Mese: ottobre 2015

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

Io e Vittorio Sereni (di Emiliano Ventura)

Vittorio_Sereni

.

Scrivere un profilo su Vittorio Sereni vuol dire tornare indietro di qualche decennio, Diario d’Algeria è, insieme a Ossi di seppia, la prima raccolta di poesie che ho cercato e letto nella sua interezza. Era l’edizione degli Oscar Mondadori dei primi anni novanta. Allora non sapevo ancora dell’importante ruolo svolto da Sereni nella Mondadori e della creazione della collana degli Oscar, una sua iniziativa che ha rivoluzionato l’editoria del secondo dopoguerra.
Cerco questa edizione del Diario d’Algeria nella mia libreria che però è stracolma e non riesco a trovarla, alla fine devo riconoscere che non è qui, è rimasta nella libreria della casa dei miei. Sono affezionato a quella copia per cui faccio di tutto per trovare il tempo di recuperarla; una volta in mio possesso sprofondo nel poeta che ho conosciuto e apprezzato a lungo venti anni fa, lui e gli altri poeti di quella incredibile generazione.
Giovanni Raboni presentava nell’introduzione a La scatola nera di Giorgio Caproni quella cerchia di poeti che in modi e tempi diversi vestirono anche i panni dei critici, i critici-poeti appunto:

«Quella razza particolare e a parere mio non solo (si vedano al proposito, per esempio, le osservazioni finemente motivate di Pier Vincenzo Mengaldo nell’introduzione ai suoi Poeti italiani del Novecento) particolarmente pregiata di critici che nella cultura letteraria italiana di questo mezzo secolo sono stati, appunto, i critici-poeti, penso alle Letture preliminari di Sereni, alle Aritmie di Bertolucci, al Discorso naturale – e, ora, alla Naturalezza del poeta – di Luzi.»[1]

Naturalmente la lista potrebbe essere più lunga, si pensi ai nomi di Fortini, Solmi, Pasolini e Montale, ma nei quattro testi citati da Raboni sembra assistere a un dialogo tra scrittori che, a distanza, si citano e si recensiscono, tra rispetto e nostalgia; forti del legame che unisce una generazione travagliata, di chi ha vissuto totalitarismi e guerre, disperazioni e speranze. Raboni continua:

«La vicenda e la situazione di una generazione di poeti amici, di poeti che si ammirano, si riconoscono, si amano, incarnando una diversità quasi scandalosa sia rispetto ai poeti della generazione che li ha preceduti e che è stata una generazione di poeti rivali, di poeti nemici, sia, temo, rispetto a quelli delle generazioni successive, che sono – con poche eccezioni, e forse, chissà, non senza ragione – poeti che si ignorano. Io ho un ricordo molto intenso e preciso di un incontro a Parma, una sorta di convegno-festa in onore di Bertolucci al quale fra tanti altri estimatori, parteciparono appunto Caproni, Luzi, e Sereni.»[2]

Probabilmente Raboni scrivendo questa introduzione intorno alle generazioni dei poeti aveva come punto di riferimento il saggio di Oreste Macrì Le generazione della poesia italiana del Novecento. Il brano si chiude definendo questi quattro autori «i maggiori poeti d’una generazione»,[3] una generazione che ha condiviso la guerra e la dittatura fascista negli anni della gioventù, le mille difficoltà e le rare gioie. Maurizio Cucchi, poeta classe 1945, parla in un’intervista con Francesco Napoli[4] di quella stessa felice generazione di poeti: «Eppure guarda che generazione, anche sul piano della poesia: è quella di Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni.»[5] Affinità elettive e differenze, ricordi e recensioni quasi sottovoce e con discrezione circondano i saggi raccolti in volume nel corso degli anni. Così Luzi ricorda Caproni e Sereni, Caproni[6], a sua volta, compone felici intuizioni sulla poesia di Luzi o Sereni, Bertolucci[7] ricorda Sereni e uno scambio epistolare con Luzi.

(altro…)

Vita di poeta, in presa diretta

????

