Mese: dicembre 2015

Questo Natale #19: Stefano Domenichini, Cerca il Decumano

LupinIIIserie da animeclick.it

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Cerca il Decumano

La velocità è sopravvalutata. Siamo d’accordo. Questo però non giustifica che uno, per fare quattrocento metri a piedi, ci metta quasi tre ore. In zona pedonale, tra l’altro. Va bene che è la Vigilia di Natale, ma il flusso è meccanico, ripetitivo: l’ennesima replica de Il Natale in città.

Penso ai cecchini. Sui tetti. Pronti a sparare a chi non incrementa con perseveranza il numero dei sacchetti.È un’idea. Se ci metti tre ore a fare quattrocento metri, il minimo che puoi pretendere è di arrivare in fondo alle cose. O il Natale si fa ogni quattro anni così, per farci respirare un po’, oppure piazziamo i cecchini per stimolare i cittadini a bassa carica consumistica.

Come nel tennis giocato nelle gabbie di vetro, la pallina è sempre buona: e pim c’è la crisi, e pam la ripresa, e pim i sacrifici e pam le riforme. È un gioco massacrante. Giochiamo da soli, ma completamente disciolti in un unico inconscio collettivo che ha come genitori soffocanti lo Sviluppo e la Paura. Per questo i cecchini ci starebbero bene, sarebbero un gesto d’amore di mamma e papà. Il cecchino che vigila sul culto del mercato è l’archetipo del limite, l‘unico che è rimasto: la morte.

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Questo Natale #18: Paolo Triulzi, L’amante di Babbo Natale

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

L’AMANTE DI BABBO NATALE

L’amante di Babbo Natale prese il primo pullman per il deserto, solo una valigia nella mano. Alla prima sosta non c’era niente. Un bar, una cabina telefonica e uno sconfinato nulla in ogni direzione.

I passeggeri assonnati scesero tutti per fumare e andare in bagno. Mentre ascoltava la linea suonare a vuoto, osservava l’autista farsi allungare con del whisky il caffè nel bicchierone di carta. Sottobanco, di nascosto dai passeggeri.

Quel bastardo non è ancora tornato a casa, pensava. Porco, pensava, ma un po’ sollevata. Forse aveva ancora tempo. Ancora un po’ di vantaggio. Ricordava la prima volta che gli aveva detto me ne vado. Se mi lasci non vale, aveva risposto lo stronzo. Sei uno stronzo, gli aveva detto. Tanto poi ti ritrovo, le aveva detto lui, io faccio il giro del mondo in una notte.

Non riusciva ancora a decidere se era peggio quando scherzava, dato che scherzava sempre e su tutto, o quando diceva quelle cose da stalker psicopatico. Non sapeva perché, ma lei ci aveva sempre creduto a quel tono tetro che gli veniva quando la minacciava. Le sembrava all’improvviso di essere completamente nuda fuori in mezzo alla tundra.

Un fottuto stalker alcolizzato in mezzo alla tundra, ecco cos’era. Fottuto porco alcolizzato e pervertito. Ripassava gli insulti come una litania mentre ritornava sul pullman. Dentro era scesa la temperatura durante la fermata. Ora c’era freddo e puzza di tabacco appena fumato. L’autista era viola in faccia e fuori dal finestrino riprendeva il nulla.

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Questo Natale #17: Claudio Morandini, In solitaria

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

In solitaria

Elles se multiplient, l’entourent, l’assiègent.
(Flaubert, “La tentation de Saint Antoine”)

La tipa dell’agenzia immobiliare non sa che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il Natale!»
Ippolito Paracchi ha ragione a insistere: la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe, alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi, guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla? Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»

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Questo Natale #16: Ginevra Lamberti, Uno scoiattolo volante sottilissimo

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Uno scoiattolo volante sottilissimo

 

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Autobus // 07:50 // la ragazza seduta al mio fianco legge Cosmopolitan e si sofferma sui test.

