Giorno: 11 novembre 2015

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

Numana, foto gm

Numana, foto gm

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

A volte sì, a volte io mi accorgo di come sono vestito. Passiamo davanti a una vetrina e io mi avvedo di come vado in giro conciato. Sì, a volte io mi avvedo di essere vestito come un deficiente.
La gente non crede che io possa raggiungere questo grado di consapevolezza, ma io posso. Soprattutto non lo crede mia madre, che mi sceglie i vestiti. Il problema non sono i vestiti, naturalmente. È pure vero che per la maggior parte del tempo io non mi avvedo di quel che indosso e, vagamente, percepisco appena me stesso. Quindi il problema non sono mai i vestiti, il problema è la consapevolezza. Quasi io non vivessi nello stesso mondo in cui vivono loro. Quasi non vedessi la televisione, le persone, le dinamiche umane.
Anzi, io bado molto alle dinamiche umane. Ma solo quando capita che mi ci soffermi, perché, per la verità, la maggior parte del tempo io non faccio caso alle altre persone. Il fatto è che non mi toccano particolarmente gli affanni dell’umano genere. Io ho i miei, loro i loro e ognuno i propri. Questo è quello che credo, che mi è sembrato di capire dai libri che un po’ di tempo fa leggevo. A volte, però, mi capita di appassionarmi a questo o quell’evento. Roba piccola: una discussione in coda alla cassa del supermercato, una piccola arringa davanti al bancone del salumiere, un approccio amoroso fra adolescenti. Io osservo tutto, in questi casi. Le mani, gli occhi, la respirazione. E resto lì a bocca aperta, ma letteralmente, a fissare la scena, mentre ogni dettaglio mi investe e mi si espande dentro e io sono impegnato a mettere tutto al suo posto. Mia madre in questi casi, evidentemente non immagina che io stia facendo quello, mi dice sempre: non fissare. (altro…)

Una frase lunga un libro #34: Antonio Paolacci, Flemma

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Una frase lunga un libro #34: Antonio Paolacci, Flemma, Morellini editore, 2015, € 11,90

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Macaco osserva la goccia d’aria bloccata per sempre sul fondo del bicchierino, nel centimetro di vetro che fa da base al piccolo recipiente. Vorrebbe posare le armi ma non ce la fa, vorrebbe arrendersi ai bicchierini di liquore, buttarsi in ginocchio e chiedere perdono ai bicchierini. Vorrebbe anche lui un poco chiamare liquorino un dito di Vecchia Romagna, ma non gli riesce. Deve per forza sottrarsi dalla scena e può farlo solo guardando quel ragazzetto lentigginoso che ogni tanto butta un occhio all’orologio appeso al muro. Quel ragazzetto da salvare. Quel ragazzetto già perduto.

Scriviamo di un libro uscito due volte, la prima nel 2007, la seconda oggi. In realtà ci occupiamo di un libro nuovo, se non nuovissimo, per parecchi motivi. Il più semplice e logico è che la versione uscita in questi giorni per Morellini è completamente revisionata dall’autore. Già questo fa sì che Flemma 2015 sia diverso da Flemma 2007, anche Paolacci lo è, in otto anni cambiano un sacco di cose, ma dicevo questo è il motivo più immediato. L’altra cosa importante è che io la versione di allora non l’ho mai letta, quindi Flemma è questo che ho davanti a me, sul mio tavolo. Questo romanzo sembra proprio scritto in questi mesi, un romanzo che tiene conto dei tempi. Il fatto che i suoi protagonisti: Davide, Nicola, Luca, Macaco, siano giovani e siano giovani di dieci/dodici anni fa, quindi di allora, non toglie un briciolo all’importanza attuale della storia che Antonio Paolacci racconta. Flemma fotografa una generazione che aveva poco più che vent’anni nel 2000, ragazzi con una laurea in tasca e sogni consumati in fretta. Partiti da qualche sud, in questo caso il Cilento, per arrivare in qualche nord, nel nostro caso Bologna, per fare che cosa? Niente, alla fine, il continuo oscillare tra ribellione/rabbia e aspirazione/accettazione produsse (e produce) un’altalena sulla quale dondolarsi è rischioso e spesso è vano. Così è per ogni generazione, e per ogni generazione lo è diversamente.

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