 

Che possibilità ha di riuscire un documentario su un poeta? Anzi, su un processo creativo, quello poetico, così difficile da raccontare? Come dar conto, in definitiva, di quel «pozzo di lavoro con attorno / un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola»?[1]
Gira tra queste domande, nell’esporle, una tensione; sembra quasi di doversi muovere, qui in mezzo, con imbarazzo. D’altronde la poesia stessa è un dubbio, enorme. Può essere una luce che ci guida, certo, e il poeta essere un esempio, e se è vero e grande addirittura un maestro. Oppure no, sarà tutto un vuoto la poesia e una delusione il poeta.
Comunque, si diceva: documentare. Ecco, ma cosa esattamente? Da dove partire, dove arrivare? Quante volte ci siamo detti: come arriva una poesia? Come si accende quella fiaccola segreta che avrebbe nome poesia? Le domande si moltiplicano, niente di più facile, e una risposta, forse la risposta valida per tutte, potrebbe essere questa: tutto sta nel cercare, della poesia, l’origine, o almeno fiutarne il segreto.
Già Wisława Szymborska, con incantevole ironia, una volta mise in guardia dai pericoli insiti in un’operazione simile, e non lo fece in una sede qualunque ma all’Accademia svedese, in occasione del Nobel ricevuto nel 1996: «… i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?».[2]
Eppure, va detto, la quotidianità di un uomo è il cuore di ogni possibile documentario. Da lì occorre partire, necessariamente; dall’esperienza minuta, dallo spendersi delle ore, dai dettagli sempre preziosissimi che compongono il giorno.
A partire dalla vita ci si stringerà poi ai testi, è dovuto, come per verificarli nella realtà. Così, nella pagina di un poeta potremo trovarci ad esempio riflesso un territorio, ossia tutti quei luoghi amati, entrati nel respiro della sua poesia.
Non è solo e semplicemente un ritratto che va cercato, anzi; oltre l’intervista, oltre la biografia, ed evitando il genericamente poetico, il regista dovrà scoprire i nervi del poeta, per indovinarne il ritmo, il respiro, l’origine di una vocazione ineludibile.
Alla poesia – pare banale dirlo, ma non lo è – il poeta appende la propria vita. Ma la poesia prende senso solo da una condivisione di affetti e d’intenti, da una comunità. Fatta appunto di incontri, luoghi precisi e scelti, occupazioni e preoccupazioni. Potremmo dirla in questi termini: una comunità della poesia che risponde alla comunità del vivere. Perché qua sta la poesia, in mezzo ai giorni, proprio mentre intorno si intravedono dei pericoli: che le abitudini arrivino a comporre un deserto; che un generale sonnambulismo ci sovrasti. Nella condizione collettiva come in quella individuale, dalla vita pubblica alla vita privata.
Riportando tutto a casa, il poeta raccoglie lì la poesia. Nel suo studio, in particolare: il luogo dove scrive è il “pozzo di lavoro” dove quell’“uomo sempre in crisi” che è il poeta si ostina a disordinare il silenzio della pagina, cercando di trascrivere, “figurandola”, questa “crisi” che sempre abbiamo sentito e sempre sentiamo.
Illuminanti, a questo proposito, alcune parole del filosofo Antonio Banfi: «E il nostro non è un punto di vista che offre una soluzione della crisi: è il punto di vista della crisi, dove le energie creative devono trapassare dal negativo al positivo. Se trapassano, bene, se non trapassano, che resta a dire? È questo l’unico grande tentativo che può essere fatto».[3]
Occorre allora che il regista possa, e sappia – come dire – infilarsi nella vita del poeta, guadagnarsi via via la sua fiducia. E lo accompagni, lo affianchi, facendosi portatore invisibile di un occhio-camera in grado di catturare, rubare dettagli.
Così il regista vede, ascolta. Sa che dopo aver tanto rubato, tanto scavato, del poeta gli rimarrà essenzialmente l’uomo; sa che ogni risultato positivo sarà il prodotto dell’umanità che li mette in relazione. Il regista, il poeta: i loro sguardi prima distanti possono farsi vicini. Entrambi, d’altronde, nutrono immagini e dalle immagini sono nutriti. Questo avvicinamento (o incontro, o sovrapposizione) si gioca nello stile, nella visione, soprattutto attraverso il motore del film che è il montaggio, sapendo che più che di sapienza tecnica, infatti, lo stile ci dice della visione. Ecco il pozzo intorno a cui girare, il lavoro che li avvicina, li rende uguali, ugualmente prigionieri. Pagina e schermo possono quindi incontrarsi.

Cristiano Poletti

 

[1] V. Sereni, Pantomima terrestre, in Gli strumenti umani, Einaudi, Torino, 1965.

[2] W. Szymborska, La prima frase è sempre la più difficile, Terre di mezzo, Milano, 2012.

[3] A. Banfi, La crisi, Scheiwiller, Milano, 1967.

