Mese: novembre 2015

Tu se sai dire dillo: Lettura dei poeti di Perigeion e di Gianni Montieri

biagio

Dal 17 al 19 settembre si è svolta a Milano (per il quarto anno) la manifestazione “Tu se sai dire dillo” ideata e organizzata da Biagio Cepollaro per ricordare Giuliano Mesa. Nella serata conclusiva ha avuto luogo una lettura di alcuni dei poeti del blog letterario Perigeion (F. Tomada, C. Tito, N. Iacovella e A. Devicienti, letti anche testi di M. Damaggio) e del sottoscritto. Su invito di Christian Tito e di Francesco Tomada pubblichiamo un video di quel reading, che testimonia non solo la lettura poetica, ma anche una certa fratellanza e di come l’idea di Biagio Cepollaro di ricordare Mesa attraverso l’apertura e l’accoglienza sia una delle strade da seguire. (gianni montieri)

Nuovi giorni di polvere di Yari Bernasconi. Nota di Federica Giordano

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Yari Bernasconi apre la raccolta poetica Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande, 2015) con un tono che si impone all’attenzione e che colpisce per maturità espressiva, soprattutto se riscontrata in un autore nato nel 1982.
Il prologo della Lettera da Dejevo pone il lettore nel bel mezzo di una narrazione storica che, per la sua essenzialità, sembra guardata da molto lontano e con occhi puliti. Questo testo mi ha ricordato moltissimo il gusto del poeta Reiner Kunze, in particolare la poesia Die Mauer. Come per Kunze, anche per Yari le architetture fisiche, i muri e le loro ombre sembrano diventare metafore della condizione esistenziale dell’uomo e delle sue esperienze.

Un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

La prospettiva neutra da cui Yari guarda e racconta è quella di una Svizzera osservatrice e mai partecipe, di cui l’io narrativo è portavoce. Si oppone a questo, un “tu” impersonale multiforme, un altro da sé che continuamente porta alla vista i resti delle devastazioni, mostra come una guida gli itinerari altri che hanno portato alla morte. Si rileva dunque in questo confronto una colpa, una malcelata condanna di questo comportamento che si potrebbe definire “politicamente omertoso” e di cui il singolo porta il peso.

M’accompagni fra le macerie come si fa con i bambini:
lo sguardo teso ad una mia colpa vaga,
levigata dal tempo e dai luoghi. Non vedi?

Il freddo della città estone e il suo viso deturpato vengono rievocati con la semplice elencazione delle strutture devastate, quasi come se l’autore riuscisse a descrivere le cose semplicemente nominandole. Emerge da queste pagine una cittá-corpo, i cui pezzi vengono passati in rassegna chirurgicamente, in modo che il resto non sembri mai fossile, bensì pezzo macabro e mutilato. Leggiamo di “costole di case”, “esofago di terra”, “tubature sradicate” etc. Anche a questo proposito tornano alla memoria delle pagine di poesia tedesca: mi sembra pertinente il riferimento a Porzellan – Poem vom Untergang meiner Stadt del tedesco Durs Grünbein. Anche per questo episodio poetico, l’autore si avvale di immagini geografico-corporee che hanno come fine quello di enfatizzare efficacemente il senso di morte della città, e quindi, di morte collettiva. Il popolo muore insieme con il suo luogo.
Grünbein e Bernasconi condividono anche il movimento pendolare della memoria, passando da un prima ad un dopo il momento della tragedia, che rappresenta la cesura storica e personale. Per Durs, il momento viene stigmatizzato dal crollo della Frauenkirche, la più bella chiesa barocca di Dresda, che era rimasta “in piedi con la spina dorsale rotta” dopo il bombardamento. Per Bernasconi la visione è invece quasi sempre postuma, guarda con gli occhi di chi sopraggiunge dopo, e può solo ricordare o ricostruire uno scenario precedente.
Leggendo questi versi, ho ripescato dalla mia memoria musicale la Trenodia del compositore polacco Penderecki. Questo musicista realizza una musica bifronte: dissotterra la storia descrivendola come una cronaca e scandaglia pericolosamente la psiche. Il procedimento e la scelta espressiva, a mio parere, non sono dissimili dagli intenti di Bernasconi, che usa parole anziché suoni.
Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo e Sul treno per Zurigo sono a mio parere i testi dove meglio si interpreta l’origine dell’autore. Al di là del contenuto, qui Yari lascia liberamente affiorare il carattere svizzero, sale leggermente la temperatura affettiva dello scritto. C’è un legame particolare con i treni e con le case che si vedono dal finestrino. Yari stesso mi dice che è proprio nei treni che gli svizzeri trascorrono la maggior parte della loro vita. E proprio questo aspetto colpisce se si pensa a quanto nel treno si sia spettatori e null’altro del viaggio che si staglia davanti a noi. Notevole il testo Warschauer Strasse, dove l’autore scrive:

