Giorno: 21 novembre 2015

Krill, di Gabriele Belletti (Marcos y Marcos, 2015)

krill

Gabriele Belletti, Krill, Marcos y Marcos, 2015, € 17.

C’è una scansione temporale in Krill da histoire événementielle, una finestra che va dal 20 aprile al 4 agosto 2010, corrispondente ai tristissimi onori della cronaca in merito all’esplosione e all’inabissamento nel Golfo del Messico della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera appartenente alla compagnia inglese British Petroleum. I danni ambientali conseguenti a quegli accadimenti furono disastrosi.
Il “campo” marino, il profondo «blunulla» come lo chiama in modo brillante Belletti, è l’ambientazione di tutte queste pagine: il mondo liquido, molte volte offeso – sappiamo, per poi dimenticarcene – e deturpato, sfuggente e silenzioso sempre, e sempre da cantare perché onirico, dei mari.
Cantare, appunto. Si canta, alla fine, per superare il dolore. Troviamo una bella pagina di “educazione”, in proposito: «Il dolore non è condizione / piana, ma è scala, / solo chi nelle rampe / più distanti da terra ormai si trova / giunge a qualcosa, a un dove, / a un’indicibile prova» (p. 64). Ecco, nel correre tutto del libro vi è insistente la ricerca, compiuta occorre dire, di un canto originale, di data in data, una melodia che suggerisce qualcosa di dolce, che sfida e sfuma la tristezza, tanto che pare di essere alle prese con un dondolio permanente, capace di raccontarci l’avventurarsi di Dina in questo suo scandaglio sognante. Scandaglio di sé, della psiche e del divenire del mondo, terribile e allo stesso tempo luminoso. «Dina / che ritorna / a respirare», che da chiuso corpo morente perso nel vuoto (la sua è una vita consegnata ormai all’ospizio) «si lascia / rendere / altro»: una balena. Accadrà infatti che, giunta al suo morire, nel suo morire, «Dina si è fatta balena».
Deepwater Horizon e la balena Dina dunque, “due grandi vettori tematici, narrativi e simbolici” si fronteggiano, scrive efficacemente Fabio Pusterla nella quarta di copertina. Sono giustificate in questo senso, in questa idea di poesia (questo “fronte”), la presenza e la funzione del “coro”, voce collettiva in cui s’innesta il canto della metamorfosi di Dina.
Tra le due citazioni d’inizio, in esergo, spicca il Giudici di O Beatrice, con la poesia dal titolo Corpo, dove campeggia un grande Io a dare intonazione al verso, poi un trattino, e ancora: che senza posa esploro.
Si tratta di un invito, è evidente, che l’autore porge anche a se stesso, al proprio tentativo di fare poesia. Un tono idealmente completato dalla specificazione offerta da altri versi posti in esergo, dopo il prologo: «Per sempre si è / chiusi nel corpo / mai nella mente».
Il “corpo”, tema-termine tipicamente (forse, così si dice) assegnato alla poesia femminile, Belletti invece lo tratta in poesia superandolo, o verrebbe meglio da dire lo eccede, assegnando alla mente il compito di disegnare una via che è narrazione onirica. Sogno e narrazione: di qui la voglia e la capacità di esplorazione che l’autore mette in scena. Fin dove? Per scoprire cosa, alla fine? Il Krill, l’addensamento cioè di piccolissimi crostacei presenti nel plancton, di cui si nutrono le balene. Quindi, ecco il nutrimento, l’idea di un nutrimento possibile solo andando a fondo, oltre la cronaca, le date, oltre una sterile histoire événementielle, per ritrovare una possibile “forma” di rinascita e, oltre il dolore, forse di felicità.
Krill è della famiglia dei libri progettati, molto strutturati. È la sua forza, certo, e  al tempo stesso chissà, il suo limite. Un vero e proprio libro, di poesia, anzi di narrazione in poesia. Anche questa può essere avvertita come la sua forza e, insieme, il suo limite. Al lettore, a seconda della propria idea di poesia e del “gusto”, spetta ovviamente il giudizio. Ma il risultato, non v’è dubbio, è affascinante, riuscito, originale. Per effetto, soprattutto, dell’idea centrale, così forte e attraente, e per la capacità di far coincidere lo stile all’idea (uso della rima, dell’enjambement, e il movimento più generale della parola nella postura dei versi). Molti e vari sarebbero gli esempi. Ora, bastino i bellissimi versi di pagina 72: «Gli alberi anemoni allungano / i tentacoli per richiamarla / nel paesaggio infantile // Non si sa dove, / cancellati sono il nome / del paese e i volti / nel cortile».
E di lì, di respiro in respiro, verso acque trasparenti, purissime, lucenti, oltre la chiazza maledetta, oltre il nero, il dolore, appunto: la felicità.

© Cristiano Poletti