La pagina di quello che vorrebbe appurare se tu in quanto femmina “Condividi troppo?” è decorata da fumetti esplicativi come “Sai cos’ho mangiato a pranzo?”/”La mia psichiatra dice che non so frenarmi”/”Ho fatto un sogno incredibile, ora te lo racconto”/”Oh no, è finito di nuovo il lubrificante”.

È quasi inverno, è quasi Natale, dopo breve permanenza in terraferma sto tornando al sicuro della laguna. Qui dentro, grazie alla densità dei passeggeri, c’è il tepore confortevole proprio delle mangiatoie. Ho trovato un posto a sedere e questo contribuisce a migliorare il mio umore. Tiro fuori dalla borsa il cellulare tecnologico, mio nuovo compagno dopo aver con amarezza mandato in pensione il suo predecessore, la fiera Torcia Con I Tasti. Approfitto della fortunata vicinanza con la ragazza di Cosmopolitan per trasformare la pagina del test in uno status brillante. Lo pubblico su Facebook e condivido su Twitter. Poi scrollo l’home page del mio Tumblr preferito, dove ci sono sempre immagini stupide che mi danno grandi soddisfazioni. L’unico problema è che quando fa molto caldo o molto freddo il suo curatore sente il bisogno di  rendere noto a tutti il fatto che si sente infoiato, e il mio Tumblr preferito diventa una raccolta di bei culi e grosse tette. In questo periodo è ancora abbastanza controllato. Scrollo la pagina e trovo un’immagine di Jessica Fletcher che mi piace troppo per lasciarla lì, dunque la condivido prima su Facebook e poi su Twitter. Twitter è un posto in cui non riesco ad inserirmi bene, ma lo tengo perché alla fine è simpatico e come sfondo ci ho messo un uomo travestito da banana.

Ho viaggiato tutta la notte su un’auto condivisa con sconosciuti. Si trattava di un passaggio trovato su un sito di passaggi. Negli ultimi tempi questo sistema è molto in voga anche a causa dei folli aumenti dei biglietti del treno, ed è strutturato in modo che tu possa decidere a chi chiedere uno strappo in base alle recensioni che ha ricevuto da altri utenti. Penso che sia una cosa bellissima, è come un autostop in cui paghi un contributo moderato per la benzina e non passi per il fastidio di rischiare di essere ucciso. Non ho dormito e quando non si dorme le cose sembrano più vicine nel tempo e nello spazio. Poche ore fa ero a Roma, in Piazza della Repubblica, ed era una splendida giornata di sole. Una splendida giornata di sole con lo sciopero totale dei mezzi. Ho atteso ore in quella piazza che finissero i cortei, calasse il giorno e arrivasse il mio passaggio condiviso.

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Questo Natale #15: Andrea Pomella, Maulberzius Uno

 

 

 

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

 Maulberzius Uno

 

 

 Legga attentamente questo foglio prima di usare Maulberzius Uno.

Conservi questo foglio. Potrebbe aver bisogno di leggerlo di nuovo.
Questo medicinale è stato prescritto per lei. Non lo dia ad altri. Per altri individui, questo medicinale potrebbe essere pericoloso, anche se i loro sintomi sono uguali ai suoi.
Maulberzius Uno è un antidepressivo appartenente a un gruppo di medicinali chiamati inibitori della ricaptazione della serotonina. Questo gruppo di medicinali è utilizzato per il trattamento della depressione. Si ritiene che le persone depresse come lei abbiano livelli più bassi di serotonina nel cervello. Non si conosce il modo in cui gli antidepressivi agiscono, tuttavia essi possono essere d’aiuto innalzando i livelli di serotonina nel cervello.
Maulberzius Uno è un trattamento per adulti affetti da depressione. E lei, caro amico, negli ultimi tempi ha imboccato una brutta china. È anche un trattamento per adulti con tendenza a evitare situazioni sociali. Un appropriato trattamento della depressione o dei disturbi ansiosi è importante per aiutarla a stare meglio. Se non trattata, la sua condizione può diventare più grave. Non vorrà mica ritrovarsi di nuovo come l’altro giorno, a girovagare per le vie del quartiere dove abita, dopo aver accompagnato suo figlio per l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, senza capire dove diavolo si trova, domandandosi di chi sia la macchina che sta guidando, e come facciano tutte quelle persone che vede in strada a vivere diligentemente dentro a una routine, mentre lei non riesce più nemmeno a stare comodo dentro a un paio di scarpe numero quarantasei.
Bene, allora faccia particolare attenzione con Maulberzius Uno