senza tornare né arrivare:
essere a casa, qui con te, sentirlo
da una lingua straniera.

La dimensione dell’andare diventa radice di appartenenza al punto tale da trovare l’Heimatgefühl in una lingua straniera. A proposito di ciò, va detto che il bagaglio espressivo degli autori sembra arricchirsi della lingua straniera che padroneggiano, quasi come se prendesse voce in qualche modo anche il “possibile dire in altro modo”. In Nuovi giorni di polvere i fantasmi delle lingue straniere appaiono spesso tra i versi dello svizzero Bernasconi.
L’atmosfera è morigerata in tutto il libro. La lingua di Yari non cede alla seduzione estetica, è una lingua che ricorda a tratti la prosa di Fleur Jaeggy, solo meno delicata e più maschile, con qualcosa di più perentorio. La cifra irrinunciabile di queste pagine è la sospensione dell’effetto speciale e il coraggioso abbandono del morboso per destare nel pubblico\lettore\fruitore una reazione immediata, a vantaggio di una lucida osservazione che non rinuncia tuttavia al commento. In altre parole, l’asetticità dello sguardo di Yari non cade nell’afasia, anzi riduce il pensiero all’essenziale. Ed è proprio in questo aspetto, che trovo Bernasconi abbia dato un interessante contributo: mi sembra molto onesto avvicinarsi alla storia in questo modo e credo che come tutta la buona Letteratura, questo libro ci porti all’attenzione un importante atteggiamento etico che per sua natura, sfugge dal singolo per risuonare nella sfera dell’universalità.

© Federica Giordano

Poeti della domenica #28: Emily Dickinson, It might be lonelier

Emily-dickinson

 

It might be lonelier
Without the Loneliness —
I’m so accustomed to my Fate —
Perhaps the Other — Peace —

Would interrupt the Dark —
And crowd the little Room —
Too scant — by Cubits — to contain
The Sacrament — of Him —

I am not used to Hope —
It might intrude upon —
Its sweet parade — blaspheme the place —
Ordained to Suffering —

It might be easier
To fail — with Land in Sight —
Than gain — My Blue Peninsula —
To perish — of Delight —
(F535 (1863) J405)

*

Si può essere più soli
senza la solitudine —
Mi è così consueto il mio destino —
Forse l’altra — pace —

interromperebbe il buio —
e affollerebbe la piccola stanza —
troppo esigua — in metri — per contenere
il sacramento — di lui —

Non sono abituata alla speranza —
Potrebbe irrompere —
La sua dolce sfilata — profanerebbe il luogo —
consacrato al soffrire —

Potrebbe essere più facile
soccombere — con la riva più in vista —
che arrivare — alla mia azzurra penisola —
e morire — di gioia —

da: Emily Dickinson, Uno zero più ampio. Altre cento poesie, Torino, Einaudi, 2013, trad. it. di Silvia Bre.

