Giorno: 15 novembre 2015

Parigi 13 novembre 2015

delacroixVenerdì sera ho tentato di guardare in televisione l’inutile partita della nazionale italiana di calcio contro il Belgio, sono riuscito, al di là delle mie stesse previsioni, a guardare l’intero primo tempo, prima di crollare in un sonno plumbeo sdraiato sul divano di casa. Dopo non so quanto tempo mi sono risvegliato in un dormiveglia infreddolito, sentendo voci dalla televisione ancora accesa, le immagini ormai erano quelle del telegiornale della notte e parlava, di un’ultima ora, di qualcosa che era accaduto a Parigi. Con gesti ipnotici, spengo la tv e mi infilo nel letto. Ieri mattina mi sveglio presto come al solito per andare a scuola, dopo poco si alza anche mia moglie che mi dice: “Hai visto cosa è successo a Parigi?”, solo a quel punto mi rendo conto che ciò che avevo percepito nel dormiveglia la sera prima non era frutto di un sogno. Accendo la televisione e seguo le news, apro il Pc e scorro anche i commenti, ormai già dilaganti, su FB e gli altri socialnetwork. Dunque è accaduto sul serio, non era un sogno, di nuovo a Parigi, come a gennaio. Quando vado a scuola faccio lezione normalmente come se nulla fosse accaduto, senza pensare neanche per un istante di poter parlare delle stragi della sera prima. Mi chiedo perché. Perché non l’ho fatto, perché non ne ho parlato, io che tra l’altro insegno storia e filosofia. Per indolenza, incompetenza, pigrizia? Non so. Solo dopo in mattinata, finite le ore di lezione, ci ho riflettuto e, forse, grazie proprio alla confusione del dormiveglia con cui mi è giunta la notizia, l’incapacità di distinguere tra realtà e dimensione onirica, sono riuscito a darmi una risposta. Certi eventi per la loro enormità suscitano un sentimento di angoscia e sgomento, a cui, quasi per scacciarli o meglio rimuoverli, si risponde immediatamente con parole spesso incontrollate, aprendo il fiume dell’emotività che non dà ragione a ciò che è accaduto, non serve a chi è coinvolto, ma serve solo a chi non accetta la dimensione profonda del dolore e del silenzio, cercando di diluirlo con un atto di esorcismo e rimozione. Invece il silenzio quasi sempre è l’unico autentico custode del sentimento di incredulità nei confronti del dolore, è il solo luogo in cui si può preservare lo spazio sacro dello sgomento e dell’orrore, soprattutto per chi non è chiamato per mestiere a dare una risposta immediata, come i politici o come i giornalisti. Chi invece è spettatore, se pur, in quanto uomo, dolorosamente partecipe, ha il diritto e anche il dovere del silenzio, quello vigile, custode dell’intelligenza che cerca di riallacciare i fili della realtà, che cerca di porre domande essenziali. Ma poi arriva il momento di rischiare di capire, seppur in maniera sempre parziale, di dare una ragione a quel che accade, mantenendo sempre distinti il dar ragione agli eventi e il giustificare e il relativizzare. Ed è proprio lo sgomento, il dolore e il rispetto per le vittime che mi porta a dire che ciò che accaduto a Parigi ci riguarda da vicino, non tanto perché è possibile che accada anche in Italia, ma perché drammaticamente si parla del nostro presente e del nostro futuro. La Francia è il paradigma radicale, nel bene e nel male, di quella che è la nostra società, aperta, laica, edonista, anche violenta e competitiva allo stremo, ma in cui si manifestano libertà e stili di vita a cui la maggior parte di noi, che pur viviamo invece una nazione ancora confessionale, non è risposto a rinunciare, anche perché molti di noi sanno che non sono doni piovuti dal cielo, ma frutto di lotte e conquiste storiche spesso anche non volute ma che ormai fanno parte della nostra esistenza. Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa ha fatto di tutto per non essere coinvolta in alcun conflitto, e spesso ha anche rifiutato la stessa idea di guerra. Da ora in poi questo non sarà più possibile, rifugiarsi dietro un pacifismo generico, usare l’espediente retorico che i morti sono tutti uguali e che non piangendo in maniera adeguata quelli degli altri, non siamo autorizzati a indignarci per i morti europei, significherà non comprendere cosa sta accadendo.
La dimensione della religione, per me laico e non credente, è una dimensione dello spirito che non sento mia, ma esiste da sempre nella storia dell’uomo e riempie di senso l’esistenza di miliardi di uomini. Il monoteismo per la sua stessa struttura è spesso bacino di integralismi, lo è stato il cristianesimo nel passato, lo è adesso l’Islam, questo mi sembra difficile da negare, ma ridurre quello che sta accadendo a una lotta di religione o di civiltà significa fraintendere l’effetto con la causa. L’Islam nella sua versione radicale è lo strumento di una lotta totale su scala mondiale dei servi, di chi è e si sente sottomesso dall’occidente colonialista, anche se poi è finanziato da multimiliardari arabi ufficialmente alleati con i suoi nemici, contro i padroni occidentali, da cui cercano tragicamente di essere riconosciuti. L’idea che l’Europa possa rimanere fuori da questo conflitto su scala mondiale, che è anche una guerra civile all’interno del mondo islamico, è puerile e illusorio. L’idea che noi europei, dalla parte dei padroni da secoli, e che però in base ai nostri valori accogliamo il diverso ma non riusciamo ad integrarlo, autoflagellandoci e mortificandoci con un mea culpa non richiesto possiamo tenerci al riparo da tutto quello che sta accadendo è semplicemente ridicola. L’Europa deve riscoprire cosa è stata, cosa della sua storia merita di essere salvato ed essere disposta a preservarlo con i mezzi appropriati. Penso che questo lo si debba anche alle future generazioni. Rimuovere il dolore, il male non è utile, cercando di esorcizzarlo spostando il problema in un’altra dimensione, come quella della morale astratta, soppesando con il bilancino responsabilità è suicida. I fatti di Parigi e il rispetto che si deve alle vittime deve farci prendere coscienza che l’ecumenismo, sia esso laico che religioso, è finito, che lo stesso concetto di Umanità ha perso di valore e di peso ed è diventato esso stesso strumento politico e di guerra. Adesso, invece, bisognerebbe riprendere una grande eredità del pensiero occidentale, quello del principio di realtà. La razionalità occidentale ha inventato, uscendo dal fideismo prefilosofico, sia il concetto di realtà che quello di ragione, il loro incontro e l’analisi dell’una a partire dall’altra è ciò che ha permesso all’uomo occidentale di diventare quel che è. Dovremmo recuperare questa specificità, e comprendere che ora il principio di realtà ci mette di fronte a uno stato di guerra, asimmetrica, terroristica, frutto degli errori e delle ambiguità degli stati occidentali, che hanno risposto all’aggressione dell’11 settembre senza però avere la capacità di imporre una pace reale, ma, comunque la si chiami, e a chi si voglia attribuirne l’origine, di guerra – civile, mondiale, per il momento ancora a bassa intensità – si tratta. Questo non significa che bisogna portare la guerra su vasta scala domani mattina in una zona già devastata, come qualche cialtrone nostrano chiede, ma rendersi conto noi cittadini comuni che quello stato di pace a cui siamo affezionati e che ci sembra naturale almeno da settant’anni a questa parte, naturale non è e che da ora in poi dovremo fare i conti con il conflitto e con l’esistenza del nemico. Se noi riconosciamo chi è veramente il nostro nemico, il terrorismo di matrice islamista e cosa vuole da noi, forse capiremo chi siamo diventati e cosa vogliamo salvare della nostra storia. Il terrore è la condizione della nostra contemporaneità ed è figlio della stessa dimensione globale della nostra epoca e della dimensione altamente tecnologica della nostra società. Capire questo non significa rassegnarsi al terrore, ma guardarlo in faccia, reggerne l’impatto annichilente e vivere in un nuovo paradigma dell’umano, che fa proprio la dimensione profonda del pericolo e impara a gestirlo e a renderlo non più fonte di disperazione ma di forza esistenziale. Questo è il dovere che abbiamo verso noi stessi e verso le future generazioni per non sprofondare in un sonno disperato e mortale e, per quel che mi riguarda, io ho verso i miei alunni che domani incontrerò e con i quali cercherò di parlare, con mente fredda, ma partecipe, di quello che sta accadendo.