  • se utilizza altri medicinali che, assunti contemporaneamente a Maulberzius Uno, possono far aumentare il rischio di sviluppare sindrome serotoninergica;
  • se ha problemi agli occhi, come alcuni tipi di glaucoma;
  • se ha precedenti di pressione del sangue elevata;
  • se ha precedenti di problemi cardiaci;
  • se ha precedenti di crisi convulsive;
  • se ha una tendenza a sviluppare lividi o una tendenza a sanguinare facilmente (badi bene, non sto parlando per metafore, intendo sangue vero, corposo, purpureo sangue umano);
  • se qualcuno nella sua famiglia ha sofferto di mania o disturbo bipolare (suo padre la picchiava da bambino?);
  • se ha precedenti di comportamento aggressivo (lei, da bambino, picchiava suo padre?).

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Questo Natale #14: Giovanna Iorio, Il muschio

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IL MUSCHIO

 

Quell’anno non eravamo riusciti a trovare abbastanza muschio. Era la Vigilia di Natale  e tutto era pronto: le montagne di carta pesta, le cascate di stagnola, i rami, le casette di cartone, l’ovatta bianca. Mancava solo il muschio per il pascolo degli animali e i rifugi dei pastori. Volevamo uscire a cercarne ancora ma mia madre ci fermò ordinandoci di pulire tutto perché presto sarebbe stata pronta la cena.
Mio fratello non rispose, finimmo di sistemare e poi mi disse sottovoce:
– Andiamo.
Lo seguii su per le scale e, senza far rumore, lo vidi aprire la porta della soffitta. Mi faceva paura quella stanza e non ci ero mai entrata.  Ci ritrovammo in un luogo freddo e buio, senza pavimento né intonaco, pieno di cianfrusaglie e una finestrella priva di infissi dalla quale entravano il vento e l’ultima luce del giorno.
–  Ci scommetto che sul tetto c’è il muschio, – disse mio fratello. Mi indicò il passaggio angusto e poi aggiunse:  – Tocca a te andare a prenderlo,  io non ci passo.
Cominciò a battermi forte il cuore ma non dissi che avevo paura e che non volevo andarci.

Salii su una vecchia valigia e poi sulle sue spalle. Ero leggera, una bambina di sei anni con le ossa cave come gli uccelli che rischiava di volare via con una folata di vento. (altro…)

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

foto gm

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Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

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Questo Natale #12: Elisabetta Bucciarelli, Travestimenti di Natale

berlino, foto gm

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TRAVESTIMENTI DI NATALE

 

È Natale!

Dal paesello sono arrivati i parenti, perché Natale sembra più Natale al Nord. Sulla tavola c’è il cappone come si fa a Milano e il capitone con il sugo rosso, come si fa al paese. I bimbi sono già a nanna, aspettano Gesù.

“Natale svegliati, è mezzanotte!” bisbiglia la mamma al suo bambino. Natale apre gli occhi, li stropiccia e si alza. La festa è doppia. Nasce Gesù e nasce anche lui, Natale, Natalino. Al paesello chi nasce di vigilia lo chiamano così. I regali sono pochi, ma Natalino si diverte ugualmente. Infila le scarpe della mamma e tutti ridono. Si stappa lo spumante: “Poco a Natalino!”. Lui fa le boccacce, il vino è amaro.

