Giorno: 1 dicembre 2015

Luca Ariano da “Ero altrove”

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Luca Ariano, Ero altrove, Dot.com Press, 2015

 

dalla sezione Città perdute

 

Un giorno di papaveri nei campi,
di pappi nell’aria di neve
e Anna – nome da partigiana Rosa –
non voleva essere una donna
della famiglia fascista:
balzando tra i castagni ha visto
montagne abbandonate e boschi
dimenticati anche dai funghi.
Non più cascine, solo agriturismi…
Buffalo Grill e Road House:
periferie come Togliattigrad
e puttane alle stazioni di servizio.
Fiulin s’è sporcato le scarpe di fango
senza un passo che consumi le suole
in un’epoca da Basso Evo
– senza esser stato Impero –
Teresa come in Georgia
e la nostalgia nei capelli:
l’odore delle margherite la domenica
si confonde tra crema e aroma.

 

L’Andrea quasi non dorme la notte
per una carezza saltata e amaro tra amici:
«A me il cinema a lui il sesso!»
Scendevano dalle valli a mostrare
nella fiera di primavera
formaggi, salumi, vacche e maiali pasciuti:
a volte trovavi un mago per bambini…
un alchimista di elisir;
Fiulin e Teresa in una locanda fine Ottocento
a menù fisso prima che il vento dei Balcani
scompigli le bancarelle.
Sono fuggiti per evitare rastrellamenti,
granai bruciati: tabernacoli per pregare
la fine della guerra.
L’Emilio lascerà la metropoli mentre spuntano
ciliegie e dal balcone non sente mai
rondini o il profumo di miele delle sere;
forse lo manderanno in una scuola di campagna
alle prime nebbie d’autunno.

 

dalla sezione Scanzoniere

 

L’Emilio pochi minuti la mattina
a piedi per andare a scuola,
dall’altra parte del paese
dove si vedono catene innevate.
Lontani un binario – forse asburgico,
Nicoletta e la metropoli di tram,
omnibus e albe fumanti.
Scendono caprioli a valle… in periferie,
lì milioni di anni fa foreste e ominidi
come in quell’isola di civiltà misteriose,
di bucanieri e conquistatori nei secoli:
l’hanno saccheggiata…
la spiaggia vista mare di pesci scomparsi.
Teresa trepidante in seno per un colloquio,
curriculum e cartelletta in mano
tra marciapiedi brinati e il fumido della sera
nell’odore di cucina sulle scale.

 

L’Enrico pochi ghèll in saccoccia,
anche oggi lavora fino a notte fonda
e in testa frasi da professore di paese:
«Sarete la classe dirigente di domani!»
Primo ora che la fiolètta l’è andà
solo sul divano fumerà un torcione
guardando vecchi film
e fuori vociare sui marciapiedi.
Il mare ridà antichi tesori
affondati in qualche tempesta
e Carletto operaio di tempi postmoderni
cronometra ogni gesto prima di essere
delocalizzato dall’altra parte del sole.
L’Andrea dopo un giorno a scrivere storie
in poche righe ha voglia di parlare,
di ascoltare dal canale il canto delle rane
come fossero altri tempi.

 

dalla sezione Corte marziale

 

Il barbone del bar Monza
ciondola tra una chiesa razionalista,
bancomat e banconi da bere.
Dicono sia stato bancario…
medico… giocatore di poker.
Il mare non così lontano,
nemmeno dalla balaustra lo guarda
e il suo volto è un rosso vespro.
Quelle ville – un tempo dimore di signori –
ai piedi di colline boscose,
sono residenze per anziani e nuovi ricchi,
accanto a quartieri emigranti.
Per Fiulin il mare quadrettato è un ricordo
stanco, come i giorni dell’Andrea
che mai vivrebbe altrove;
a Teresa la sua rosa è seccata in fretta,
forse finirà tra le pagine di un libro,
senza rispuntare come in una pellicola
americana in bianco e nero.

 

La campagna bagnata
ti lascia sempre attonito Fiulin:
forse il centro direzionale mai finito
accanto… palazzi semicostruiti
tra inoperose gru arrugginite.
Non è così diversa la tua terra Enrico,
lì dove ti alleni o cogli baci furtivi
prima della notte.
Ogni piena sommerge quella cappella;
dicono vi abbia pregato Napoleone
all’alba di una battaglia campale…
l’han sentito sussurrare:
«Sarò Imperatore del mondo!»
Sono rimaste betulle
piantate dalle sue truppe.

 

dalla sezione La Renault di Aldo Moro

 

Poverètt professór Emilio,
t’han ciapà per i fondelli:
ogni volta dici che non voti più,
ma poi…
in fondo, sei sempre tu a perdere.
Come tuo padre che non vota da anni,
quando vede la Renault di Aldo Moro
scuote la testa.
Ti hanno venduto titoli inutili,
pagati con notti di lavoro…
Cammini per il viale di tigli
verso il cimitero… per portare un fiore
a tuo nonno:
ripensi ai suoi racconti di guerra…
miserie… macerie, eppure lo invidi
sfiorando pratoline senza badarci.

 

Le amasti quelle colline…
eccome se le amasti;
la birreria in periferia,
giochi da tavola… sogni…
progetti… chiacchiere
ma poi ognuno per la sua strada.
Anche questa notte è dolce
il profilo delle colline
illuminate da mezza luna.
Tornerai nella terra di nubi:
l’Enrico lamenterà di donne…
«Cercano solo un buon partito
che le sposi, per fare figli…
le compri costosi regali.»
Davanti al distributore di sigarette
l’Andrea millanterà di amanti,
come in un film anni Sessanta…
un romanzo dal finale malscritto.

