Giorno: 16 ottobre 2015

Ogni 16 ottobre, a L. B.

parigi - foto gm

parigi – foto gm

Ricordo la voce di Rachele:
“Gianni, sono Rachele…”
non so più cosa disse dopo
sapevamo entrambi che nulla
più ci sarebbe stato da dire
eppure molto abbiamo detto
maledicendoti quando è stato
il momento. Bologna, Milano,

Sarzana, non sono soltanto posti,
sono i luoghi dove siamo passati
insieme, è un ottobre freddo,
il secondo o il terzo, dipende,
ma poco conta tutto questo:
ho ancora il numero in memoria,
e qualcos’altro di tuo che non uscirà.

“LuigiUltimo” salvato con nome,
al sicuro nell’hard disk esterno,
come le care cose o le poesie.

 

©Gianni Montieri

 

Leonard Gardner, Città amara (di G. Montieri e L. Pantarotto)

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Leonard Gardner, Città amara, Fazi, 2015. Traduzione di Stefano Tummolini. € 17,50 ebook € 9,99

Nota: Io e Luca Pantarotto di Holden & Company abbiamo a lungo parlato di questo libro e lo abbiamo molto amato. Per questi motivi abbiamo deciso di scriverne due recensioni che escono stamattina su Poetarum Silva e su Holden & Company. Un tipo di collaborazione, questa, che a me piace molto e che il web  – per fortuna – rende possibile. Buona lettura. (gm)

Città amara, versione uno, di Luca Pantarotto

*

«Vuoi sapere come si diventa un buon pugile?»
«Come?»
«Credendo in te stesso. Devi voler vincere a tutti i costi. Il resto non conta. Se vuoi davvero fare il culo a qualcuno, glielo fai».

Sono solo tre battute, ma praticamente il succo di Città amara di Leonard Gardner è tutto qui: in quelle battute e nella scena che segue. A pronunciarle è Buford Wills, un giovanissimo pugile dalla faccia tosta e dalla lingua lunga. Ai Del Monte Gardens, pochi minuti prima che Ernie Munger salga sul ring per battezzare il suo primo incontro ufficiale, Buford gli chiarisce le idee: vuoi vincere? Devi crederci. L’unico modo per vincere è volere davvero la vittoria. Convincersi di essere migliore del proprio avversario, più forte, più cattivo, più spietato. Vederti mentre gli spacchi la faccia, gli spezzi le ossa; se poi lo ammazzi proprio, meglio ancora. Allora vinci. Tutto il resto non conta niente. La fortuna, i manager, gli allenatori, le pillole. L’unica è volerlo davvero.

Pochi minuti dopo questo discorsetto, sul ring, Ernie Munger si becca un colpo in piena faccia, così forte da sfondargli il naso. Succede tanto in fretta che Ernie non fa quasi in tempo a rendersi conto di avere la faccia gonfia di sangue; prova a resistere, cerca di colpire il suo avversario, ma l’arbitro lo tira indietro e interrompe l’incontro. Ernie Munger ha perso. E Buford? Finisce male pure lui: ko all’ultimo round. Tornando a Stockton, il furgoncino che all’andata aveva trasportato quattro probabili campioni insieme ai loro manager è pieno di falliti che non hanno molta voglia di parlare, ma in compenso ne hanno tantissima di bere. E così bevono, fermandosi a tutti i bar che trovano, risalendo sul furgone sempre più disfatti, perdendo qualche pezzo per la strada e tornando a casa alle prime luci dell’alba, con il sole del nuovo giorno che sbatte loro in faccia “l desolante realtà della sconfitta”.

E tutti quei discorsi sul credere in se stessi, sul volere davvero le cose come unico modo per ottenerle?

Cazzate. Se sei un fallito, resti un fallito. Credere di potercela fare, di poter riscattare il proprio fallimento in vista di un dorato orizzonte di gloria tano irraggiungibile quanto improbabile, serve solo a scavarsi più profonda la fossa.

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