Giorno: 6 ottobre 2015

“Pecore in erba”: sulla libertà di oppressione

Dopo aver dato tanto alla causa dei diritti civili nel mondo un ragazzo, Leonardo Zuliani, sparisce nel nulla. Una faraonica folla si riversa su Roma per fargli sentire, dovunque egli sia, la propria solidarietà. Tutti i grandi del mondo, riconosciuto finalmente il suo peso nella crescita della collettività, gli rendono omaggio non solo come a un attivista e ragazzo scomparso ma come a un genio. Perché Leonardo Zuliani non ha solo operato: lui, genuinamente, era. Le sue idee non erano solo frutto di fede ma di natura; le sue trovate non erano solo ingegno ma vera e propria arte al servizio della sua causa; e la facilità con cui trovava trasversali consensi poteva venire solo da una profonda convinzione nella sua giustizia.
In un tempo buio in cui la libertà di parola è a rischio la freschezza di Leonardo Zuliani, nato già certo della sua missione, è riuscita a far vacillare molti dei suoi invisibili paletti. Leonardo è un antisemita, e i paletti in questione alla libertà di parola sono quelli messi alle parole in libertà.
Questo il principio con cui si apre, senza mai chiudersi in una perfetta tenuta di paradosso, il mockumentary di Alberto Caviglia in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia. Un’operazione da far tremare i polsi che non perde mai in leggerezza e che ha avuto l’appoggio di camei trasversali che vanno da Corrado Augias a Tinto Brass, da Carlo Freccero a Fabio Fazio, da Enrico Mentana a Ferruccio de Bortoli e molti altri ancora che irrompono nel mockumentary spalleggiati da un cast parallelo (Margherita Buy, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini) che interpreta, in chiave neorealista e patinata, la vicenda umana del presunto “eroe”.
Leonardo è “geneticamente antisemita”: certo che gli ebrei siano colpevoli della morte di Kennedy come di quella della mamma di Bambi, vive la sua condizione con grande entusiasmo (scrive best-seller cospiratori, è autore della linea di abbigliamento Baci&breacci) ma anche con il dolore di chi spesso si ritrova ad essere incompreso e isolato da alcune frange. Si ride, ma il punto non è certo quello di seppellire l’antisemitismo sotto una risata: il punto, perfettamente centrato dal regista, è sentirsi continuamente a disagio per la perfetta verosimiglianza di alcune dinamiche (la trasversalità del problema, la facilità del relativismo storico) che nel film virano soltanto, e a volte non di molto, verso l’assurdo.
Qual è, allora, il dato che a fine proiezione ci fa sospirare di sollievo per aver visto solo un film che, per quanto comico, ci lascia angosciati? Tenere ben saldo il principio di cui si è detto all’inizio, e che il film luminosamente, senza mai quasi nominarlo, fa emergere: c’è una differenza enorme tra la libertà di parola e le parole in libertà, tra la libertà di opinione e quella di oppressione. Sembra banale, ma ci si guardi intorno, si allarghi lo sguardo senza disancorarlo anche a problemi che non riguardano l’antisemitismo. Non si tratta, in questo film, solo di dimostrare ridicoli determinati comportamenti, l’operazione è più sottile e riguarda problemi più a raggiera: perché presentarci “Pecore in erba” come la storia di un incompreso che lottava per i diritti civili al pari di un antischiavista è una forma di allenamento, è metterci di fronte al fatto che finché non riusciremo neanche per un attimo a dar corda a questa ipotesi è perché portiamo al nostro interno una diga. La più basilare delle dighe, finché terrà, e sapremo coltivarla, che sia in una scuola o al bar o sfasciandoci di risate davanti a un mockumentary e due birre.

© Giovanna Amato

da “Epica dello spreco” di Laura Di Corcia

di Laura Di Corcia

cop di corcia

4.

Il lago ha questo vizio del colore pieno
(e del bosco; e del tonfo)
ha l’allegria attonita di una mosca contro il vetro.

Non è orizzontale,
ma di una verticalità che piomba, che srotola verso
lo zolfo, il terrigno del profondo nulla
che ci contiene e ci origina.

Così, in silenzio, ci dicevamo queste storie
contro le montagne alte, e molte altre
che erano diverse, ma consustanziate al lago.

È di queste appartenenze lontane
che si riempiono le cose.

.

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