Poeti della domenica #27: Paola Masino, Al Padre

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Ritratto di Ghitta Carrell, 1930

Al Padre

In te, petrosa quercia,
per noi che sue bacche chiamava?
o in questo faggio? o leccio?
o in quel rugoso olmo
di cui sàmare
fummo?
O forse in ogni arbusto,
tralcio, filo d’erba, fiore;
forse in estraneo cielo
nell’ondulosa palma;
in fondo al mare
alga?
Riconsegnato dalla morte al tutto
e in me tua figlia come figlio posto e nella donna dal cui grembo alla vita dell’uomo mi traevi,
non in noi morto,
padre,
dove ti nascondi o sveli?
Se ci volgiamo verso te, ci vedi?
Odi, se ti chiamiamo?
Quando in sogno ci teniamo per mano
sei tu avvinto là dove ti muovi?
Ancora
io cerco in te dimora. E tue le palpebre al mio dormire voglio;
e la tua fronte, tetto;
e i panorami del tuo cuore, unica terra.
Uomo, guardavi sempre al cielo, e:
– Vedi –
narravi – quanti vascelli rosa
per quel mare. Vanno e con loro
va la vita, fino a sciogliersi in pianto. –
Quanto, quanto pianto da noi
e lacrime dal cielo su te
pietra.
Nella pioggia sepolto, forse con lei disciolto
per le vene del mondo,
negli alterni bagliori del sole e della luna,
linfa di qual creatura,
quale creatura, o il tutto, invocheremo padre?
Senti tu almeno universale dove, imperituro quale, dentro noi affannoso rincorrere memorie?
e darti un corpo in quel che tu per noi
corpo alla felice vita vestivi?
Senti?
Nei tuoi fiati ignoti è il respirare fosco
di noi che, vive, usiamo il tuo soffio mortale. Nutrirci in te ancora e nutrirti per sempre
in una, più ostinata della morte, amorosa rapina.
– Sento –.

da: Paola Masino, Poesie, Milano, Bompiani, 1947.

“Tabucchi: tanti in uno”. Nota di lettura di Renzo Favaron

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“Tabucchi: tanti in uno”
(Il filo dell’orizzonte: una storia che ha come termine l’infinito)
di Renzo Favaron

In una visione che potrebbe sembrare peregrina, dettata da una confidenza eccessiva con un secolo di letteratura che non si è risparmiato nel mostrare le cuciture nascoste e i tessuti lacerati dell’uomo e del mondo (colti in quella operazione che consiste nel rovesciare la superficie esteriore della loro abituale veste), Tabucchi appare scrittore d’invenzione e di finzione. Egli è bravo fino al punto di farci credere inventata la realtà che obiettivamente vede.
A ben guardare, come nel cinema, così Tabucchi traspone sul piano della finzione aspetti che sono poi corrispondenti con nuclei di verità profonda ravvisabili oggettivamente nei sotterranei dell’io: calando lo sguardo tra le righe della sua opera, la quale non scende mai al di sotto della lucida testimonianza di un uomo che talvolta dà l’impressione d’essere sfuggente fino all’inconsistenza, emerge il sospetto che la dimensione dell’invenzione serva allo scopo di dare piena cittadinanza alle nascoste pieghe di un’esistenza dominata dall’insopprimibile coscienza della sua possibile molteplicità, o quanto meno alterità, rispetto a quello che appare. Tabucchi, in altre parole, ci fa testare con mano il carattere plurimo della nostra vita, ci avvisa che essa è la sommatoria di molteplici esistenze, anzi qualcosa di più della loro semplice somma.

Prendendo ora in esame la nutrita produzione di racconti, colpisce a tutta prima la singolarità delle situazioni. Soprattutto il carattere aperto e dai contorni indefiniti impresso alle storie, dove non appare mai chiaro il loro senso intimo e ultimo, tranne per il fatto che potrebbe essere uno dei tanti suggeriti, o immaginabili e possibili. La dimensione del dubbio è la faccia che si offre con più evidenza al lettore, costretto a riprendere di continuo i fili mai districati compiutamente della vicenda; perplessità e interrogazione, del resto, oltre a colpire il lettore, sono intimi elementi che possiamo ricondurre all’origine stessa dell’estro creativo di Tabucchi, in quanto termini non indifferenti alla paurosa scoperta che una certa cosa conosciuta può essere anche profondamente diversa da come si è manifestata (così come si esprime l’autore in Donna di Porto Pim). (altro…)

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità (di Giuseppe Ceddia)

Invernizio 20 anni

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità

*

Il 27 novembre 1916 ci lasciava Carolina Invernizio. Una scrittrice che a molti, probabilmente, poco dice. Ma un’autrice che, al contempo, meriterebbe di esser riscoperta.

