Giorno: 6 novembre 2015

Ivano Mugnaini, Cesare e Moonlover

pavese

MOONLOVER:   Caro Cesare, molti anni dopo la tua scomparsa gli occhi della morte non ti hanno raggiunto, non hanno ammantato di oblio il tuo ricordo, l’essenza delle tue parole, ciò che hai scritto e testimoniato attraverso il mestiere più duro ed ingrato: quello di uomo, di uomo solo. Per rivolgermi a te avrei voluto adottare uno pseudonimo che parlasse di miti immortali, di civiltà solari e felici. Avrei voluto chiamarmi Orfeo, il dio dal cuore umanissimo, fragile e senza fortuna, a te particolarmente caro. Ma sarebbe risultata una millanteria e una menzogna. Nella mia epoca la musica ormai esce soltanto dalle bocche di plastica delle casse acustiche made in Taiwan, e le sole possibili Baccanti sono le linee ADSL per correre più rapidi nell’Ade telematico di Internet, l’ammiccante ed ineffabile Plutone che ci nutre, ci coccola, e ci sbrana la mente e  il corpo.

            Ho optato così per uno pseudonimo più congruo, più adatto a conciliare i sentieri della mia realtà con i cieli del mio sogno. Moonlover, ho scelto, l’amante della luna, colui che corre dietro alla luna. È un nome che spero possa piacerti. La lingua inglese è stata per te solido pane quotidiano e ponte ideale verso l’America vera che hai amato. Quella delle strade e delle campagne, quella della gente, distante mille miglia dai grattacieli della retorica. Il riferimento alla luna inoltre fa volare il pensiero ai falò della tua terra, al libro in cui hai ancorato con più forza le radici del tuo affetto, al suolo del tuo Piemonte, alla gente autentica che soffre e ama in silenzio, al riparo dai riflettori del lusso e della Storia.

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Franco Buffoni, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli)

Franco Buffoni: Avrei fatto la fine di Turing.             Avrei fatto la fine d Turing

.         Avrei fatto la fine di Alan Turing
.         O quella di Giovanni Sanfratello
.         In mano ai medici cattolici
.         Coi loro coma insulinici
.         E qualche elettroshock.
.         Perché era un piccolo borghese
.         Il mio padre amoroso
.         Non si sarebbe sporcato le mani.
.         Controllando l’impeto iniziale
.         Vòlto allo strangolamento
.         Del figlio degenerato
.         Ai funzionari appositi
.         Avrebbe delegato
.         La difesa del suo onore.

.

In meno di due anni − gli ultimi due − Franco Buffoni ha dato alla luce tre libri di poesie: Jucci (Mondadori, 2014), O Germania (Interlinea, 2015) e il nuovo Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli Poesia, 2015). Come fosse mosso da una irrefrenabile vena, Franco Buffoni con un’ipotetica trilogia, o se vogliamo un polittico, ha sondato e scandagliato ogni anfratto dell’animo umano alla luce (incerta) di questo scorcio di secolo che ci ha immessi nel vero nuovo millennio, giungendo forse pure a farsi suo malgrado profetico in O Germania, libro che tratteggia ogni viva contraddizione di una dimensione social-economica fattasi poi cronaca di recente.
Una coscienza a nudo è ciò che emerge con fermezza dalle poesie inserite nella nuova raccolta; una coscienza che non solo interroga la storia (oserei dire che continua ad agire in Buffoni la lezione di Seamus Heaney), ma punta pure il dito, indica i colpevoli e i loro molti − troppi − voltafaccia.
Ed ecco allora che Alan Turing e Giovanni Sanfratello si fanno immediatamente simboli di ogni violenza contro chi non è riconosciuto per ciò che è, per il suo essere naturalmente ciò che è, per il suo pensare liberamente. E se la storia di Alan Turing ormai è nota, con un bel ritardo pari al ritardo delle scuse ufficiali, meno nota è la vicenda individuale di Sanfratello. Ed è così che ancora una volta spetta alla poesia il compito di portarci a riflettere sui limiti più che evidenti, palesi, di una società che negli ultimi anni sta smantellando ogni conquista passata in fatto di diritti civili. La castrazione chimica subita da Turing e il suo suicidio sono il simbolo della negazione della fisicità, dell’eros, della passione, della sessualità. Il rapimento di Sanfratello da parte dei famigliari e la sua riduzione, dopo ricoveri forzati, elettroshock, coma insulinici, allo stato vegetativo, sono il simbolo della negazione alla vita pur di non accettare l’esistenza di qualcosa che è altro da sé, e che per comodità chiamiamo diversità.
Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con la poesia: c’entra, certo, perché centra il nervo scoperto dell’ipocrisia, lo pone sotto i riflettori e lo porta a nostra conoscenza. E allora è chiaro il perché di quest’urgenza di dire, di pubblicare da parte di Buffoni: perché se non si parla, se non si sollevano le questioni che i soliti noti vogliono far tacere, tutto alla fine davvero sarà ridotto a un silenzio di tenebra.
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