Riletti per voi #7: Piero Meldini, L’avvocata delle vertigini

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La settima scelta poggia su L’avvocata delle vertigini, allucinato noir di Piero Meldini di cui Folco Portinari ebbe a dire, alla sua uscita, “Un libro che potrebbe giustificare da solo un’intera annata narrativa” (L’unità, 1994). Chi leggerà vedrà.

P.Meldini, "L'avvocata delle vertigini", I ed. Adeplhi 1994.

P.Meldini, “L’avvocata delle vertigini”, I ed. Adeplhi 1994.

Piero Meldini, classe ’41, studioso e direttore della Biblioteca Gambalunghiana, ha scritto cinque romanzi nella sua vita e tutti in età matura. L’avvocata delle vergini (Adelphi 1994), il suo romanzo di esordio, così breve da poterlo leggere nella tratta Mantova-Roma ringraziando di averlo comprato durante quella fucina di stimoli che è il Festivaletteratura, gli è valso all’uscita il Premio Bagutta opera prima. Senza andare a leggere le motivazioni, do per scontato che oltre alla trama precisa come un orologio e a fortissima (e mai fastidiosa) carica simbolica la ragione della sua bellezza sia la prosa barocca eppure lieve, delicata, dove ogni parola è assieme evocativa ed esatta.

Gli sfuggì una furtiva invocazione all’avvocata delle vertigini, un grido muto al Dio appeso in cucina dell’infanzia fiduciosa, roseo e benedicente. Intravedeva, inabissandosi, che non nei piccoli trionfi né nella letizia della prima spruzzata di neve né nei vespri appagati si era sentito davvero uomo, ma nella fatica, nella paura, nel malessere. Che la sua umanità si era esaltata nel dolore. A sua immagine e somiglianza, sentì, il Signore Dio suo era infelice.
Si affollavano intorno a lui le presenze del passato, e tutte gli mostravano le loro ferite. Chi nelle mani, chi nei piedi, chi nel costato. Chi sotto la pelle. Ognuno rabbrividiva per la sua febbre, si appoggiava alla sua stampella, svelava i suoi crateri. Il vescovo scopriva davanti a loro le sue piaghe, senza vergogna, con un lieve fruscio della veste. Fratelli in un Dio fragile, erano tutti nudi e tutti si davano la mano. Senza un lamento, poiché era la legge paterna. Quella che escoriava la pelle degli atomi e iniettava la solitudine nei nuclei.

Riguardo alla trama, L’avvocata delle vertigini è un trittico di cui ogni pannello si installa nel precedente cambiando la focalizzazione e ampliando la circonferenza di un noir apocalittico. I modi del thriller incontrano i temi della religione, del tormento, dell’ubbidienza e della fatalità, spossando i personaggi mano a mano che l’idea di un mondo che agonizza sotto il canto di Dio si fa più ossessiva. L’apocalisse grava sulle fragili spalle di Dominici, omino che ha dedicato la sua intera vita di vedovo allo studio della beata Isabetta, invocata da chi soffre di mal caduco e di vertigini: deciso a far luce sul tentato suicidio che ha preceduto la vocazione della ragazza, Dominici si imbatte in un testo cifrato la cui soluzione innesca una serie di segni che dovrebbero portare alla fine del mondo.
Un laico distrutto, un monsignore paterno e un vescovo tormentato si danno il cambio in una staffetta che risale le gerarchie del cielo e l’onniscienza della narrazione. Ciascuno di loro è padrone di una sezione del libro e ripercorre la storia come si sta dipanando, guardandola con gli occhi allargati della fede e pietosi della disperazione umana.

«La mia fede non deride la ragione» sillabò guardandolo negli occhi. «Il Signore in cui credo non spedisce messaggi in bottiglia. Non gioca a nascondino. Non tende trappole. Non si manifesta nei deliri di una sibilla. Non semina i Suoi disegni tra le righe di un testo cifrato. Non lega il giorno dell’apocalisse ai latrati di una cagna e alle passioni di un vecchio. Non parla per enigmi.»
Gli si incrinò la voce:
«Sant’Agostino… l’epilogo delle Confessioni, rammenta?» chiese. «”Non esci mai dal Tuo riposo, Tu che sei riposo a Te stesso”. Lo scritto segreto, la profezia, le cinque prove, la morte dell’innocente, l’annuncio della fine del mondo… No, giudice, tutto questo non mi ha turbato. Neppure per un momento mi sono sentito sfiorato dal mistero. Egli» mormorò «non romperà mai il Suo silenzio, poiché è silenzio a Se stesso.»

Lo scioglimento, qualsiasi esso sarà, che sia mistico o tutto umano, non aggiunge né toglie nulla al tema, che riposa nella descrizione della regina di Saba da sempre gelosa dei suoi segreti che ora desidera un compagno che la faccia sentire nuda, in chi come lei sospetta che essere capiti è più importante che capire e in una discussione che può avvenire, a metà del libro, anche tra un vescovo e un monsignore:

«Cosa pensa, monsignore, del canto di Dio?» domandò.
«Non saprei, eccellenza. Per caso è una specie di inno trionfale?»
«Lei dice? O non assomiglia, piuttosto, alla cantilena di un bambino autistico? Quand’ero parroco, molti anni fa, conoscevo un bambino che era sempre solo. Seduto sulla soglia di casa, dietro un cancello, dipanava un grosso gomitolo di spago e lo riavvolgeva in un altro gomitolo. Indifferente, muto, replicava il suo gioco all’infinito, dondolandosi al ritmo di una nenia interna. Leggendo di Dio che canta al vuoto, al mondo dissolto, mi è tornato in mente, non so come, quel bambino infelice.»
«Perché infelice, scusi tanto?»
Il vescovo rifletté:
«Forse ha ragione» ammise. «Se si fosse sentito infelice, avrebbe cambiato gioco.»

© Giovanna Amato