Il senso del verso #1. Intervista a Valerio Magrelli

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista si avvia una nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

foto magrelli

1. Vista: Ti guardo, cerco di guardarti dentro, / come se mi sporgessi su un abisso: cosa guardiamo nelle poesie de Il sangue amaro, e cosa vediamo?

Ispirandomi a una splendida riflessione di Isabelle Stengers, ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato di oggi non desidera tornare a casa col bosone che sta studiando, mentre uno zoologo sviluppa affetto per la scimmia con cui lavora, e magari vorrebbe tenerla con sé. Ecco, nei riguardi delle poesie che elabora, il poeta è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata:

Cave cavie!
A Isabelle Stengers

O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,
per qualche esperimento concepite,
che tuttavia non so.
Non so perché si formano,
eppure mi affeziono e le chiamo per nome,
topolini vivissimi, allarmati
da che?

2. Tatto: Mentre io ustionato / Decorato di piaghe / Ho la pelle che cade / Da lebbroso: se si potessero toccare, che sensazione darebbero le sue poesie?

Bellissima domanda, a cui rispondo citando un bellissimo libro, per me letteralmente fondamentale. Mi riferisco a uno dei due principali studi di Alexander Lurija, il grande neurologo russo il quale, a differenza di Freud che seguiva molti casi per breve tempo, ne seguì solo un paio, ma per vent’anni. Quello che mi interessa di più parla di un mnemonista (molto simile al personaggio di Borges, Funes el memorioso) che finisce per esibirsi in un circo. Lurija cerca di aiutarlo a dimenticare le cose superflue, facendogli immaginare di scrivere tutto su un foglio per dargli fuoco. Perché non riesce a dimenticare? Questa è la cosa sorprendente: perché ha avuto un arresto nello sviluppo del linguaggio. In lui, cioè, resta fortissimo il legame sinestetico, che assicura alle parole un peso e una presenza per noi inimmaginabili (questo fenomeno psichico consiste nell’insorgere di sensazioni auditive, visive, tattili, olfattive e gustative, in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa). Nel circo, per esempio, a inizio spettacolo, il mnemonista si faceva elencare decine e decine di sillabe senza senso, e a fine serata le ripeteva tutte, senza errori. In che maniera ciò era possibile? La risposta era questa: «Come potrei non ricordarle? La r così amara, ruvida, la v così luminosa, accecante», etc. Il caso più divertente si verifica quando, in un ristorante, si accorge di un errore di stampa nel menu ed immediatamente fugge via, in preda a conati di vomito. Non poteva più mangiare, era come se avesse visto uno scarafaggio nella minestra! Per lui, infatti, il linguaggio “era” la realtà, e possedeva la sua stessa una forza estrema. Questo per dire che, secondo me chi scrive ha una sorta di ipersensibilità, di ulcerazione che lo rende particolarmente reattivo al linguaggio, quasi una sua preda.

3. Udito: In cosa consistette il sacrificio, occorre domandarsi: // nella musica / o nella distruzione del suo soffio?: e il suo verso, in cosa consiste? che rapporto hanno le sue poesie con il suono, e con il rumore?

Con Esercizi di tiptologia (il titolo stesso d’altronde lo rivela) l’attenzione si sposta dalla vista all’udito. Il passaggio è netto, anche se successivamente ho scoperto l’esistenza di un vocabolo inglese, to tiptoe (“alzarsi sulla punta dei piedi per vedere lontano”) che riporterebbe ancora una volta l’intera azione allo sguardo. Ho letto una bella recensione a Nel condominio di carne nella quale viene sottolineato come i “cinque studi di acustica” lì presenti vadano nella medesima direzione.

4. Odorato: Ma già le notti tradiscono il profumo: e le sue poesie, hanno un profumo?

Forse, tra tutti i sensi, il profumo è il più struggente. Penso al rincospermo, nome orribile per un aroma di irresistibile attrazione. Mi piacque, in tal senso, il feuilleton di Süskind Il profumo (di cui vidi anche il film). Ma è una storia diversa, fatta di violenza e sopraffazione. Per me, invece, è l’esatto contrario. Il profumo delle prime notti estive, quelle da liceale per intendersi, corrisponde perfettamente alla definizione di bellezza secondo Stendhal: “La bellezza è la promessa della felicità”.

5. Gusto: Anche il passo che recita: «Dai a Cesare / quel che è di Cesare,» ossia ad esempio l’IMU, / ha un vago sapore di agrumi: qual è, invece, il sapore delle poesie de Il sangue amaro?

Anche a questa domanda, vorrei rispondere con una poesia, tratta da Didascalie per la lettura di un giornale e dettata dal dovere di una dieta che seguo da decenni a causa di un insieme di protesi che mi obbligano a un relativo digiuno (relativo almeno rispetto ai miei desideri).

Cucina

Dosi, misure, indici
cancellano la foia
molecolare del cibo.
Così nelle ricette si perde
la violenza magnetizzante
della fame cieca che sfonda
ogni linea dietetica
e scaglia il digiunatore
su quel fango proteico che
ora si chiama PATATA,
ora TOZZO DI PANE.


6. Mi fa una domanda in forma di poesia?

Lo faccio riproponendo un testo più che mai attuale, vista l’incuria in cui versa il patrimonio culturale italiano in genere, e meridionale in particolare. Si tratta di versi in cui mi interrogo su quell’immenso, alieno teatro sociale, urbanistico e anatomico che duemila anni fa venne distrutto dall’eruzione del Vesuvio.

Che cosa sono i gessi di Pompei,
calchi, prototipi o statue?
Forse piante,
le piante ruderali,
che sorgono dalla rovina di una forma
e scelgono una curva,
un invaso di pietra
come luogo della loro fioritura.

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