Giorno: 7 novembre 2015

Del distacco e altre impermanenze, di Ketti Martino (Estratti)

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Se tu guardassi dal buco
che hai tracciato in cielo
vedresti il labirinto che conosci
e i punti stretti a ricucire albe.

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Quale fosse la dea che mi portava
al giorno, non mi è dato sapere
ma ricordo il bianco dei tuoi occhi
al cielo, contro i palazzi. E le pupille
a fissare l’ultimo fermo-immagine.

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*
Ai margini,
dove tracciavo l’invisibile tragitto,
il vento ancora supera le idee.
In quella solitudine che non implora cibo,
per occupare meno spazio al mondo
me ne sto col foglio bianco sulla soglia:
il naso, ricettacolo di sangue e abissi,
punge come scricchiolio di ossa.
Approdo al suolo, priva di memoria.
La vita vive in altri luoghi.

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*
Il dolore segue il risveglio della casa,
quel niente di concluso che mi avvolge.
trovo la parola dietro a ogni muro
e nel primo sorso di caffè trovo te,
intatto raggrumato sangue, risposta
saggia a domande impronunciate.

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*
Il mio sorriso senza bocca squadra
da parte a parte il cielo
racconta la prigione e le convesse vie di fuga.
Dall’esilio, il mio sorriso ingoia solo buio
e cicatrici mangiate come pane.
Tra lo spazio bianco e il rigo, traccio
il mio sorriso e i particolari,
e a volte il vero.

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Ketti Martino è nata a Napoli. Laureata in filosofia, abilitata in Psicologia sociale, ha insegnato nella scuola pubblica. Ha pubblicato le sillogi poetiche I poeti hanno unghie luride (Boopen Led, 2010) e Del distacco e altre impermanenze (La vita felice, 2014, prefazione di Rita Pacilio). Ha curato assieme a Floriana Coppola l’antologia poetica La poesia è una città (Boopen Led, 2011). Alcune delle Antologie in cui sono presenti i suoi testi: Alchimie e linguaggi di donne a cura di F. Coppola (Boopen, 2011), Alter ego. Poeti al Mann a cura di M. De Gemmis e F. Tricarico (ArteM, 2012), Percezioni dell’invisibile a cura di G. Vetromile (L’Arca Felice, 2013), Ifigenia siamo noi a cura da G. Vetromile (Scuderi, 2014). Vincitrice del Premio Speciale all’XI edizione del Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”.

Molti suoi testi poetici e di narrativa sono pubblicati su quotidiani e presenti in rete su siti letterari.

Menzogna romantica e verità proustiana: la Recherche secondo René Girard – di Alexandre Calvanese (prima parte)

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Nel nono capitolo di Menzogna romantica e verità romanzesca, intitolato «I mondi di Proust», René Girard istituisce un parallelo tra la struttura del piccolo mondo chiuso di Combray e quella dei salotti mondani parigini, in particolar modo quello dei Verdurin. L’analisi di Girard si articola in tre momenti, con un andamento analogo a quello che caratterizza la sua intera riflessione sull’unità del genio romanzesco: dopo aver messo in luce delle «analogie impressionanti»1 tra l’uno e l’altro universo, Girard individua poi un elemento che sembrerebbe differenziarli in modo radicale, per arrivare infine a riconoscere nel primo (con una specie di lettura figurale alla Auerbach) le premesse che verranno portate a compimento nel secondo. La nostra lettura intende ripercorrere queste tre tappe dell’analisi girardiana situando la dinamica del desiderio mimetico nel quadro di una delle opposizioni fondamentali che strutturano il romanzo proustiano – quella tra solitudine e socialità, tra autonomia e relazionalità, tra unità e molteplicità – per arrivare, sul finire, a cogliere la sorprendente analogia tra il metodo del critico e la tecnica compositiva del romanziere.

1.
Vediamo innanzitutto in che termini Girard pone l’identità tra Combray e il salotto Verdurin.

“Combray è un universo chiuso. Qui il bambino vive all’ombra dei genitori e degli idoli familiari nella stessa felicità intima del villaggio medioevale all’ombra del suo campanile. L’unità di Combray è spirituale prima di essere geografica. Combray è una visione comune a tutti i membri della famiglia. Alla realtà è imposto un ordine che dalla realtà stessa non è più distinguibile.”2

“[Nei salotti mondani] Vi è la stessa visione circolare, la stessa coesione interna sancita da un insieme di gesti e di parole rituali. Il salotto Verdurin non è un semplice luogo di riunione, è un modo di vedere, sentire, giudicare. Anche il salotto è una “civiltà chiusa”.”3

In cosa consiste questa visione comune, questo ordine imposto alla realtà? Girard propone numerosi esempi riferiti a Combray ma delega al lettore il compito di trovare il loro corrispettivo nel salotto mondano. Una rapida ricognizione del testo ci permetterà di validare la pertinenza di questo parallelo.
Tanto l’uno quanto l’altro universo sono fondati su precise abitudini. A Combray sono le passeggiate pomeridiane della famiglia del Narratore, o i momenti di distrazione dell’auto-reclusa zia Léonie, sapientemente distribuiti per colmare al massimo la lunghezza di giornate sempre identiche. Nel salotto Verdurin sono le quotidiane riunioni serali – il tacito obbligo di partecipare alle quali è appena dissimulato dietro il fatto che i padroni di casa non rivolgano mai formali inviti a cena: l’ospitalità con cui ad ogni fedele del piccolo clan viene assicurato di trovare «il suo posto a tavola»4 agisce come un imperativo ben più categorico –; oppure, più tardi, nei periodi di villeggiatura estiva, i mercoledì al castello della Raspelière,5 raccontati in Sodoma e Gomorra.
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