Nata a Voghera il 28 marzo del 1851, il suo nome – assieme a quello di Francesco Mastriani – è legato soprattutto a quel fenomeno letterario comunemente definito “romanzo d’appendice”, per intenderci quello che compariva, a puntate, in appendice, appunto, ai quotidiani. Figlio del feuilleton francese (I misteri di Parigi di Sue né è lampante esempio dimostrativo) il romanzo d’appendice assai spesso conteneva in sé elementi mutuati dalla cronaca, trame fitte di intrighi a scatole cinesi, peripezie che oggi farebbero impallidire un ottimo giallista. Romanzo di genere certo, ma non per questo privo di quella lucidità, di quell’occhio vigile sugli aspetti e sulle catastrofi che l’esistenza comporta. Complice la definizione che di essa diede Antonio Gramsci, il quale la ribattezzò “onesta gallina della letteratura popolare” (Cfr. Letteratura e vita nazionale), il nome della Invernizio è spesso conosciuto solo dagli addetti ai lavori, in particolare dagli ottocentisti. Eppure alcuni titoli di suoi romanzi (molti dei quali trasposti al cinema; versioni filmiche delle sue opere sono accreditate dal 1912 – epoca ancora del muto – sino agli Settanta) sono imprescindibili per chi voglia accostarsi alla letteratura del mistero, o nera, presente in Italia.

Il bacio di una morta (1889) o Sepolta viva (1896) sono esempio di quanto suddetto. Il “nero” del gotico anglosassone (pensiamo soprattutto ad Ann Radcliffe) si sposa al “rosa”, il tutto ben dosato a creare un pastiche tematico che – in qualche modo – anticipa lo stesso romanzo poliziesco. Non mancano, del resto, anche episodi fiabeschi come I sette capelli d’oro della fata Gusmara (1909) o episodi di carattere storico-sociale. Non stiamo parlando sicuramente di una scrittura che tocca chissà quali vette, però i romanzi della Invernizio scorrono in modo fluido, senza ostacoli, e molti autori moderni dovrebbero forse imparare da lei i trucchi degli intrighi. L’amore diventa oscuro nei suoi romanzi, diventa tormento etico-estetico del soggetto, eppure quanta forza e quanta dignità riesce a infondere nelle figure femminili, spesso protagoniste dei suoi romanzi. Un piccolo aneddoto: oltre la definizione gramsciana, si pensa che l’epiteto “casalinga di Voghera”, aduso a designare la mentalità della donna media, provenga proprio da alcuni critici della Invernizio.

Col senno del poi ci vien da chiosare che, se tutte le casalinghe scrivessero così, sarebbe un bel successo.

© Giuseppe Ceddia

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
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Gabriele Tinti, poesie sulla boxe, più di un esperimento

Clay-Jones fonte boxrec.com

Clay-Jones fonte boxrec.com

 

 

All Over
è tutto
finito

finito lui
il campione

finiti lui
e l’altro
loro

in un attimo creati
nel combattimento
annullati
dal suo scioglimento
subitaneo
definitivo
immorale

s’accascia
lento
il campione
aggrappato
appena
spera ancora
spera lì
in bilico
sull’abisso

lontano
qualcuno
piange
c’è
chi esulta
tutto
si ferma
perché

è tutto
finito

finito lui
il campione

finiti lui
e l’altro
loro

e l’altro?