Rosario Palazzolo – Cartoline dall’orlo

palazzolo

Cartolina numero uno
La Paura (di Luca Mannino)

Marta ha paura. Una paura fottuta. È chiusa in camera, la sua camera da letto. Marta mette tutto ciò che può davanti alla porta, affinché nessuno entri. Mobili, sedie, tutto. Marta piange, perché sa che è inutile. Marta chiede perdono, a chi continua a sbattere sulla porta. E Marta urla. Marta impazzisce dalla paura. E urla. Urla sempre più forte. Marta trema. E Marta ha un’idea, una speranza, a un certo punto. Fingersi morta. Le sembra una buona idea. Dovrà solo renderla credibile, la sua morte. Adesso si organizza. Prova. Simula un infarto. Chiunque entrerà la vedrà morta e la lascerà perdere. Pensa, Marta. Forse. O forse no. Basterà toccarle il polso, per accorgersi della fregatura. Impiccarsi. Simulare un’impiccagione è difficile, ma non impossibile. Quel chiunque s’impressionerà, e non approfondirà. Sicuro. Marta si organizza. Adesso è lì, su una sedia. Pronta a saltare.

CARTOLINE DALL’ORLO (è un laboratorio di Progetto Santiago)

Laboratorio itinerante di scrittura e creazione teatrale
a cura di Rosario Palazzolo

— A Salerno, Reggio Emilia, Milano, Genova, Piacenza, Savona, Figline Valdarno, Palermo, Pavia, Torino

— Una produzione
Progetto Santiago e Teatrino Controverso >>>>>

Dieci città, dieci cartoline, uno spettacolo, un libro
Il laboratorio si svolgerà in due fasi, nella prima i partecipanti analizzeranno la struttura di un testo, e approfondiranno le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le metamorfosi, lo skaz, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, le didascalie, le revisioni, e gli esercizi saranno pratici, perlopiù, e deduttivi, e analitici, e ci si confronterà col gruppo sviscerando i testi e predisponendo il lavoro futuro e per futuro s’intende la seconda fase, ché il resto del percorso consterà di approfondimenti via mail e via skype – solo per gli iscritti non di Palermo – due in tutto, nei quali i partecipanti svilupperanno e limeranno e definiranno il testo e infine i più maturi – dieci in tutto – verranno raccolti in un piccolo libro, che potrebbe essere anche un grande libro per quanto piccolo di dimensioni, un piccolo grande libro, diciamo, quindi, pubblicato da Progetto Santiago, e poi altri dieci verranno messi in scena in uno spettacolo, un piccolo grande spettacolo col medesimo titolo del libro e col medesimo titolo del laboratorio, e cioè Cartoline dall’orlo, per l’appunto, e lo spettacolo debutterà a Palermo a giugno 2016.

(altro…)

“Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue” di Angelo Maria Pellegrino. Una biografia e una ricognizione attorno alla poetica dell’autrice

Goliarda-Pellegrino-Poetarum

Angelo Maria Pellegrino, Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue, Paris, Éditions Le Tripode, 2015, pp. 64, € 9.00

L’intento di un’opera biografica dovrebbe essere quello di completare di dettagli inediti una vita, ridandole valore, acuendo talvolta la sua possibilità di riscatto. Il compito di una biografia dovrebbe essere quello di approfondire, non di insegnare: riagganciare i tasselli di un puzzle da (ri)costruire. Si tratta di far riflettere le diverse parti di un prisma, gli spigoli di un vissuto e i suoi “lati” più o meno evidenti: fatti riflettere appunto nuovamente alla luce, potrebbero chiarificare alcuni elementi dell’esistenza di cui si narra, rendendoli circoscrivibili se non comprensibili. Non è mai cosa facile: un’operazione di tale portata impone una logica ferrea, ossia quella che esclude la divagazione ma include la particolarità e l’attenzione.
Belinda e il mostro di Cristina De Stefano (Milano, Adelphi, 2002) è un esempio lampante di questo tentativo di indagine postuma attorno alla vita (“segreta”, come da sottotitolo) di Cristina Campo, un volume che conclude il percorso già iniziato altrove, nell’epistolario – magnifico – dell’autrice. Ricche di annotazioni, appunti, ragionamenti in essere e conclusi, le lettere della Campo non solo sono state definite imprescindibili (va da sé) per la lettura della sua Opera ma anche sono state designate come opera letteraria all’interno del corpus. D’altronde lo “stile” è sempre alla prova: deve superare l’esame di una “tensione” data dalla lettura ma anche dalla compattezza di un’idea.

