Blablaindoeuropeoblablanoia

di Roberto Batisti

Quattro deformazioni professionali

the fat of the land

1. Fu nella Taylor Institution Library di Oxford, mentre mi documentavo sulla dittongazione negli accusativi plurali del cipriota, che scoprii come la Festschrift dedicata più di trent’anni orsono all’ellenista e indoeuropeista F.R. Adrados si aprisse con questo bel sonetto di Luís Alberto de Cuenca, filologo, poeta, traduttore, real accademico di Spagna, e facitore – non so quanto noto da noi – di versi limpidi, ironici e eruditi, con un gusto postmoderno per la ripresa dei miti antichi. Non so quanto sia frequente imbattersi, fra i dotti contenuti di simili volumi gratulatorî, in poesia contemporanea di pregevole fattura; tantomeno poesie i cui protagonisti siano gli Aryas in procinto d’abbattersi sulla valle dell’Indo. La traduzione, orrenda e puramente di servizio, è mia e ha l’unico merito di tentare la salvaguardia – con qualche stiracchiatura – degli endecasillabi:

Los Arios a las puertas de la India

A Francisco Rodríguez Adrados

Hacia el Sur se dirigen los guerreros.
Vienen del interior. Hay laringales
que disfrazan su voz, turbias vocales
arrancadas de labios extranjeros.

Viajan. Son favorables los agüeros
y el disco solar brilla. En los umbrales
del Indo se detienen; sus cristales
hacen dudar a reyes y hechiceros.

El ave ha sido herida por su vuelo.
Pero alguien dice: ‘Al sur’, y un torbellino
de gargantas y brazos toca el cielo.

Nada puede oponerse a su destino.
Se vuelve pino al abedul, el hielo
se torna mar y el hierro se hace vino.

*

Verso sud si dirigono i guerrieri.
Vengono dall’interno. Laringali
travisano la voce, hanno vocali
torbide, svelte da labbra straniere.

Viaggiano. Favorevoli gli augurî,
brilla il disco solare. Al limitare
dell’Indo si trattengono; i cristalli
fan dubitare re e fattucchieri.

L’uccello si è ferito nel suo volo.
Ma uno dice ‘A sud!’, e un mulinello
di gole e di braccia tocca il cielo.

Nulla può opporsi al proprio destino.
La betulla diventa pino, il ghiaccio
si muta in mare e il ferro si fa vino.

Stilizzata ricostruzione, un po’ parnassiana, da pittura storica ottocentesca, ma rivitalizzata dalla “linea chiara” dell’autore1, da una certa freschezza di sguardo, e resa a suo modo molto stridentemente contemporanea dalle notazioni fonetiche della prima quartina – con la poco ottocentesca menzione di quelle laringali che si direbbero oggetto alquanto impoetico, sebbene ormai saldamente impiantate nella ricostruzione dell’indoeuropeo2, e la cui funzione è, come noto, proprio quella d’intorbidire il timbro delle vocali vicine.

2. Studioso di professione (a Innsbruck e Monaco di Baviera) e poeta doctus è anche il nostro Federico Italiano, esponente tra i più capaci di quella generazione nata nei ‘70 e cresciuta attorno alla rivista Atelier, accolta a suo tempo con esagerate fanfare e precocemente canonizzata da un profluvio d’antologie, ma che include(va) molti veri talenti. Per il suo sodale Davide Brullo, Italiano è “uno Stanley Kubrick che fa versi”; per noi, la sua poesia riflette bene il mondo smagato e forbito, cosmopolita e iperletterario, dei giovani letterati con assegno di ricerca, dei professionisti delle litterae humaniores d’inizio millennio. Diverse poesie, nella sua raccolta del 2010, L’invasione dei granchi giganti, prendono spunto di peso dall’erudizione linguistico-letteraria del loro autore3 – ad esempio la ‘Ballata delle lingue che muoiono’, che si sviluppa didascalicamente come un trattatello in versi su tre casi di peculiarità grammaticali o lessicali, con tanto di morale; e, a livelli assai più alti, ‘La nuova lingua’ (dove fra l’altro ritornano l’indoeuropeo e un sospetto “bruciore / notturno sotto la laringe”…), nerd senza vergogna nel suo scialo di terminologia grammaticale, commovente nell’usarla per tratteggiare la crescita di un’umana relazione tramite il faticoso e amorevole ingresso nell’idioma dell’altro. Ma interessante da paragonare col sonetto di De Cuenca è soprattutto un altro testo di quella silloge, in cui vediamo partire (stavolta, verso occidente) un altro spezzone della diaspora indoeuropea:

Discorso di un giovane alla sua prescelta

In una tenda a oriente del Volga,
3500 A.C. circa

———-Tosati e franti i monti degli eserciti meridionali
muoiono anche gli asini ora
e non c’è segno d’acqua che auguri fiducia.
Il consiglio dei vecchi ha rotto
gli indugi ieri sera: partiremo
verso la schiena del tramonto
verso le dimore degli uomini-ambra
che hanno pelli dense e occhi simili ai nostri,
cammineremo lontani dal mare di mezzo
e faremmo tappa presso le tende degli ambasciatori,
risalendo il terzo fiume occidentale
entreremo nel regno delle foreste ampie-foglie:
nel cuore del verde
col fuoco apriremo il nostro spazio
bruciando anche la quercia
e fonderemo.

———-Quindici uomini del villaggio partiranno,
con sette donne e due vergini
tu sarai la terza – ho pregato il dems-poti
per averti, gli regalerò la mia giovinezza,
questa notte – così è detto.
Oltre la schiena del tramonto
sono pochi gli uomini,
non devi temere.
Coltiveremo la terra estirpata al bosco,
il fuoco la renderà albume,
e tu ingrasserai come conviene,
avremo tempo per le arnie
e per la contemplazione dei temporali. Non temere.

I riferimenti alle più diffuse ricostruzioni di cultura e vocabolario indoeuropei sono, anche qua, disseminati pressoché a ogni verso (con un termine ‘in lingua originale’, anche, quel dems-potis di cui resterà l’eco etimologica in ogni futuro despota), seppure non troppo esplicitamente etichettati come tali, sicché il lettore non avvertito può prenderla per una generica ambientazione fantasy; a Italiano, in una discussione online di qualche anno fa, toccava allora esplicitare che “il principale istituto di credito è l’Indoeuropeistica – in particolare, mi sono nutrito delle tesi, ammetto ormai datate (ma non scadute, quindi commestibili), sul Kurgan-Volk dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas”4. Interessante e non scontata la fede kurganiana d’Italiano, oggi che è tornato di moda il problema dell’Urheimat indoeuropea e s’è di nuovo scaldato, arrivando persino a lambire i media mainstream (almeno in altri paesi), il dibattito fra sostenitori dell’ipotesi delle steppe, seguaci della Gimbutas, e i partigiani di quella anatolica propugnata fra gli altri da Colin Renfrew5.

Dal punto di vista stilistico, rispetto a De Cuenca, non c’è più il distacco del poeta che, impersonale occhio di Dio (o angelo della storia), osserva dall’alto le sue creature con sublime serenità e ineffabile ironia: Italiano fa parlare il suo giovane indoeuropeo in prima persona, empatizza, si cala nei suoi panni e cerca d’assorbirne lo sguardo, modella il suo dettato su quanto è lecito immaginare di quella remota cultura. Ma si tratta comunque della poesia d’un letterato europeo del XXI secolo, non del tentativo di rendere, sia pure nella nostra lingua, le poesie che quel giovane avrebbe potuto ascoltare dai bardi della sua tribù.

3. Di quei canti, d’altronde, possiamo immaginare qualcosa. Nelle vaste praterie dell’indoeuropeistica, la ricostruzione della lingua poetica è uno dei campi più affascinanti e al contempo più delicati. Il compianto Martin L. West, massimo ellenista della nostra epoca, ha trattato questo tema in una monografia del 2007, e in calce al volume s’è divertito a illustrare con un suo componimento formule e topoi della dizione poetica indoeuropea ricostruiti e discussi nelle pagine del suo volume. Per questioni di spazio risparmio ai miei lettori, stavolta, una traduzione.