Francesco Filia

Poeti della domenica #24: Sibilla Aleramo, Tu, poesia?

sibilla-aleramo-poetarum

Tu, poesia?

E se fossi tu, poesia,
a farmi vincere?
Dove non valse il pianto,
dove non valse l’umile attesa.
Con la tua fiamma, poesia,
ch’egli in me un poco amava.
Fossi tu a toccarlo, a riportarmelo!
Cose grandi, tante,
nel tempo, insperate,
senza ch’io chiedessi,
m’hai conquistate!
Egli altro non è che un fanciullo stolto,
un povero, malato fanciullo,
puoi tu raggiungerlo?
Luce di stelle è in te.
Fammi vincere!
Da cento e cento notti
invano la mia voce lo chiama,
ma tu carezzalo,
o afferralo, non so,
ridonamelo,
è un povero fanciullo, ma è l’amore,
e tu che sei mai, poesia,
se fra le mie mani non riporti il suo viso?

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da: Sibilla Aleramo, Selva d’amore, Newton Compton, 1980

I poeti della domenica #23: Giorgio Bassani, Commiato

Giorgio Bassani Poetarum

Commiato

Scordami qui, disteso coi più vecchi, assopito
nel campo tutto arreso a uno sguardo infinito.

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da: Giorgio Bassani, L’alba ai vetri. Poesie 1942-’50, Torino, Einaudi, 1963