Giorno: 16 novembre 2015

“Varianze” di Maurizio Giudice (Giuliano Ladolfi Editore, 2015)

Maurizio Giudice, VarianzeAi margini non ci sono nomi, ma corridoi vuoti
e macchinette rotte.

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Da molto ripeto a me stesso che bisognerebbe continuare a pubblicare piccole plaquette di poesie invece di pseudo libri compiuti; accogliere meno l’estro ineducato di chi vuole a tutti i costi vedersi pubblicare un titolo uguale a tanti altri; educare, insomma, a misurare il proprio passo e il proprio respiro.
Ecco perché ho gioito per la pubblicazione di Varianze, di Maurizio Giudice, da parte di Giuliano Ladolfi: perché Ladolfi è un attento editore quando si assume tutta la responsabilità di un’operazione come questa (e la prefazione ne è testimone).
Attraverso tredici brevi poesie il catanese Giudice ci invita a riflettere sul senso di spaesamento, straniamento che coglie sempre chi si pone domande sull’esistere, sottraendo ogni elemento superfluo fino alla scarnificazione assoluta: è ciò che resta ciò che conta! E potrebbe trattarsi anche di un’interrogativa indiretta alla quale potrebbero rispondere i quattro versi di Valerio Magrelli posti in esergo («Questo per dire quanto / resta di qua della pagina / e bussa e non può entrare, / e non deve»), tratti da una poesia di Ora serrata retinae che era già una dichiarazione di poetica in quel folgorante attacco («Dieci poesie scritte in un mese / non è molto anche se questa / sarebbe l’undicesima. / Neanche i temi poi sono diversi / anzi c’è un solo tema / ed ha per tema il tema, come adesso»), e che ora viene assunta in toto da Giudice (se è lecito da parte mia dare questo valore a un esergo).
Detta così ogni cosa sembra ovvia, banale e soprattutto sa di già scritto e riscritto. Ma cos’è la scrittura se non riflessione e meditazione su un pensiero formatosi prima e che si tenta di fermare sulla carta, nella piena consapevolezza del fallimento («Il foglio che non ho saputo scrivere è stato usato / per appuntare verdure e numeri di telefono»)?
E allora si ricercano i mezzi per tenere a freno il rischio, arginare la materia: lo spazio e il tempo. Ridurre all’essenziale il ricorso alla parola senza correre il pericolo di mimare la lezione di Ungaretti (lontana anni luce), ma semmai distillando quella più luminosa di Luzi, ridotta all’osso.

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Permanenza

Non alle cose che verranno,
ma alla custodia di queste, al pane
mangiato in fretta, ai tuoi occhi vuoti
mentre parliamo d’altro.

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Così che il silenzio non basta,
bisogna raccontarlo, indicarvelo
col dito − un rumore
ininterrotto,
fermarsi: ecco.

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Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nel punto cieco degli occhi, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.

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Abbiamo attraversato vent’anni,
ma non sono serviti a renderci familiari.

Che il dolore non fosse una moneta di scambio
non ci è mai venuto in mente.

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Maurizio Giudice, Varianze, Giuliano Ladolfi Editore, 2015 (copertina)Maurizio Giudice
Varianze
Giuliano Ladolfi Editore
2015

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© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

Jonathan Carroll, “Mele bianche”

J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 - euro 16,50, e-book euro 6,99

J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 – euro 16,50, e-book euro 6,99

Di un libro bisognerebbe avere la possibilità, a volte, di non leggere fascette o quarte di copertina. Di più: bisognerebbe avere la possibilità di non sapere a quale genere si dedica, principalmente, il suo autore.
Potrebbe essere il caso di Mele bianche di Jonathan Carroll (2002, in Italia di nuovo con Fazi 2015, traduzione di Lucia Olivieri). Le prime pagine vedono il passeggiare di un uomo, Vincent Ettrich, fino alla vetrina di un negozio di intimo per donne; dall’altro lato della vetrina una donna bella, bruna e sottile, che sistema la merce e all’improvviso risponde spontaneamente a un suo spontaneo saluto; i due vanno a cena e lui riflette, mentre le strappa gesti e sorrisi che denunciano attrazione, sulla riuscita del suo corteggiamento. La donna si chiama Coco. A questo punto possiamo pensare (e sono passate alcune pagine) che il libro potrà svilupparsi in una storia d’amore o in un velenoso dramma borghese.
Senonché Vincent è morto, e ben prima di pagina uno. Ma non l’ha tenuto nascosto a nessuno: lo scopriamo con lui, è proprio Coco a inchiodarlo a questa certezza (e probabilmente non per la prima volta) spingendolo a tastarsi il polso. Vincent è morto da mesi e continua a non ricordare né il momento né chi, e perché, l’abbia portato indietro. Scoprirlo è il compito del libro.
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