Giorno: 21 ottobre 2015

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Parigi, 2015 foto GM

Parigi, 2015 foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Mi scusi, gli dice un ragazzo, ma già l’ha urtato. Sì, biascica Adelmo e continua a fissare in giù. Tiene la testa un po’ in avanti, fisso come un palo, la borsa di cuoio in mano, l’impermeabile allacciato sullo stomaco prominente.
Non si muove, Adelmo. Oggi no. Tutto il giorno ci vuole stare, e anche la notte se serve. Intanto? Intanto niente, resta lì a fissare come un cane da guardia. I ricordi gli passano in testa quasi senza che lui li richiami, e così anche i pensieri. Adelmo ha, dentro la testa, come un fiume. Un fiume che va, che scorre, che fischia come il vento in montagna. È un fiume fatto di immagini, di parole dette che a momenti si collegano e sembra di capirci qualcosa. Altre volte sembra tutto un caso. Una catena di eventi successi così: uno dopo l’altro, ma senza nessuna connessione. Adelmo, però, oggi vuole un perché, o almeno scoprire se c’è un perché.
È già pomeriggio, in ufficio non c’è andato. Cosa combina Adelmo? Nenche avvisa… Si dicono in ufficio. Ma dai, avrà avuto un giorno così. Nessuno ha il coraggio di telefonargli a casa, però. Poi magari risponde. Vorrà restare solo, si dicono. Adelmo, infatti, resta solo.
Ha preso un caffè. Poi stare nel bar o uscire era la stessa cosa, allora è uscito. La gente che lo urta o non gli parla, è tutto la stessa cosa. Ma lo volete capire che sua figlia è morta? Non ce n’è un’altra. Non c’è neanche un’altra vita per fare un’altra figlia e fingere che quella sia la stessa di prima.  Non c’è un’altra vita, solo questa qui. E allora Adelmo vuole sapere il perché. Esige di sapere il perché. Ha il diritto, sacrosanto, di sapere il perché. O almeno se c’è un perché. Adelmo infatti sa che potrebbe non esserci, ha preso in considerazione tutte le possibilità. (altro…)

Una frase lunga un libro #31: Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio

bucciarelli

Una frase lunga un libro #31: Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio, NN editore, 2015. € 13,00, ebook € 6,99

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Dimostramelo, le parole non possono tutto, servono le azioni, quando si arriva a questo non c’è già più niente, solo scambio, do ut des. Sesso al posto di amore, amore al posto di qualcosa che sia fisico, dove la ragione e le emozioni sbattano ogni giorno. Non bastiamo noi, non siamo capaci di stare, restare, tenere lo sguardo alto senza ripiegarci sulla mancanza.

Un uomo sta tornando a casa, a tarda notte, accompagna la guida e la strada elencando le misure, le altezze dei palazzi che incontra. Non sappiamo ancora nulla di lui, siamo solo alla prima pagina, eppure già stiamo riflettendo. Pensiamo che sia un metodico, che potrebbe essere uno fuori di testa, un ingegnere, uno con la passione per la matematica, probabilmente un solitario. Lui snocciola cifre e io penso che ovunque stia tornando non ci sia nessuno ad aspettarlo. Ho fatto un sacco di pensieri e associazioni mentali dopo aver letto qualche frase, alcuni si sono poi rivelati pertinenti, altri no. Questo non conta, conta come Elisabetta Bucciarelli abbia pensato di portare il lettore dentro la sua storia. Vuole che il lettore segua da subito il suo ritmo e che percepisca qualcosa di impersonale, di meccanico se vogliamo, mentre legge di un uomo di cui non sa nulla. Bucciarelli lo fa per un motivo, per abituarci a tenere il tempo e per abituarci al controllo. Il controllo sarà una delle chiavi di lettura del libro. Prima, però, c’è l’incidente.

Tre donne sedute in una sala d’attesa di uno studio medico, attesa abbastanza lunga, quasi inevitabilmente cominciano a parlare, se nelle prime pagine abbiamo percepito qualcosa di freddo, qua notiamo l’opposto: una specie di calore, un riconoscersi atavico, la voglia di raccontarsi. Si respira da subito un’aria di comprensione e una sorta di nervosismo empatico.

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