Sonia Gentili, “Viaggio mentre morivo”: cinque poesie e una nota di lettura

Viaggio mentre morivo

In una notte precisa di un imprecisato momento, il vasaio Butade decide di imprimere dell’argilla su un segno che sua figlia ha lasciato sul muro. La linea ricalca il profilo dell’amante di lei, addormentato prima della partenza: la ragazza, disperata per la separazione, aveva cercato almeno di fermarne i lineamenti che la luce di una lampada proiettava sulla parete. Suo padre, per pura inventiva o intenerito dalla sua tristezza, ha invece fatto di quel gesto di disperazione un’opera. Così nascono, in una notte precisa di un imprecisato momento, la pittura e la scultura; Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XXXV 15 e 151) riporta questo mito chiaramente: se dobbiamo a Butade l’invenzione tecnica, Butade deve la volontà del gesto a sua figlia. E così noi non dovremmo guardare, forse, a un vasaio che escogita una nuova maniera di distribuire l’argilla, ma a quel groviglio di disperazione e amore verso ciò che si sta perdendo che è il vero nodo emotivo del mito.
È a questo segno nel muro che penso quando leggo le poesie di Sonia Gentili: un atto che non è nostalgia né resistenza, ma violenta reazione a quel caso tanto obbligato quanto insopportabile che è il perdere.
Perdere è diventare, e il diventare si registra, ma senza volontà narrativa: Sonia Gentili ama la visione (sua vera cifra), non ha paura – in qualche modo, non ha pudore; notturni, risvegli, in cui si confondono minacce di addormentamenti e morti, ostinazioni a sopravvivere, maledizioni: La luce ha gridato stamattina: «Alzati, /guarda il torrente di rovina che io / porto nel mondo: in questo avrai il coraggio / di gettarti per vivere […]».
Chi percepisce porta con sé lo sterminato possibile, come fatica e non come celebrazione, perché ogni individuo fa i conti con il limite nell’esprimere e nel padroneggiare ciò che in qualche modo contiene:

Tutto il cielo mi dice tu sei sorta
dalla distanza morta che gli oceani
hanno lasciato andare
alla tempesta: dal vortice, da pezzi
di vite fortissime, ormai
estinte

la marcia dei mostri sterminati
dal ghiaccio mi ha dato vertebre,
frammenti di mandibole, pensieri
di forza, fame e procreazione
che oggi senza saperlo
sono miei

Allora l’occhio è aquilino, e alla salmodia si sostituisce il grido, tanto più sonoro perché posato. Ferme nella loro esattezza, le immagini si affiancano simili alla marcia dei mostri sterminati, per consegnare con le loro zampate l’esperienza che ciascuna singola voce può dare al mondo.

*

Macchina per musica

Non riconosco che misteri
chiusi nelle immagini: sirene
vuote che nuotano come sacchi in superficie
finché il buio per desiderio
di segreta evanescenza
le penetra di sensi e di parole. Così
le cose cantano la gloria che le affonda
internamente, la vittoria dell’indovinello
sulla cosa, il mondo come macchina
per musica

*

Amore

Non ti avrò per buon governo,
per misura, calcoli o virtù
militari. Dunque
non ti avrò. Ma
se

se per l’aperta
estatica tristezza
del mio corpo – così l’abbiamo
solo io e i neonati
che fissano
le prime ombre al sole – se
per la forza visionaria del mio
corpo profetico diventerai
un verbo al presente e, chissà
per quale fede negli avverbi, vorrai
esserlo sempre, sarò io
allora a chiedermi: lo sa? Conosce
le pance rosse
dei fiori, i denti d’oro e i tesori
nascosti dei cani? Capisce
la maledizione che il pesce
rivolge ai becchi dei gabbiani?
No! mi risponderanno angeli
e bestie in coro, non
capisce. E io, sa
Satana perché, crederò
invece
a te

*

Soprattutto spegnere

Soprattutto spegnere ogni voce, annegarla
nel presente come in un catino

starsene al sole, nella tristezza muta che è dio
con il suo male, frugare i suoi disordini passati
e le sue abitudini di oggi, fu un drogato
ed oggi governa gli angeli, domani diremo
governò gli angeli ed è ormai un cristallo
di tristezza

*

Serata in ghetto II (sogni di cani)

Sotto cieli turbati dal vento
come acque, i tavoli specchiano lune
e archi in rovina, il bianco scabro
della colonna mozza e il fianco
egizio del cameriere muto davanti all’estasi
dei cani che dormendo
offrono le costole
alla luna

tutta la remota guerra
dei cieli è nelle zampe dei cani che corrono
in sogno: il ringhio di esseri nemici, la lotta nell’erba
veloce e madida del giorno e poi il nero
del troppo sole o la stanchezza, la morte o il sonno su cui
sorge la luna, la colonna, il sacerdote muto che ha nome
cameriere

*

Khartago (profezia formula frammento)

…….ma tu sei malinconica,
regina

Cartagine regale tra le nubi, Cartagine
superba è grande gloria
………………..ma tu sei malinconica,
regina
il tuo essere superba di morte e di vittoria è triste
gloria

Cartagine eretta sugli scudi, ed il tuo sguardo
è il piombo e l’argento degli scudi

le armi del re morto alle tue labbra, e le tue labbra
sono nubi. Di queste hanno il destino: recedere
nei venti

Cartagine, il tuo regno da distruggere, accoglierà
un re naufrago, coi suoi; amare, per un naufrago, è
distruggere