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Cartoline persiane #15

belgio

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Caro Rhédi,
mentre visitavo il Belgio ero finito in un palazzo allo sfascio e pieno di ratti. Il tizio che mi ha affittato la stanza aveva detto che mi sarei trovato bene, che da quelle parti abita solo gente della mia cultura, ma poi aveva guardato la sua collega e mi era sembrato sorridere di nascosto. Arrivai nel tardo pomeriggio, il posto non era distante dal centro ma sembrava già un altro mondo, sporcizia, negozi poveri e mezzi vuoti, bambini che giocavano per strada, uomini silenziosi. Chiedevo allora informazioni, anche superflue, come se le parole potessero proteggermi. Il mio palazzo era in mezzo a vecchi capannoni, si entrava da un portone enorme e poi si attraversava una piccola corte. In mezzo all’erba vidi una stufa elettrica abbandonata. La mia camera a un primo sguardo poteva sembrare accogliente, ma una finestra senza tende e molto in alto faceva entrare l’aria gelida da un vetro rotto. Recuperai la stufa, la portai dentro e la accesi. Il lavandino funzionava a sussulti, il letto, apparentemente in sesto, era invece un po’ sconnesso. Intorno sentivo strani rumori sordi, come di vecchi tubi. Mi era stato detto che c’erano altri inquilini nelle stanze, e così feci un giro per cercarli. Pensavo che in compagnia il posto non mi sarebbe più sembrato così inospitale, e che insomma tutti i posti nuovi in fondo lo sono, finché non ci si abitua. Ma quando cominciai il mio giro per i corridoi deserti, zuppi di umidità, vidi il primo ratto. Correva freneticamente, mi passò vicino ai piedi e scomparve dietro un angolo buio. Con le gambe che mi tremavano salii al piano di sopra, sperando che quel topo fosse solo un intruso casualmente arrivato dal cortile. Visitai alcuni spazi comuni. Capivo da molti indizi che quel palazzo un tempo era appartenuto agli uomini e non ai topi. In un piccolo soggiorno si accumulavano riviste vecchissime, calendari superati, audiocassette col nastro fuoruscito. Nella cucina, dentro le credenze, vecchie buste di pasta scaduta e roba in scatola, il frigo funzionante ma pieno di liquami e resti sparsi di cibo. Un pentolino in ebollizione annunciava una persona, che infatti arrivò quasi subito: un uomo già anziano, mi salutò cordialmente, disse qualcosa che non capii, e si mise a girare il suo pranzo quasi pronto. Cercai di sapere qualcosa in più del posto in cui mi trovavo, provando anche a scherzare sulla faccenda del topo, lui ricambiò con un sorriso demente. In quel momento mi sembrò di vedere il lampo di una coda dietro i fornelli. Uscii dalla cucina, passai dai bagni, nelle docce per terra c’erano dei saponi a metà, e pensai a quanto fosse in fondo doveroso, ancora più del normale, farsi una doccia in un palazzo dove trottavano i ratti. Continuai il giro, entrai in altre stanze aperte, una aveva un buco enorme nel soffitto, un foro di marciume da cui potevano essere penetrati gli animali. Nell’armadio si accumulavano vestiti, di uomini e donne, pellicce, pantaloni, tutto insieme, nella promiscuità che precede una fuga, o segue una tragedia. Sul pavimento c’erano piccoli escrementi, e ogni tanto un tonfo dal piano di sopra faceva quasi tremare i muri. Ormai sapevo di essermi fatto fregare, ma potevo riscattare almeno la mia stanza rispetto al resto, pulendola meglio che potevo. Per comprare il necessario mi affrettai a uscire dal palazzo, e nell’androne incontrai un altro inquilino che rientrava, questa volta molto più giovane, la pelle scura sbiancata dalla calce. Camminava a piedi nudi. Sforzai un sorriso e gli spiegai che avrei abitato per un po’ di tempo in una delle stanze. Scoppiò in una risata che sembrava la gioia delle bestie, passò oltre ed entrò nella sua camera, la prima dello stabile, subito oltre il portone. Con quella risata dentro la testa, uscii quasi di corsa. Il sole accendeva a grande distanza il canale, e più lontano si vedeva il centro, i suoi enormi palazzi, le impalcature. Mi sentivo a distanza infinita da ogni possibile decenza, e dalla sicurezza. C’era ancora luce quando entrai in un piccolo negozio e acquistai saponi, guanti, qualche mandarino, e del pane. Il negoziante mi guardò con aria rancorosa. Alcuni bambini al tramonto continuavano a giocare con una lattina. Sparito il sole, tutto sembrò diventare ancora più insensato e minaccioso. In pochi minuti si era fatto buio, e rientrando vidi due uomini sotto un lampione che prendevano a calci un’auto posteggiata. Accelerai il passo, fingendo di non aver visto, o che fosse tutto normale per me. Spinsi di nuovo l’enorme portone e il palazzo mi inghiottì una seconda volta.
