Giorno: 18 novembre 2015

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 5 Dario

Milano, Foto GM

Milano, Foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 5 Dario

Il nome poi glielo metteranno sul cartellino, ma lui lo darà falso. Ci pensa, a un nome credibile. Poi intravede il collega. È già lì seduto in poltrona con il giornale aperto e l’aria concentrata. Quando Dario gli passa affianco, sulla banchina, quello, da dentro il vagone, alza gli occhi e si vedono. Alzano entrambi le sopracciglia in segno di reciproco saluto.
L’azienda ha fatto un errore. Li ha mandati tutti e due allo stesso convegno. Per fortuna che non sono finiti sullo stesso vagone. Già questi convegni sono un strazio di per sé. L’azienda ti manda sempre troppo vicino alla sede, non c’è da prendere l’aereo e non ci scappa la notte in albergo. A Dario va bene anche così. Ha ancora addosso il torpore del sonno. Inizia il suo gioco preferito.
Dario è un agente segreto in missione. Si diverte a studiare i suoi compagni di scompartimento. Dà a vedere di essere impegnato in attività che non c’entrano nulla con il suo lavoro. Legge giornali mai letti prima facendo vedere bene a tutti il titolo della testata. Corteggia ragazze con lo sguardo. Tiene addosso la giacca e non allenta la cravatta. Pensa a ciò che gli altri stanno pensando di lui. Si culla fra mille pensieri e finisce per dormicchiare.
Poi il cellulare vibra. Dario assonnato guarda lo schermo. È il capo che chiama dall’ufficio. Dario fa una voce neutra e dice: pronto. Allora come va? Tutto a posto? Dario seguita il tono neutro e allunga lo sguardo fuori dal finestrino. Dice: positivo, tutto da programma. Il capo chiede: e l’altro l’hai visto? Affermativo, il contatto è avvenuto alle 06 e 15 minuti, il nostro uomo è sul treno. Il capo, abituato a Dario, dice solo: vabbè controllavo solo che ti fossi svegliato in tempo, ci vediamo domani… Dario chiede: e per la valigetta? Ma il capo ha già attaccato. (altro…)

Una frase lunga un libro #35: Luciano Funetta, Dalle rovine

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Una frase lunga un libro #35: Luciano Funetta, Dalle rovine, Tunué, 2015, € 9,90

*

Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola. Quando Rivera uscì dal suo nascondiglio, noi eravamo pietrificati dalla paura e dalla stanchezza. Rivera invece non tremava. Sapevamo che sarebbe entrato nella foresta che divorava la casa e che qualcuno lo stava aspettando nel buio. Nessuno sa cosa successe dopo a Rivera, tranne noi.

Questo romanzo comincia così, ma non è del tutto vero. Quello che è vero è che questo brano è posto all’inizio del romanzo, ma potrebbe esserne il finale, potrebbe essere parte di un sogno che uno dei protagonisti fa nella parte centrale, potrebbe non verificarsi mai, potrebbe essere soltanto un’immagine in dissolvenza o un simbolo. Simbolo che potrebbe significare che questo Rivera, di cui non sappiamo ancora nulla, metaforicamente sparisca o si perda, metaforicamente si ritrovi. Dalle rovine, romanzo di Luciano Funetta, che esce domani per Tunué, può darsi che sia un libro in cui la gente si smarrisca fino a dissolversi o a distruggersi, ma andiamo per ordine.

Rivera dunque, è lui il protagonista, lo sappiamo dal primo capitolo. Rivera è un uomo solo e solitario, uomo che ha scelto entrambe le cose. Un giorno ha scelto tra la moglie, il figlio e i serpenti che alleva. Ha scelto i serpenti. Tra il lavoro di giornalista e restare in  casa con i suoi serpenti. Ha scelto i serpenti. Può permettersi di non lavorare, di lavarsi e alzarsi quando vuole, può fare a meno di tutto, eccetto dei serpenti. Rivera ha cominciato ad allevarli quindici anni prima, serpenti velenosi di diverse specie, alcuni di facile reperimento, altri meno, serpenti che nutre, che coccola, che usa. Serpenti dai quali ricava piacere, forse riceve amore. Rivera è un uomo che da subito appare inquietante ma non inquieto, non è terribile ma al terribile è pronto, è destinato.

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