Presso la librairie Tonnet a Pau – dal sito de Le Tripode

Un preambolo utile, questo, per entrare nel volume Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue di Angelo Maria Pellegrino uscito per la casa editrice francese Le Tripode quest’anno, la stessa che sta ripubblicando e pubblicando tutta l’opera di Sapienza sinora edita. Un’impresa attenta che crea così un doppio filo con l’autrice, chiudendo il cerchio della fortuna francese dei primi anni Duemila del romanzo L’arte della gioia, prima della ripubblicazione e del successo avuto con l’edizione Einaudi nel 2008. La stessa traduttrice di L’Art de la joie nel 2005 (per Éditions Vivian Hamy) infatti, Nathalie Castagné, sta curando coraggiosamente la traduzione dei volumi francesi di Sapienza ed è più volte intervenuta, negli scorsi mesi, a fianco del vedovo di Goliarda, Pellegrino, per trattare de lavoro comune, del loro approccio e della poetica di un’autrice complessa ma molto amata dal pubblico francese. Certo, in Italia attendiamo l’epistolario di Goliarda (di prossima pubblicazione) che arricchirà la parte delle opere autobiografiche, in primo luogo i Taccuini Einaudi, ma anche la biografia di Giovanna Providenti, i saggi e gli interventi critici che citano ampiamente le lettere inedite e la corrispondenza che l’autrice ebbe sia con amici e conoscenti, sia con esponenti del mondo editoriale coevo. (altro…)

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Berlino, foto GM

Berlino, foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Gli Abbronzatissimi, così si chiamavano fra loro. Il nome veniva da una cosa che era successa un giorno e che  poi ci avevano riso sopra per un pezzo. Era passato dai giardinetti uno, che era uguale ai tanti tizi in giacca e cravatta che passavano di là verso le sei e mezza-sette di sera, però questo, invece che tirare dritto per le sue, si era fermato. Era andato verso di loro, lì seduti sulle due panchine ai lati della fontanella. Prima a passi lenti, poi più spedito. Era venuto fuori che conosceva la Desi perché erano stati a scuola insieme. La città non è poi così grande. Gli Abbronzatissimi lo guardavano come una bestia venuta fuori dallo zoo. Lui chiacchierava un sacco e la Desi rideva e lui, allora, ci dava ancora più dentro. Poi, dopo un po’, quando lui ormai iniziava a lanciare occhiate agli Abbronzatissimi che erano lì, tutti seduti in fila sulle panche, a guardare lui e la Desi che parlavano, aveva detto quella cosa. Disse così: “Beh dai, ti vedo proprio bene! Ma dì, non è che sei andata al mare? Sei proprio abbronzatissima!”. A quel punto la Desi si era girata verso di loro e li aveva guardati in un modo e tutti si erano messi a ridere.

Erano proprio un bel gruppo, gli Abbronzatissimi, e la Desi era la loro femmina. Era anche bella la Desi, bionda con gli occhi azzurri e tutti loro erano innamorati di lei.

La mattina, quando si trovavano ai giardinetti, non è che fossero tanto abbronzati, per la verità. Qualcuno, appena c’erano due raggi di sole, si toglieva tutto e si lavava lì alla fontanella. La Desi, di solito, arrivava verso le undici. Non era mai messa troppo male e non lo diceva a nessuno dove andava a dormire. Mica scema la Desi. Anche perché era così furba che tutti la amavano. E poi arrivava sempre con un bel cartone di rosso e tutti sapevano che quel vino arrivava sicuro tutti i giorni.

(altro…)

Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva

viv

Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva, Sur, 2015. Trad. di Martina Testa. € 16,50 ebook € 9,99

Nel cuore della notte vieni a infilarti nel mio letto. Mi metti un braccino sul petto e dici che hai paura che io muoia mentre dormo. Dico Non hai paura che muoia mentre sono sveglia? Quando sei sveglia ti posso tenere d’occhio, rispondi. No, non ha senso, dico io. Vuol dire che quando tu sei sveglia puoi tenermi d’occhio. No, mi spieghi, quando io dormo e tu sei sveglia sogno quello che stai facendo. Ma quando dormi non lo so mai.”

Il brano scelto per la rubrica sta nella seconda parte di Carne viva, il fortunato romanzo d’esordio di Merrit Tierce, premiata dalla National Book Foundation come uno dei cinque migliori scrittori americani sotto i trentacinque anni. Scelto perché Mary, protagonista e voce narrante, parla a sua figlia, ma le parla come se le stesse scrivendo e come scrive a lei così scrive a noi. È un brano molto tenero, uno dei pochi in un libro doloroso e duro. Scelto perché è uno di quei brani di scarto con la narrazione principale del romanzo che avviene quasi totalmente nella parte di vita di Mary in cui sua figlia (che vive col padre) non c’è. Scelto perché questo brano giustifica e, in un certo modo, salva il resto della storia e della vita di Mary, vediamo perché.