Prima di tornare nella mia camera bussai alla stanza dell’inquilino giovane, con una fiducia ostinata e quasi magica. Quando aprì la porta gli dissi che avevo comprato dei frutti e mi faceva piacere offrirgliene qualcuno, guardai la sua espressione assonnata, e poi la mano che accettava il regalo. Provai a chiedergli qualcosa sui topi, ma a metà della frase mi accorsi che dietro di lui la stanza era simile a una discarica, che tutti i vestiti erano in terra, e poi cumuli di altra roba, spazzatura e cianfrusaglie illuminate dal biancheggiare della televisione. Probabilmente cambiai espressione, perché anche lui cambiò la sua, gli occhi sembrarono allargarsi e palpitare. Vergognandomi di avere violato il suo diritto a una lercia intimità salutai e andai via. Arrivato in camera, pensando che il mio vicino volesse ricambiare la visita, tentai immediatamente di chiudere la porta, ma scoprii che delle due chiavi (la più grande apriva il portone d’ingresso) quella apparentemente destinata alla stanza non corrispondeva alla serratura. Il pensiero di passare la notte senza possibilità di chiudermi dentro mi confuse al punto che provai a bloccare la maniglia in ogni modo, senza che nessun modo fosse quello giusto. Ma così passò del tempo, e verso le tre o le quattro, quando il buio della finestra sembrava quasi volere entrare, sentii dei rumori che arrivavano dalla porta a vetri della corte, che dava sul mio corridoio. Mi affacciai dalla stanza e vidi l’ombra di un uomo che armeggiava con una tenaglia intorno al chiavistello, per forzarlo o ripararlo. In mezzo al terrore mi venne anche da ridere. Con la stessa fiducia ostinata e magica di prima, invece di nascondermi gli andai incontro e salutai. Mi urlò qualcosa, violentemente, sorpreso a sua volta dalla mia presenza nel palazzo, gli spiegai in fretta cosa facevo lì, e infine pronunciai finalmente la frase che da molte ore avevo pronta: “Monsieur, nel palazzo c’è qualche ratto”. Con un gorgoglio dal sottosuolo rispose solamente: “Ah sì, è pieno”. A quel punto volli insistere: “Ma questo non è normale!”. E lui, già dandomi le spalle, seppellì così la mia rivendicazione: “Pff, io me ne fotto”. E si rinchiuse dentro la sua stanza, che era in fondo al corridoio. Lasciò dietro di sé una scia di alcol e fetore che ancora adesso non mi lascia. Per la prima volta nella mia vita ero felice di essere stato ignorato, così rientrai in camera e provai perfino a dormire. Lasciai la valigia davanti alla porta e mi coprii sovrapponendo più strati, comprese alcune coperte che avevo trovato nell’armadio. Ma il freddo non cessò mai e il sonno non diventò mai sonno, quel dormiveglia pieno di brividi venne presto disturbato dalla prima luce, e dal rumore dei topi che sembravano così tanti e vicini da rosicchiare il mio letto, tutto il palazzo, l’universo intero.
Quando mi svegliai definitivamente, ed era già giorno, mi lavai la faccia, presi il bagaglio e scappai. Fuori della stanza incrociai un ultimo ratto, che mi sembrò perfino bello. Uscito dal portone mi sentivo già quasi in salvo, girato l’angolo lo ero definitivamente. Mi fermai così davanti a una vetrina di dolci, che era molto diversa dalle altre vetrine, una strana pausa nello squallore. Entrai per comprare dei dolci al miele, una donna dal fazzoletto colorato mi sorrise per prima. Andai a prendere il treno sotterraneo che mi avrebbe portato via da quelle strade e da quei palazzi, provando un momentaneo senso di invulnerabilità. Aprii il sacchetto e guardai i miei dolci, con una fiducia ostinata e quasi magica.

