Giorno: 3 ottobre 2015

Helicotrema 2015. Cronaca di un festival a “orecchie aperte”

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Helicotrema è il festival dell’audio registrato curato dal collettivo Blauer Hase e Giulia Morucchio e che, tra le tappe della quarta edizione, ha toccato anche Forte Marghera a Mestre, Venezia, in collaborazione con Eventi Arte Venezia e Live Arts Cultures.
Moltissimi gli artisti che hanno partecipato con una o più opere (qui), alcuni tra questi rispondendo all’open call lanciata qualche mese fa. Pochi fra loro sono stati presenti fisicamente e, tra questi, Giovanni Lami o ZimmerFrei, che hanno portano nei luoghi del festival due live set di cui però non tratterò (si può leggerne di più qui e qui). Inoltre, interessante è stato l’intervento di bioacustica di Luca Mamprin, che ha riportato gli esiti di alcuni studi condotti sui pipistrelli e sulla loro forma di comunicazione, appunto, sonora e acustica; oppure l’installazione di Naeem Mohaiemen e Paris Furst Voglio andare alla biennale (2015).
IMG_20150927_131154Gli organizzatori hanno da poco rilasciato un’ampia intervista su PIZZADIGITALE (a cura di Matteo Efrem Rossi, da leggere qui) in cui spiegano cosa il festival proponga e come, tra “ascolti collettivi, paesaggi sonori, radiodrammi, opere sonore e radio-documentari”. “Ascolto collettivo e puro” sono le chiavi per accedere alle diverse sessioni, percorsi che sono stati costruiti rispettando un’architettura – dell’ascolto e degli ascolti -, talvolta smontandola dalle fondamenta.
Una cronaca completa non pare possibile in questo caso, e non potrebbe mai essere esaustiva quanto l’esperienza della partecipazione, quanto la condivisione della ricchezza delle proposte. E tuttavia si possono isolare alcune parti, parlarne brevemente, lasciare (o lanciare) una traccia minima di “quel presente” anche in questo presente, progettando un futuro. (altro…)

Mariangela Gualtieri “Le giovani parole”. Recensione

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Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, pp. 160, € 12,50

Una nuova raccolta di Mariangela Gualtieri implica sempre un’attesa e un desiderio insaziabili. E tuttavia, come le altre già lette, si sa da prima – da molto prima – che anche la novità potrà essere una sorpresa, potrà aggiungere nuova bellezza alla bellezza che vive e risuona altrove.
Le giovani parole è un volume uscito qualche giorno fa per i tipi di Einaudi, che non tradisce affatto le aspettative, un dono che richiede attenzione al lettore, la stessa attenzione che ha avuto in passato e che si moltiplica di lettura in lettura. Il linguaggio di Gualtieri – che è poi il linguaggio del Teatro Valdoca da lei fondato con Cesare Ronconi – possiede una straordinaria forza rigeneratrice qui in forma di “respiro largo”: «Nasce continuamente», per citare un suo famoso verso da Caino (Einaudi, 2011). La sua qualità è soprattutto una, e anche in questa raccolta evidente: una “levità” che quindi contiene in sé delicatezza e grazia insieme, comunque totalizzante, appresa, sottesa ed espressa nella formula di una poesia che “accade” soprattutto, e “fa accadere” poi. L’accadere poetico va inteso come accadere del testo, ma si può parlare in questo caso più che in altri della nostra poesia contemporanea, di un accadere che è anche vocale, di “voce”, strumento che dà luogo al poetico, che risuona nella scelta della parola. Se tutto ciò era vero già in passato lo è ancora qui, dove il titolo Le giovani parole può confermare e, allo stesso tempo, affermare questo portato, di ritorno alla terra, al mondo sensibile, allo ieri ma anche all’umano, talvolta trasfigurato in comparsa, talvolta nella sua veste di carne, dotato di parola o manchevole della stessa. L’ideale spirituale – che pur mantiene la propria dimensione laica – e l’immanente, si congiungono di nuovo, si reinventano, rivengono al mondo: lo dice la poesia di copertina in cui figurano almeno tre sostantivi chiave della raccolta e della poetica di Mariangela Gualtieri, ossia “cielo”, “amore”, “silenzio”, cui si aggiungono “mistero” e “pane”.
Se la prima sessione riporta all’«ebbrezza di vita connessa a ogni forma della natura», la seconda si annuncia in morte della madre, continuando tuttavia un dialogo alla pari, che non tradisce mai il punto d’arrivo, la parola poeticamente e fatalmente efficace. Il luogo, pure, e il tempo, sono qualcosa che accade sotto l’osservazione del poeta e che il poeta comunica: avvengono cioè in un linguaggio “semplice” e nel linguaggio tutto, nel verso e infine nel ritmo che, anche in questa raccolta, dà – o concede – la misura del tempo.
Non mancano i testi nati per il teatro (è il caso di Studio dello stare fermi, nato come monologo in O tu reale scontrosa felicità, Teatro Valdoca 2012) e quelli dedicati a Bruno Schulz; oppure lo spunto tratto da Borges di Bello mondo, in cui si annoverano moltissime voci poetiche amiche di Gualtieri (da Rimbaud a Stevens, da Sant’Agostino alla Rosselli), o gli Esercizi al microscopio che molto hanno a che fare con la biologia, che più volte interseca qui i versi.
L’esercizio, per l’autrice, è anche un “risparmiare fiato”, un respirare poetico consapevole e che mai pesi (sia senza peso, per dirla ancora con le sue parole), che si allunghi o si accorci con consapevolezza, «Facilement, facilement» per dirlo con Cristina Campo e «con lieve cuore, con lievi mani / la vita prendere, la vita lasciare…» per dirla con Hofmannsthal.

© Alessandra Trevisan

Questa recensione è stata tradotta in francese da Silvia Guzzi e si può leggere qui.

Nella mia testa non c’è altro che mare
altro che mare incantatore – altro nient’altro
che mare e sole in un crescendo silente
e dormiente.

Parla un mistero. Tace un mistero
e solo il corpo entra nel fiore
nel fiore d’acqua.

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