Giorno: 22 ottobre 2015

Luigi Cannillo, Galleria del vento (di Nino Iacovella)

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Luigi Cannillo, Galleria del vento, La vita felice, 2014, € 12,00

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Chi scuote questa galleria del vento
dove oscillano fiori e fondamenta
e palpitanti ci animiamo?
Come pianure disperse nella nebbia
misuriamo la potenza del vuoto
respirando l’aria dell’attrito
I cristalli del corpo si accendono
nell’alito imprevisto che sfiora
Sono lampi e scatti del corridoio buio,
e sulla pelle vetro si alterna
a velluto, nel vortice che scorre
sul tappeto o si impenna
un capitano naviga il destino

Luigi Cannillo è tra quei poeti che più felicemente sono riusciti a rimodulare la poesia lirica classica, mantenendo salda la centralità dei suoi tropi e tòpos, in una forma moderna. Forma plasmata su di una lingua piana, usata come terreno d’innesto di raffinate verticalità metaforiche, che rifiuta di mostrare qualsiasi erudizione letteraria. Siamo all’interno di una linea mediana tra i due estremi della poesia italiana: tra il canone prosastico e quello contraddistinto dall’alto scarto linguistico.
In “Galleria del vento”, testo eponimo di apertura del libro, vi è l’interrogarsi sul senso della vita, dove la domanda si scaglia da un territorio simbolico ad un tentativo di risposta misterica: “Chi scuote questa galleria del vento / dove oscillano fiori e fondamenta / e palpitanti ci animiamo?”. L’incipit della poesia evoca un percorso iniziatico. Il corpo-materia si accende per la forza dell’aria: l’attrito della vita che brucia e allo stesso tempo lenisce le ferite del vivere. È il singolo testo della prima sezione di apertura, una sorta di chiave di lettura delle ulteriori sezioni del libro, che sono quattro: L’ordine della madre, 12 segni, Il rovescio del corpo e Berliner. Tematiche così diverse tenute insieme da uno stile uniforme e compatto.
Ne L’ordine della madre, la sezione più intensa di tutte, la poesia di Cannillo riesce a ripercorrere il senso doloroso della perdita. Con l’occhio del demiurgo, che riprende la scena catturando dettagli e sfumature emotive essenziali, dice: “Dove stai andando, così di corsa? / Non c’è voce umana a raggiungerla / né sguardo che la insegua / se una forza contraria alla vita / la convoca e spinge / come volando, / come freccia scoccata nella nebbia”. Nella chiusa il rovesciamento dell’oscurità, simbolo di morte, che diviene biancore, un aldilà che è mistero, non oblio, non il nulla.

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Recensione a Éric Chevillard, “Sul soffitto”

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi - € 14,00

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi – € 14,00

Non è stato previsto nulla per noi. Spesso, i soffitti sono troppo bassi. Tutti i vestiti che si infilano dalla testa hanno delle scollature ridicolmente strette. Per gli architetti e i sarti, è come se noi non esistessimo. A loro non verrebbe in mente di lavorare pensando alla nostra singolarità, di tenerne conto, ma destinano le loro creazioni alla maggioranza e poco importa che non passiamo da queste gattaiole, essi mirano a un successo di massa, noi siamo una quantità trascurabile. Risento duramente di questo disprezzo. E se io stesso, con uno spirito di rivalsa, ovvero di giustizia, decidessi di interessarmi unicamente alla gente della mia specie, come verrei giudicato? Smettendo di rivolgermi a tutti, di operare per la comunità, se mi dessi come obiettivo di soddisfare coloro che portano una sedia rovesciata sulla testa, solamente quelli, cosa si direbbe di me? Che faccio gruppo a parte, che favorisco gli iniziati, che attribuisco più valore all’approvazione di un’élite che alla riconoscenza popolare, e i miei lavori sarebbero definiti esoterici, sarebbero visti nella migliore delle ipotesi come piccole curiosità decadenti, nella peggiore alla stregua delle più oscure e pretenziose parabole.

Se i figli d’Irlanda sono troppi e non sapete come sfamarli, propose un giorno Jonathan Swift, metteteli all’ingrasso da piccoli e poi vendeteli ai padroni. Fu un giorno grandioso per la tecnica del paradosso, e sicuramente un giorno in cui molte bocche si chiusero dopo essersi spalancate di scatto. Sul soffitto di Éric Chevillard, oggi in libreria per Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Gianmaria Finardi), è un esempio di satira che sa tenere tra le mani la carica e il suo disinnesco, non perdendo mai, neanche nei momenti più acuminati, la sua gentilezza. (altro…)