Giorno: 27 novembre 2015

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità (di Giuseppe Ceddia)

Invernizio 20 anni

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità

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Il 27 novembre 1916 ci lasciava Carolina Invernizio. Una scrittrice che a molti, probabilmente, poco dice. Ma un’autrice che, al contempo, meriterebbe di esser riscoperta.

Nata a Voghera il 28 marzo del 1851, il suo nome – assieme a quello di Francesco Mastriani – è legato soprattutto a quel fenomeno letterario comunemente definito “romanzo d’appendice”, per intenderci quello che compariva, a puntate, in appendice, appunto, ai quotidiani. Figlio del feuilleton francese (I misteri di Parigi di Sue né è lampante esempio dimostrativo) il romanzo d’appendice assai spesso conteneva in sé elementi mutuati dalla cronaca, trame fitte di intrighi a scatole cinesi, peripezie che oggi farebbero impallidire un ottimo giallista. Romanzo di genere certo, ma non per questo privo di quella lucidità, di quell’occhio vigile sugli aspetti e sulle catastrofi che l’esistenza comporta. Complice la definizione che di essa diede Antonio Gramsci, il quale la ribattezzò “onesta gallina della letteratura popolare” (Cfr. Letteratura e vita nazionale), il nome della Invernizio è spesso conosciuto solo dagli addetti ai lavori, in particolare dagli ottocentisti. Eppure alcuni titoli di suoi romanzi (molti dei quali trasposti al cinema; versioni filmiche delle sue opere sono accreditate dal 1912 – epoca ancora del muto – sino agli Settanta) sono imprescindibili per chi voglia accostarsi alla letteratura del mistero, o nera, presente in Italia.

Il bacio di una morta (1889) o Sepolta viva (1896) sono esempio di quanto suddetto. Il “nero” del gotico anglosassone (pensiamo soprattutto ad Ann Radcliffe) si sposa al “rosa”, il tutto ben dosato a creare un pastiche tematico che – in qualche modo – anticipa lo stesso romanzo poliziesco. Non mancano, del resto, anche episodi fiabeschi come I sette capelli d’oro della fata Gusmara (1909) o episodi di carattere storico-sociale. Non stiamo parlando sicuramente di una scrittura che tocca chissà quali vette, però i romanzi della Invernizio scorrono in modo fluido, senza ostacoli, e molti autori moderni dovrebbero forse imparare da lei i trucchi degli intrighi. L’amore diventa oscuro nei suoi romanzi, diventa tormento etico-estetico del soggetto, eppure quanta forza e quanta dignità riesce a infondere nelle figure femminili, spesso protagoniste dei suoi romanzi. Un piccolo aneddoto: oltre la definizione gramsciana, si pensa che l’epiteto “casalinga di Voghera”, aduso a designare la mentalità della donna media, provenga proprio da alcuni critici della Invernizio.

Col senno del poi ci vien da chiosare che, se tutte le casalinghe scrivessero così, sarebbe un bel successo.

© Giuseppe Ceddia

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
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