Elegy on an Indo-European hero
Urukleves now I call to mind,
the son of valiant Seghekleves,
who with his great thirsty spear
slew men and horses by the hundreds.

Many a day he arose with the sun
and led the war-host to the field of blood:
there they fought like raging fire,
army against army, man against man.

He stood firm amid the missiles
like the oak of Perkunos under hail.
He broke ancient strongholds
and brought away wealth of cattle.

Hsugnos he slew, the son of Hsvekvos,
Vlqvo, Vlqvognos, and mighty Xnrmenes.
The black crows were glad of his work,
but a black cloud he set for his kinsfolk.

Well-joined was the dear name
you set on your son, Seghekleves:
wide in truth his glory spreads
under that heaven, over this earth.

He has gone the way of no return
to you and the Fathers in the mansion below,
but his name does not fail or grow old:
it lives in the mouths of us earth-walkers.

It will sound until Dieus’ fair daughter
embraces her dark sister in one house,
or until the poets’ woven songs
are sung no more in the kings’ halls.

È ovvio che siamo davanti, stavolta, all’arguto lusus di un (grandissimo) accademico, e non più come nei due casi precedenti al tentativo di fare – accanto a questo elemento, comunque presente – anche della poesia contemporanea valida in quanto tale. Questo giustifica l’aderenza, ancor maggiore che nel più vago mimetismo di Italiano, a stilemi della poesia come la si sarebbe fatta nel 3000 a.C., e non a come la si fa nel XXI secolo; in particolare, giustifica lo scialo d’irti incresciosi nomi proprî che, soprattutto nella quarta strofa, agl’Italiani (anche non Federichi) fanno irrimediabilmente questo [https://www.youtube.com/watch?v=OJWnyOBQHKI] effetto. E poi che le trascrizioni sono oltretutto un po’ semplificate rispetto a quel che sarebbe la norma per gli specialisti, quelle ‘cinture nere’ di laringalismo che nell’introduzione West, con una delle sue gustose pointes, temeva potessero esser considerati da alcuni “the unreadable in pursuit of the unpronounceable”.

D’altra parte, gl’ispidi nomi di questi eroi – scelti probabilmente non a caso dall’ellenista – sono tutti proiettabili, seguendo le normali leggi fonetiche, in nomi greci attestati o comunque plausibili: quel Xnrmenes, ad esempio, si sarebbe sciolto coi secoli in un più classicheggiante ed eufonico Andromenes (ed è molto interessante come nella traduzione neoellenica del volume di West, apparsa nel 2013, tutti questi nomi non siano resi con una trascrizione fonetica, ma esattamente trasposti nelle forme che avrebbero assunto in greco classico).

Neanche West, comunque, si è spinto al punto da comporre in proto-indoeuropeo. Con tutte le difficoltà e le controversie che implica, la scrittura in questa lingua – non solo ‘morta’ ma neppure direttamente attestata – in due secoli di linguistica storico-comparativa ha prodotto, oltre a certe chansons à boire in voga presso determinati circoli accademici, sostanzialmente due o tre brevi testi in prosa, il più antico (1868) e celebre dei quali la favola di Schleicher. Questa, periodicamente aggiornata nella sua vesta fono-morfologica a tener conto degli sviluppi della disciplina, recentemente ha goduto del suo quarto d’ora di memicità sul web nell’interpretazione del giovane indoeuropeista americano Andrew M. Byrd6. Nei suoi corsi all’Università del Kentucky, Byrd ha introdotto l’esercizio della composizione in proto-indoeuropeo; rinviando a sede più scientifica ogni discussione sui meriti didattici di questa prassi, possiamo domandarci se essa favorirà la diffusione pel mondo d’una schiera di favolisti e, chi sa mai, poetanti in versi asteriscati

