Giorno: 17 ottobre 2015

The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta (di Nicolò Barison)

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The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta

In un futuro distopico, la vita per i single non è per nulla facile. Le persone non accoppiate vengono infatti portate in un hotel dove dovranno trovare un compagno/a entro quarantacinque giorni. In caso negativo, verranno trasformate per sempre in un animale a loro scelta. In questa struttura finisce il grigio architetto David (Colin Farrell) con suo fratello (ora trasformato in un cane).

Al regista greco Yorgos Lanthimos, giunto al suo quarto lungometraggio, non si può proprio rimproverare la mancanza di originalità. Già nei suoi precedenti lavori (Kinetta, Kynodontas e Alps), si poteva ben comprendere la sua idea di cinema e il suo spietato sguardo sull’umanità. Dopo essersi fatto le ossa, Lanthimos questa volta ha a disposizione una produzione internazionale, con un cast di attori noti (Colin Farrell e Rachel Weisz, ma anche la ragazza dai capelli blu della Vita di Adele Léa Seydoux e il caratterista John C. Reilly) e tutto gira per il verso giusto, in un film che è davvero molto affascinante, feroce e al tempo stesso commovente nella sua analisi dell’amore e, più in generale della società umana. I vari personaggi si muovono all’interno di un quadro futuristico annichilente che esteriormente sembra il presente, dove, se passeggi al centro commerciale senza un partner, la polizia ti inizia subito a fare mille domande, ti guarda le mani per vedere se hai la fede, e, se le tue spiegazioni non sono convincenti, vieni arrestato e portato all’hotel.

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Il senso del verso #1. Intervista a Valerio Magrelli

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista si avvia una nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

foto magrelli

1. Vista: Ti guardo, cerco di guardarti dentro, / come se mi sporgessi su un abisso: cosa guardiamo nelle poesie de Il sangue amaro, e cosa vediamo?

Ispirandomi a una splendida riflessione di Isabelle Stengers, ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato di oggi non desidera tornare a casa col bosone che sta studiando, mentre uno zoologo sviluppa affetto per la scimmia con cui lavora, e magari vorrebbe tenerla con sé. Ecco, nei riguardi delle poesie che elabora, il poeta è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata:

Cave cavie!
A Isabelle Stengers

O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,
per qualche esperimento concepite,
che tuttavia non so.
Non so perché si formano,
eppure mi affeziono e le chiamo per nome,
topolini vivissimi, allarmati
da che?

2. Tatto: Mentre io ustionato / Decorato di piaghe / Ho la pelle che cade / Da lebbroso: se si potessero toccare, che sensazione darebbero le sue poesie?

Bellissima domanda, a cui rispondo citando un bellissimo libro, per me letteralmente fondamentale. Mi riferisco a uno dei due principali studi di Alexander Lurija, il grande neurologo russo il quale, a differenza di Freud che seguiva molti casi per breve tempo, ne seguì solo un paio, ma per vent’anni. Quello che mi interessa di più parla di un mnemonista (molto simile al personaggio di Borges, Funes el memorioso) che finisce per esibirsi in un circo. Lurija cerca di aiutarlo a dimenticare le cose superflue, facendogli immaginare di scrivere tutto su un foglio per dargli fuoco. Perché non riesce a dimenticare? Questa è la cosa sorprendente: perché ha avuto un arresto nello sviluppo del linguaggio. In lui, cioè, resta fortissimo il legame sinestetico, che assicura alle parole un peso e una presenza per noi inimmaginabili (questo fenomeno psichico consiste nell’insorgere di sensazioni auditive, visive, tattili, olfattive e gustative, in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa). Nel circo, per esempio, a inizio spettacolo, il mnemonista si faceva elencare decine e decine di sillabe senza senso, e a fine serata le ripeteva tutte, senza errori. In che maniera ciò era possibile? La risposta era questa: «Come potrei non ricordarle? La r così amara, ruvida, la v così luminosa, accecante», etc. Il caso più divertente si verifica quando, in un ristorante, si accorge di un errore di stampa nel menu ed immediatamente fugge via, in preda a conati di vomito. Non poteva più mangiare, era come se avesse visto uno scarafaggio nella minestra! Per lui, infatti, il linguaggio “era” la realtà, e possedeva la sua stessa una forza estrema. Questo per dire che, secondo me chi scrive ha una sorta di ipersensibilità, di ulcerazione che lo rende particolarmente reattivo al linguaggio, quasi una sua preda.

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