@Andrea Accardi

I me medesimi. N. 6 Fabiana

Berlino - foto gm

Berlino – foto gm

I me medesimi. N. 6 Fabiana

Fabiana vive con il suo ragazzo. È felice di vivere con lui, è andata via di casa per stare con lui. Il suo ragazzo una volta ha detto: una stanza in condivisione qui in città non costa poi molto. Che vuol dire, ha detto Fabiana, io non voglio vivere con altra gente, io voglio vivere con te.

Fabiana ama il suo ragazzo. Quando lui parla lo ascolta, quando ci sono gli altri li invita ad ascoltarlo. Il ragazzo di Fabiana sa molte cose, pensa molto, e spesso parla per ore. Fabiana pensa che lui sia molto intelligente e lo ammira. Poi è uno che lavora, è uno che porta a casa uno stipendio, non è uno sbandato. Fabiana si sente sicura a vivere con lui.

Il ragazzo di Fabiana porta sempre a casa qualcuno. A volte un amico, a volte un collega. A Fabiana non dispiace, solo che c’è sempre qualcun altro in casa. Non lo dice ma ogni tanto le piacerebbe andare in giro in mutande o mettersi in pigiama a mangiare gelato davanti alla televisione. Anche Fabiana lavora, porta a casa uno stipendio ed è una brava ragazza e ogni tanto è proprio stanca.

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Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami

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Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami, Ladolfi, 2015, € 10,00

*

Si diventa così, capaci di abitare / le città, perché capace è solo l’abbandono.

 

Chiude così la prima poesia di Sciami il nuovo libro di Mario De Santis. Venerdì sera, ero in treno, e ho letto questi due versi una decina di volte, perché a volte si rimane folgorati, come sempre la poesia dovrebbe lasciarti. A folgorarmi, però, non è stata soltanto l’indubbia bellezza di questi due versi, ma anche la loro straordinaria efficacia. Così poche parole riescono ad aprire un tale spazio, un così vasto campo di gioco, e ci permettono di ricordare una delle cose più importanti di un testo poetico, la capacità di accelerare e, contemporaneamente, di condensare. Racchiudere tutto in poche parole e aprire a molti significati o a nessuno, perché davanti a versi particolarmente riusciti il significato non ha più alcuna importanza, il risultato è stato già raggiunto. De Santis qui lo ha raggiunto col lettore, perché il lettore è tornato indietro a rileggere due versi parecchie volte, e anche adesso che ne scrive (il lettore) non ha ancora deciso, per esempio, a quel “capace” cosa vuol far fare.  Siccome è un lettore abbastanza attento non lo deciderà, ha già deciso De Santis, può bastare.

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Jo Shapcott, due poesie da Della mutabilità e una nota di lettura

14463668113859-shapcottJo Shapcott, Della mutabilità, (traduzione di Paola Splendore), Del Vecchio editore, 2015, € 15,00

*

Religion for Girls

Just now, we need as many as we can get.
Myself, I’d like an underground goddess
to supervise the tube, to watch the drains.
A god for airlines, one for dodgy builders
and one for children’s breath. But we’ve got this,
a temple filled with marble body parts:
the giant hand with which Mithras killed the bull;
Minerva’s head, her helmet lost, her wisdom
leaking out; a tiny Mercury too small to dash
between earth and paradise, stuck chatting here;
a local London genius for this and that;
an elderly god for the Thames, lying down;
a mother goddess, unnervingly, powerfully plump;
a god from Egypt for the underworld;
Bacchus for giving sparky life. And all,
all of these gods and bits of gods left here
to chew over the wandering mortals of London,
as we chant our Evening Standards to ourselves
in our stalled commuter trains, curse under breath
at traffic jams, high rises, shopping centres
and go about our business following
the invincible sun from east to west.

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