Che Natale!

Dopo tanti anni ci pensa ancora. La stanza è buia, il letto cigola, fa freddo. Tira le coperte fino al mento e si gira su un fianco. Alle sue spalle una sagoma si muove. Chiede che ore sono. Natale risponde: “È quasi mezzanotte”.

La sagoma si alza, accende la luce. Natale chiude gli occhi. La sagoma si infila i pantaloni, annoda la cravatta e dice: “Com’è che ti chiami?”.

“Lina, mi chiamo Lina”.

“Beh Lina, buon Natale… te li lascio qui”. Poi va via. Tariffa doppia stanotte.

Natale apre gli occhi e si veste: la guêpière, la gonna corta, i tacchi alti. Spazzola i capelli e aggiusta il trucco.

Natale è mezzanotte se ti sbrighi riesci a fare un altro cliente e a Natale lo sai, la festa è doppia.

*

© Elisabetta Bucciarelli

Nota: L’autrice precisa che il racconto che avete letto è il primo da lei scritto, che al tempo aveva vent’anni, che lo scrisse per un concorso indetto dal quotidiano La Repubblica, che il racconto venne poi pubblicato dal quotidiano, che il premio furono un paio di Levi’s 501, che ancora indossa.

Questo Natale #11: Francesca Marzia Esposito, Flegont e Morgana

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

e sempre si finiva a parlare DiStanze nelle distanze dove noi due sostavamo reali. Accadevano cose, eravamo toccati toccanti nei concreti grigiori ovvi là fuori a miriade spersi, lui mi salvava e anch’io gli producevo salvezza, collegati interconnessi cominciava il nostro natale la sera di tutte le sere verso le nove le parole sue diventavano mie, e me ne diceva di cose, Flegont: La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri, di fabbriche e specchi della frutta falsa più vera della vera di Kubrick della simmetria la caverna dei mari e dei mondi esistenti, dell’inesistenza, del desiderio suo di me nel volere alloggiare il mio dentro, D’esistere tra cieli ed ignorate spume. O notti! né il chiarore deserto del mio lume, anche in francese mi ripeteva Mallarmè, delle donne la musica barocca di foto scattate bruciate di scarti gli avanzi, del cadere, della verdura in pastella di Kant i sommergibili del male suo saettato in una scossa tra la spina dorsale e la gamba scassata, di quello e quell’altro mi parlava – e mi prendeva nel giro, Flegont – Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

io rispondevo poco poco, mi doveva scucire tutto di bocca. Sfilavo il bracciale le mani fredde di fine giornata davanti allo schermo acceso con lui d’immagine spento. Flegont era un eikon e anch’io lo ero, ma lui di un dipinto, chissà perché si era scelto quel quadro, quell’uomo posato di tre quarti raffigurato su sfondo scuro sotto un copricapo rosso inchiostrato, chissà com’era Flegont mentre lo avevo attraverso lo schermo sul tavolo mio sul letto o divano, non lo guardavo e per forza, Flegont, che nome strano, per me era solo parole in grassetto e se ci ripenso lo amavo, se ci ripenso di quell’amore fermo senza passato o futuro in mezzo al mio niente che pure era qualcosa, era settembre novembre pioveva, era il ventiquattro dicembre la sera di tutte le sere era natale la neve cadeva mentre il mio niente si riversava nel suo di nuovo mio –  e dovevo fare i regali, dovevo sbrigarmi.

