltata altrove

Un rossore nei vestiti dismessi
d’autunno mi dà la parola ‘caro’
disappartenenza al crocicchio
i piedi scelgono già un sentiero

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***

Abbraccio le mie membra scosse
incastrato in un roseto fitto di spine
un’interminabile esposizione d’immagini
ha dilaniato l’occhio chiuso in se stesso:
per quanto tempo la notte mi ha ferito?

Buchi nello stomaco sputano veleno
prodotti dentro grotte infernali
dove giace il mio busto prostrato
e la sua bocca come una piaga ad arco
lamentosa e incredula del risveglio

D’un tratto spariscono le spine dal fianco
e il rovo creduto è un letto accaldato,
nella mente partorita dal mattino
i mostri cambiano pian piano pelle
per lasciare dietro le quinte le maschere
e portare nuove sembianze alla luce

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***

Nel mattino chiaro
un raggio trapassa lento
il vetro di una colonia
siamo chiamati
a radere dal viso
un’esigua perdita
nel passaggio imprigionato
in bande che alternano
sogno a sangue

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***

Una casa nasconde una nuvola gonfia come una viscera
dalla corriera rimango a contemplare il mattino:
sogni densi, là fuori, baciano una terra umida
ancora per pochi istanti, dirompe l’alba e ne dilaga l’oro.
Luce bianca attorno al mio verso, benevola visita
da più parti mi raggiungi come un mistero di rinascite
da un unico stelo sbocciano stavolta padre e figlio
di nascosto gioco tra i palmi a ruotare una sfera
con le dita sfioro l’intera curvatura della vita

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Tagliare il filo come il fiato
a un’altitudine più elevata
cambiare natura all’improvviso
convocando una musica ignota
per sentire più forte il rito
di entrare e uscire dalla vita

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***

Vivo diviso dal dubbio
del piacere dato e ricevuto
maschera del dentro e del fuori
paravento issato a separare mondi
quando nei piccoli anfratti di carne
e piccoli consigli e voce calda
è nascosto il mistero

Piero Crida, Vena blu fatale all'orecchio e alla voce, 2015. (acquerello su carta a mano, 31 x 41 cm)

Piero Crida, Vena blu fatale all’orecchio e alla voce, 2015.
(acquerello su carta a mano, 31 x 41 cm)

Che una poesia infantile può non essere indifesa: su “La sottrazione” di Marilena Renda

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La sottrazione di Marilena Renda (Transeuropa 2015; su Poetarum già commentato qui) è un libro scritto dal basso, recuperando quella prospettiva che abbiamo conosciuto nei primi anni della nostra vita. Lo sguardo infantile coinvolge direttamente un problema di tecnica, di strategie discorsive (lo vedremo tra poco). La prima poesia ci porta subito dentro questa regressione consapevole, voluta e inevitabile: “Le correnti d’aria/ muovono in levare/ e in avanti/ (ma verso il basso, poi)” (p. 9). Non è soltanto il rovesciamento paradossale di altre inevitabilità molto più conclamate, tutte relative all’essere adulti, all’agire da adulti, al parlare come adulti. La prospettiva dal basso diventa infatti il necessario lasciapassare per un certo fare poetico, che è fin qui l’approdo della ricerca espressiva di Marilena Renda. Siamo in fondo lontani dagli inermi fanciullini pascoliani, che in quella poesia erano piuttosto tematizzati e osservati dall’esterno di un rimpianto adulto. In Renda l’infanzia diventa davvero voce.
Per spiegarmi meglio, propongo il confronto con un grande libro precedente della stessa autrice, Ruggine (Dot.com Press 2012; su Poetarum già commentato qui e qui). Anche lì avevamo a che fare con una regressione potentissima, ma di tipo piuttosto magico e rituale. Nella rievocazione visionaria del cataclisma (il terremoto nella Valle del Belice del 1968), il linguaggio si sviluppa attraverso un tessuto fittissimo di metafore in praesentia, che rendono quindi espliciti entrambi i termini della comparazione. Nel mondo crivellato dal sisma, cosparso di vuoti, ferite e crepe, bisogna colmare ricreando e rinominando la realtà, tramite connessioni inaudite e sorprendenti: “La carne è acqua per i sogni dei mostri” (p. 16); “La speranza è una protuberanza verde/ su un corpo lebbroso” (p. 17); “Il nome di Riccarda è una foglia di alloro” (p. 22); “La casa-madre è un’ostia lasciata digerire ai cani” (p. 34); “La notte era un bubbone screziato, una piaga ilare” (p. 62), e moltissime altre ancora. È il grande fascino e la potente bellezza di questo libro, e a tratti forse anche il suo limite: l’insistenza del rito produce a volte, in termini retorici, un eccesso formulare, una pesantezza nel dettato (questa vis metaforica, molto anglosassone, conferisce al tempo stesso una musicalità straniera ai versi della Renda). La sottrazione sarà invece fin dal titolo il contrario dell’accumulo, nel segno del levare, dell’omettere, del rinunciare.
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