Giorno: 28 ottobre 2015

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Berlino, foto GM

Berlino, foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Gli Abbronzatissimi, così si chiamavano fra loro. Il nome veniva da una cosa che era successa un giorno e che  poi ci avevano riso sopra per un pezzo. Era passato dai giardinetti uno, che era uguale ai tanti tizi in giacca e cravatta che passavano di là verso le sei e mezza-sette di sera, però questo, invece che tirare dritto per le sue, si era fermato. Era andato verso di loro, lì seduti sulle due panchine ai lati della fontanella. Prima a passi lenti, poi più spedito. Era venuto fuori che conosceva la Desi perché erano stati a scuola insieme. La città non è poi così grande. Gli Abbronzatissimi lo guardavano come una bestia venuta fuori dallo zoo. Lui chiacchierava un sacco e la Desi rideva e lui, allora, ci dava ancora più dentro. Poi, dopo un po’, quando lui ormai iniziava a lanciare occhiate agli Abbronzatissimi che erano lì, tutti seduti in fila sulle panche, a guardare lui e la Desi che parlavano, aveva detto quella cosa. Disse così: “Beh dai, ti vedo proprio bene! Ma dì, non è che sei andata al mare? Sei proprio abbronzatissima!”. A quel punto la Desi si era girata verso di loro e li aveva guardati in un modo e tutti si erano messi a ridere.
Erano proprio un bel gruppo, gli Abbronzatissimi, e la Desi era la loro femmina. Era anche bella la Desi, bionda con gli occhi azzurri e tutti loro erano innamorati di lei.
La mattina, quando si trovavano ai giardinetti, non è che fossero tanto abbronzati, per la verità. Qualcuno, appena c’erano due raggi di sole, si toglieva tutto e si lavava lì alla fontanella. La Desi, di solito, arrivava verso le undici. Non era mai messa troppo male e non lo diceva a nessuno dove andava a dormire. Mica scema la Desi. Anche perché era così furba che tutti la amavano. E poi arrivava sempre con un bel cartone di rosso e tutti sapevano che quel vino arrivava sicuro tutti i giorni. (altro…)

Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva

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Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva, Sur, 2015. Trad. di Martina Testa. € 16,50 ebook € 9,99

Nel cuore della notte vieni a infilarti nel mio letto. Mi metti un braccino sul petto e dici che hai paura che io muoia mentre dormo. Dico Non hai paura che muoia mentre sono sveglia? Quando sei sveglia ti posso tenere d’occhio, rispondi. No, non ha senso, dico io. Vuol dire che quando tu sei sveglia puoi tenermi d’occhio. No, mi spieghi, quando io dormo e tu sei sveglia sogno quello che stai facendo. Ma quando dormi non lo so mai.”

Il brano scelto per la rubrica sta nella seconda parte di Carne viva, il fortunato romanzo d’esordio di Merrit Tierce, premiata dalla National Book Foundation come uno dei cinque migliori scrittori americani sotto i trentacinque anni. Scelto perché Mary, protagonista e voce narrante, parla a sua figlia, ma le parla come se le stesse scrivendo e come scrive a lei così scrive a noi. È un brano molto tenero, uno dei pochi in un libro doloroso e duro. Scelto perché è uno di quei brani di scarto con la narrazione principale del romanzo che avviene quasi totalmente nella parte di vita di Mary in cui sua figlia (che vive col padre) non c’è. Scelto perché questo brano giustifica e, in un certo modo, salva il resto della storia e della vita di Mary, vediamo perché.

Siamo in Texas, Mary lavora come cameriera, prima in piccoli bistrot e successivamente nlla ristorazione di lusso, a Dallas. Il ristorante in cui lavora è un posto da cene carissime e da mance (sappiamo che per i camerieri negli Usa le mance sono tutto) con percentuali da brivido. Mary ha circa vent’anni ed è molto brava nel suo mestiere, brava soltanto in quello, lei crede, ed è quello che Tierce ci racconterà. Mary si butta via, fa sesso casuale, con chiunque, dovunque. Assume droghe prima e dopo i turni di lavoro. Non trova il piacere e nemmeno lo cerca, non si abbandona. Mary cerca – invece – il proprio dolore, lo genera, se lo autoinfligge. Lo trova, lo riconosce e in quel dolore si riconosce. Sa che la sua solitudine, il suo rimanere lontana dalla figlia, dal marito (un bravo ragazzo), sono scelte che rivendica – sbagliate o meno. Non è la vita che non fa sconti a Mary, è lei che non ne vuole. Tierce usa un linguaggio forte, diretto, impone anche al lettore una scelta, proponendogli una narrazione delle cose come stanno, raccontate per quello che sono, non c’è filtro. Il dolore è cupo e insopportabile, fisico. La dolcezza, quando arriva, proprio perché a quella sofferenza è connessa, commuove. Mary pare trovare la quiete, una sorta di pace nel dolore, il che è terribile, eppure è questo che accade.

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