4. Fino ad allora, però, oltre che nei divertissements dei poeti dotti e dei dotti non necessariamente poeti, questa astrazione linguistica, questo mondo di corsivi, asterischi, trattini, strani diacritici e gutturalità malpronunciabili, dove mai potrà affacciarsi se non agli apparenti antipodi della poesia erudita, bellettristica e classicamente rifinita, vale a dire dalle parti della poesia di ricerca più brutalmente (dis)combinatoria. E infatti sul portale GAMMM, aggregatore per eccellenza di quelle scritture sperimentali, il poliglotta svedese Gustav Sjöberg ha pubblicato un paio d’anni fa l’e-book πάθος, che sembra (e verosimilmente è) ottenuto mettendo nel frullatore il buon vecchio Pokorny e qualche altra dozzina di dizionari e grammatiche. Le pagine sono disseminate infatti di frattaglie, moncherini, viscere sparpagliate delle lingue più varie, dove si riconosce qua un moncone di latino, là un pezzetto d’osco-umbro, sotto le suole i gibs7 del germanico… Difficile riportare in citazione una simile orgia di significanti spappolati (anche tipograficamente), la quale ha comunque (almeno per i τεχνικοί) il suo fascino perverso.

Per chiudere elegantemente il cerchio, si potrebbe dire che il progressivo avvicinamento del poeta-erudito alle più intime strutture di questo idioma perso nella notte dei tempi non possa che lasciarlo con grumi di sillabe a cascargli dalla bocca, in quel limbo afasico dove non si sa più bene se ci troviamo prima o dopo il linguaggio, prima o dopo il senso, nell’inattingibile preistoria o in una Babele post-apocalittica. Più banalmente, si osserverà che ho parlato poco sopra d’antipodi apparenti: infatti, per chi ha un’idea abbastanza matura della poesia da credere che essa debba usare il linguaggio per un fine, e non restare imbambolata nella mistica contemplazione del medesimo, né smarrirsi nell’estetizzante rievocazione di passati lontanissimi, il gioco sorridente del professore che pasteggia a vocabolari e quello esagitato del sabotatore avanguardista parranno la stessa cosa, ovvero un genere molto minore. Dico questo senz’ombra d’ironia. A noi nerd filologico-linguistici, invece, restano ampiamente consolatorie queste nostre deformazioni professionali; un modo come un altro per tamponare l’angoscia dell’esistenza e dei millenni che passano implacabili (scompigliandoci, fra l’altro, le laringali).

1. Cfr. De Cuenca 2007.

2. Ma anche qui dobbiamo farci riconoscere, direbbe qualcuno: “even today Italian scholars are notable for their resistance to the [laryngeal] theory” (Weiss 2009:49 n. 6).

3. Il quale non a caso annovera fra le sue letture preferite i dizionari etimologici, cfr. http://www.pordenonelegge.it/tuttolanno/censimento-poeti/58-Federico-Italiano.

4. Intervento del 5 dicembre 2007, su http://liberinversi.altervista.org/14961111/#comment-1023.

Bibliografia

A. Bernabé et al. (eds.), Athlon. Satura grammatica in honorem Francisci R. Adrados, vol. I, Madrid : Gredos, 1984.

D. Brullo, La stella polare. Poesia italiana dei tempi ultimi, Roma : Città Nuova, 2008.

L.A. de Cuenca, ‘Línea clara’, «Orbis Tertius» I (2007) 61-66.

F. Italiano, L’invasione dei granchi giganti (Poesie 2004-2009), Milano : Marietti, 2010.

J. Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Bern : Francke Verlag, 1959.

G. Sjöberg, πάθος, GAMMM 2013, http://gammm.org/wp-content/uploads/2013/01/G.Sjoberg_-PATHOS-gammm-HGH-2013.pdf.

M. Weiss, Outline of the Historical and Comparative Grammar of Latin, Ann Arbor : Beech Stave, 2009.

M.L. West, Indo-European Poetry and Myth, Oxford : OUP, 2007 [trad. gr. Ινδοευρωπαϊκή ποίηση και μυθολογία, a c. di M. Georgopoulou e G.K. Giannakis, Thessaloniki: Ινστιτούτο Νεοελληνικών Σπουδών, 2013].

2 comments

I commenti sono chiusi.