ti ho letto, scrisse la prima volta. Si riferiva a una cosa di cui mi vergognavo, settantamila battute di un’esplosione primordiale, descrivevo detriti, la fuga dei ratti e delle farfalle, così cominciava a odorare d’antico il nostro natale, ero a distanza, di casa, di stanza, la mia, nella città non sua non mia, più di nessuno, che all’improvviso collassava, e tutte le volte pensavo Ecco ci siamo, poi la paura si scollegava, ti prego non leggermi più. Costruivo trame di storie inventate, DiStanze mi dava tre mesi di tempo, io rispettavo le loro scadenze per non vedere bloccarsi lo schermo, forzosamente, da chi da che cosa non lo sapevo, mentre al di qua sopravvivevo, a lavoro andavo quando potevo, aspettavo che le strade fossero sgombre, che la guglia riprendesse a illuminare l’aria d’amianto, dalle persone mi scansavo, ero sola come dicevo o forse il contrario, facevo la donna scollata dal resto, un corpo svuotato davanti a uno schermo, e solo lo era anche Flegont, non aveva figli né moglie, così mi diceva, io gli credevo, diceva Ho due gatti, che cosa facesse di preciso non so, me lo disse in principio, l’ho detto: non è stato mai natale prima di Flegont, e mi chiamavo Morgana, ora non più.

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Questo Natale #10: Anna Toscano, Il Natale di Garcia

MIlano, Villa Litta, foto gm

MIlano, Villa Litta, foto gm

Il Natale di Garcia

“Maestro Garcia, il volume! Abbassa il volume Maestro Garcia!”.
Vaccacapra sempre la stessa storia in questa topaia, il prossimo mese me ne vado.
“Maestro Garcia abbassa! Basta con questa televisione!”.
“Devo distrarmi per tutti i pianeti, lasciatemi in pace! È Natale anche per me!!!”
“Rispondi Maestro, apri questa porta”.
“Andate via, non osate entrare”.
“Maestro buttiamo giù la porta, Maestro rispondi”.
“Via via via andatene via”.
“Maestro, Maestro, madre santissima parlami Maestro, mi vedi? Mi senti? Misericordia chiamate un dottore”.
“Ma che dottore e dottore, per tutti i pianeti ti vedo e ti sento anche troppo, adesso chi la paga la porta?”.
“Un medico subito, Faria chiama l’ambulanza”.
“Ma sei sorda Aparecida, non chiamare nessuno”.
“Faria subito! non parla, guarda ha tutta questa bava, muove un po’ gli occhi, santa madre santissima”.

Le donne e gli astri la mia rovina, questa capra non ha mai capito nulla sa solo andare avanti e indietro con quel suo culo secco per le strade, e poi piange che tira su pochi soldi, con quel culo secco dove vuole andare. Quale forza misteriosa me l’ha messa nella stessa pensione, ogni mattina a piangere e a chiedermi le carte.
“Maestro Garcia, maestro Garcia ti prego rispondi, dimmi qualcosa”.
Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa, tutte con le stesse due parole in bocca: dimmi qualcosa. Sono passati ormai vent’anni da quando, in un dicembre caldissimo, andai a sedermi all’ombra di un albero in praça da República: ero lì seduto su un masso che recinta un laghetto artificiale, sudavo e maledicevo tutti quelli che mi avevano detto no nei negozi. Ero uno dei tanti giovani che veniva dalla costa e cercava fortuna nella metropoli, giornate di sorrisi stirati e mani che indicavano l’uscita. Molti di noi si infilavano nei bordelli a basso costo, alcuni si avventuravano per due soldi nei viaggi procurati dal crack, tutti dormivamo lungo la strada. Io cercavo di non rovinare troppo gli unici pantaloni con una giacca che mai avessi posseduto, me li avevano regalati i miei fratelli, con una colletta in paese, per sposare Doralice.

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Questo Natale (bonus): Giovanni Raboni, Niente sarà mai vero come è

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Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque dicembre
millenovecentonovantatré
con il suo tranquillo traffico d’ombre
*
*
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia? per te
*
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita – ma se viene
solo ora al suo compimento di morte*e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.

*
© Giovanni Raboni, da Quare Tristis (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

Questo Natale #9: Ivano Mugnaini, Il dono

berlino, foto gm

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Il dono

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa
 chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

 

 

 

          Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

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