Giorno: 12 novembre 2015

Claudia Luisa Perin, L’arte della misura. La prefazione di Plinio Perilli e una scelta di poesie

Perin_copertina

Implosione con rosa
eucalypthus e mandorlo fiorito

(per Claudia Luisa Perin,
poetessa concreta e immaginifica,
visionaria temprata della Dea Realtà)

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Che bello quando una raccolta poetica risuona d’armonie e insieme cova dissonanze più orchestrate d’una tessitura musicale! Che bello quando il dettato lirico dipinge o trasfigura le immagini, i colori, come una grande tela d’un artista che ritragga la natura, il creato tutto come un unico viso, specchiato dialogo col nostro!
Ricordo una pagina indimenticabile di Eugène Delacroix, maestro della pittura romantica francese e dunque europea del pieno ’800, nel suo intrigante e segreto Diario:

“Constable dice che la superiorità del verde dei suoi prati dipende dall’essere composto di una infinità di verdi diversi. La mancanza di intensità e di vita che hanno comunemente i verdi della maggior parte dei pittori di paesaggio, deriva dal fatto che essi li fanno ordinariamente con una tinta uniforme. Questo che dico del verde dei prati si può applicare a tutti gli altri toni.”

Questa bella, sorprendente raccolta di Claudia Luisa Perin – L’arte della misura – riesce appunto a usare, a scegliere, porre le parole come note armoniose – o meglio, pennellate e cromìe: esose o estuose, secondo l’ordito lirico, l’ispirazione che esse accompagnano, incarnano e rappresentano. Ed anche il suo verde, ideale o concreto, se è bello, lo è soprattutto perché è miscela, media, miscellanea di verdi diversi.
Verde è ad esempio il titolo d’una intera sezione: eppure il color verde non vi ricorre mai direttamente, ma è nominata la linfa, il nutrimento segreto, la pennellata nascosta che sùbito porta alla luce quella gemmazione, la nota liberata perché di noi, in noi, rifiorisca:

Stanotte, sulla strada di casa
il mandorlo si staglia fiorito
nel buio, fantasmico, bianco.
Mi appari
tra le sue radici deposta
dando a lui linfa,
e lui a te, Gatta,
conforto di bellezza…

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Menzogna romantica e verità proustiana: la Recherche secondo René Girard – di Alexandre Calvanese (seconda parte)

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A Combray si aggira lo snob per eccellenza: Legrandin, che tuona contro gli snob proprio perché è uno di essi, che proclama la sua indipendenza e rivendica la sua «mentalità giacobina»,30 e che afferma di non aver mai voluto conoscere i Guermantes quando invece il fatto di non conoscerli rappresenta il grande dolore della sua vita.31 Nella famiglia del Narratore la scoperta dello snobismo di Legrandin genera due diverse reazioni: quella divertita della madre e quella più risentita del padre, il quale «faceva fatica a prendere con altrettanto distacco e allegria gli sgarbi di Legrandin.»32 Come spiegare questa differenza, soprattutto dal lato del padre? Forse con lo stesso parametro con cui il Narratore spiega l’ostentato disprezzo di Legrandin per gli snob: «Non poteva sapere, almeno da se stesso, di esserlo anche lui, giacché noi non conosciamo mai che le passioni degli altri, e quel che arriviamo a sapere delle nostre è solo dagli altri che abbiamo potuto scoprirlo.»33 Anche il padre del Narratore cova, infatti, un’ambizione snobistica: vuole essere eletto all’Institut e per riuscire nell’impresa conta sull’appoggio di Norpois34 che però, inaspettatamente, si rivela l’ostacolo maggiore.35 Questo personaggio sembra così smentire la lettura di Girard che lo collocava tra le divinità della mediazione esterna sempre pronte a raccogliere l’appello dei fedeli ed esaudire le loro richieste ragionevoli,36 ma in realtà fornisce un esempio dinamico di mediatore che da divinità propizia (mediazione esterna) si trasforma in ostacolo (mediazione interna).
E che dire di Françoise, che considera «dei tesori follemente dissipati per un’ingrata»37 le monete che la zia Léonie regala ad Eulalie, e non per avidità di denaro ma perché destinate ad una persona che Françoise considera di rango sociale inferiore? Proust si sofferma con la consueta precisione analitica su questa vicenda, specificando che lo stesso dono, elargito a persone del medesimo rango sociale della zia Léonie, sarebbe apparso a Françoise «parte degli usi d’una vita strana e brillante come è quella della gente ricca […] che lei ammirava con un sorriso»,38 vale a dire di mediatori troppo lontani per diventare dei rivali. Basta, al contrario, annullare la distanza sociale per suggerire il confronto, e da lì la rivalità:

“Ma le cose cambiavano se a beneficiare della generosità della zia erano coloro che Françoise chiamava “persone come me, persone che non sono niente più di me”, coloro che lei disprezzava di più, a meno che la chiamassero “Madame Françoise” e si considerassero “meno di lei”. E quando si rese conto che, malgrado i suoi consigli, mia zia faceva di testa propria e sperperava il denaro – così almeno credeva Françoise – per delle creature indegne, cominciò a trovare piccolissimi i regali che le faceva la zia, a paragone delle somme immaginarie prodigate a Eulalie.”39

Lo snobismo di Françoise non manca di essere messo in evidenza in altri passi dell’opera. Uno snobismo che si orienta verso l’alto quando Jupien blandisce il suo amor proprio dicendole che anche la famiglia del Narratore, della cui condizione borghesemente agiata la domestica si sente indirettamente beneficiaria, potrebbe avere uno stile di vita altrettanto sostenuto di quello dei duchi di Guermantes – lusinga alla quale Françoise risponde con un gesto di modestia che vuol significare: «A ciascuno il suo genere; qui, siamo per la semplicità»,40 dissimulando dunque un’indifferenza per il lusso aristocratico in perfetto stile Verdurin. E uno snobismo che si orienta verso il basso quando Françoise deplora i regali che il Narratore fa ad Albertine perché Madame Bontemps, la zia di Albertine e di fatto sua tutrice, «aveva solo una domestica tuttofare»,41 collocandosi dunque ad un livello inferiore a quello della famiglia del Narratore.
Proust ci dice insomma che lo snobismo non è prerogativa esclusiva degli ambienti più ricchi ed oziosi della società; certo in quelli è più evidente, ma lo stesso meccanismo è rintracciabile negli ambienti sociali e professionali più diversi: gli ingegneri come Legrandin, i medici come Cottard, i notabili di provincia che trascorrono le vacanze a Balbec e persino le cameriere.

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