Giorno: 3 novembre 2015

Giuseppe Ceddia, Soli nell’autunno che ci uccide

Parigi 2015, foto GM

Parigi 2015, foto GM

 

Soli nell’autunno che ci uccide

 

                                                                                                                                                   a Tommaso Landolfi

 

Il giorno in cui fu licenziato dal lavoro Guido Stuparich si svegliò con un grosso bubbone sulla tempia sinistra.
Il licenziamento non avvenne per malsane cause legittimate dall’assenteismo o da comportamenti equivoci, bensì per mera mancanza di fondi adusi a pagare il personale in sovrannumero.
E Guido Stuparich era in sovrannumero.
Il bubbone, invece, lungi dall’essere conseguenza psicosomatica di un evento tragico, aveva dignità a sé, era semplicemente e improrogabilmente frutto di un bisogno primario che lo Stuparich non esercitava da tempo, quello del sesso; dei sudori bollenti nelle fredde notti autunnali, mentre le coperte urlano vendetta per essere strizzate sul balcone interno di uno scarno edificio di periferia, Guido aveva nostalgia, una nostalgia intrisa di sensi di colpa e di peccati primigeni.
Vita mia, per piccina che tu sia, pensava Guido, meno tedio e più armonia… solo questo vorrei.
Guido Stuparich, uomo medio, cordone ombelicale tagliato regolarmente, latte bevuto dal seno materno senza problemi, pannolini che mai han provocato allergie, era il bambino perfetto, senza traumi fallici da pagare né tantomeno ingordigie anali da placare.
Fu convocato una mattina ombrosa, di quelle bigie come i topi schiacciati sull’asfalto, dal suo capo (grande capo Testa Pelata veniva chiamato tra i colleghi) il quale- senza se e senza ma – fu molto secco nell’annodare gli intestini di Guido nel momento in cui lo gettava elegantemente per strada. Sovrannumero Guido mio, la matematica non è un’opinione e tu sei qui da meno tempo di altri, che faccio butto per strada gli anziani, quelli che lavorano qui da sempre, da ancora prima che l’azienda esistesse, come spiriti conciliatori del tempo che fu? Non si può, non si deve.
Tu sei giovane Guido mio, hai tutto il tempo per cercare altro, magari qualcosa che ti renda anche più soddisfatto e moralmente arricchito, ma… a proposito cos’hai sulla tempia sinistra? Un grosso foruncolo schifoso ti è spuntato stamattina? Hai ancora l’acne Guido bello, sei giovanissimo. Rise il grande capo Testa Pelata, rise molto.
Guido storse il labbro inferiore in un ghigno bestiale da salivazione azzerata, della serie o taccio o l’ammazzo a mani nude; fu allora che il bubbone iniziò a pulsare e poco dopo esplose in un vortice purulento di giallognola materia e sangue, colpì in pieno volto il grande capo, sporcò i fogli sulla scrivania e il tappeto persiano ai piedi di questa, disegnò ghirigori arabescati nell’aria, coriandoli impazziti di materia organica.
La tempia di Guido si sgonfiò, restò un bel buco però. Il grande capo si avvicinò, dopo essersi ripulito, e disse a Guido che voleva dare un’occhiata alla ferita, si avvicinò al cratere sulla tempia di Guido, si avvicino sempre più, sempre più… poi entrò.
Fu allora che un senso di sbandamento colse Guido, il grande capo era sparito, gli pulsava la testa e gli ronzavano paroloni sconnessi nelle orecchie, fu preda di forti vertigini, cadde a terra.
Morì dopo un’ora e diciassette minuti.
La ferita si rimarginò e il grande capo non poté più uscire da Guido. Morì di solitudine anch’esso, nel buio tetro del corridoio di sangue grumoso nella tempia di Guido, morì solo come Guido.
Furono sepolti insieme. Fu il primo caso in cui un’unica bara riuscì a contenere comodamente due persone.

© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia (Bari, 1977), attualmente dottorando in Italianistica e Cultore della Materia in Letteratura Italiana presso l’Università di Bari; si occupa delle influenze del gotico anglosassone sulla letteratura italiana dell’Ottocento. In precedenza si è occupato del romanzo poliziesco italiano (in particolare dell’opera di Carlo Lucarelli) e di Igino Ugo Tarchetti all’interno del movimento scapigliato (due saggi su quest’ultimo si trovano in “Finzioni” e “Sul Romanzo”, on-line). Alcuni suoi racconti sono apparsi su “L’Immaginazione” (Manni editore); assieme a Emanuele Tonon e altri, è uno degli autori del volume “Racconti fuori dal fango” (Caratterimobili). Collabora col semestrale di critica militante “Incroci”, Adda editore (ultimo intervento è un saggio sulla letteratura sudamericana) e saltuariamente con www.puglialibre.it
Scrive di cinema www.peerformer.com/it/blog.html.
Gestisce il blog letterario “Tropico dell’Ansia”: www.giuseppeceddia.wordpress.com.
Nel 1999, nella sezione recensioni, ha vinto il Premio Letterario città di Bari.

La botte piccola #2: Andreas Eschbach, “Ti vedrò ancora”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il secondo appuntamento è con Ti vedrò ancora di Andreas Eschbach. Buona lettura.

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, "Miliardi di tappeti di capelli", Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, “Miliardi di tappeti di capelli”, Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Sto barando. Ti vedrò ancora, di Andreas Eschbach, non è un racconto ma un brano del suo romanzo d’esordio Miliardi di tappeti di capelli (1995, in Italia Fanucci 2001, traduzione di Robin Benatti). Vincitore del Gran Prix de l’Imaginaire nel 1999, il libro di Eschbach, appartenente al genere fantascientifico della Space opera, è in realtà una raccolta di racconti, un album di personaggi – ciascuno con il suo sistema – che ruota attorno alla presenza-assenza di un inarrivabile Imperatore galattico, e alla voce di una sua presunta detronizzazione da parte di un’armata di ribelli.
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