Siamo in Texas, Mary lavora come cameriera, prima in piccoli bistrot e successivamente nlla ristorazione di lusso, a Dallas. Il ristorante in cui lavora è un posto da cene carissime e da mance (sappiamo che per i camerieri negli Usa le mance sono tutto) con percentuali da brivido. Mary ha circa vent’anni ed è molto brava nel suo mestiere, brava soltanto in quello, lei crede, ed è quello che Tierce ci racconterà. Mary si butta via, fa sesso casuale, con chiunque, dovunque. Assume droghe prima e dopo i turni di lavoro. Non trova il piacere e nemmeno lo cerca, non si abbandona. Mary cerca – invece – il proprio dolore, lo genera, se lo autoinfligge. Lo trova, lo riconosce e in quel dolore si riconosce. Sa che la sua solitudine, il suo rimanere lontana dalla figlia, dal marito (un bravo ragazzo), sono scelte che rivendica – sbagliate o meno. Non è la vita che non fa sconti a Mary, è lei che non ne vuole. Tierce usa un linguaggio forte, diretto, impone anche al lettore una scelta, proponendogli una narrazione delle cose come stanno, raccontate per quello che sono, non c’è filtro. Il dolore è cupo e insopportabile, fisico. La dolcezza, quando arriva, proprio perché a quella sofferenza è connessa, commuove. Mary pare trovare la quiete, una sorta di pace nel dolore, il che è terribile, eppure è questo che accade.

(altro…)

Inediti. Poesie da “Il primo cassetto” di Eliana D. Langiu

 

20151026_140646-2

1

io sono il vuoto
io sono la casa
io sono lo scoglio
su cui batte l’acqua
io sono la pozzanghera
scivolosa di alghe
io sono il tuo primo cassetto
il tuo blocchetto di ricevute
aperto
il giorno esatto dell’ultima
.                      piega
di calcina piovutaci dentro
di un mazzetto di chiavi
.           uguali tutte per aprire
il primo cassetto

io sono il tuo primo ripiano
nella cabina armadio
dove c’è il diario che ha
legato e diviso e separato
.      sorella e fratello
.    sovrumana ragione
perderò anche forse quello

io sono il tuo costume blu
madreperla     sospeso
sul participio prestato
giace piegato nell’armadio
per questo presente anno prossimo
.                        da portare

io sono la casa vuota
la casa dei ricordi
la me minore non accompagnato
la me minore
che perde terreno

la casa del ripiano
non è la casa dei ricordi
ma il diario le lega
finché il mercato edilizio
non  riprende la corsa

allora sarò la tua casa
.           abbandonata sarò una casa
che guarda allo specchio
.            ovale
un buco che attraversi lo sguardo

che stenta a capire come la carne
.            continui la strada

e il cuore a battere
e il cervello questo cervello
.            a pensarti
e gli arti a muoversi
nella fatica di portare quel buco
senza più casa
senza diario
.           senza essere
.           vibrato dall’ultima lettera

dell’alfabeto
che non ho cancellato

. (altro…)

Blablaindoeuropeoblablanoia

di Roberto Batisti

Quattro deformazioni professionali

the fat of the land

1. Fu nella Taylor Institution Library di Oxford, mentre mi documentavo sulla dittongazione negli accusativi plurali del cipriota, che scoprii come la Festschrift dedicata più di trent’anni orsono all’ellenista e indoeuropeista F.R. Adrados si aprisse con questo bel sonetto di Luís Alberto de Cuenca, filologo, poeta, traduttore, real accademico di Spagna, e facitore – non so quanto noto da noi – di versi limpidi, ironici e eruditi, con un gusto postmoderno per la ripresa dei miti antichi. Non so quanto sia frequente imbattersi, fra i dotti contenuti di simili volumi gratulatorî, in poesia contemporanea di pregevole fattura; tantomeno poesie i cui protagonisti siano gli Aryas in procinto d’abbattersi sulla valle dell’Indo. La traduzione, orrenda e puramente di servizio, è mia e ha l’unico merito di tentare la salvaguardia – con qualche stiracchiatura – degli endecasillabi:

(altro…)

Inediti. Fabrizio Milanese: cinque poesie

 

.(immagine presa in internet. potrebbe essere soggetta a copyright)

VOGLIO UNA CASA PER RICORDARE

Voglio una casa per ricordare.
Un muro che assorba
il mio odore di fatica.
Un focolare spento
con cenere di betulla.

Stare nel mistero fecondo
di un baratto silenzioso:
un vaso con una pietra
per attendere la sera
e sognare soli e girasoli.

E in questo azzurro umido
posare l’immagine di un fiore.

.

IL CORTILE DELLE OMBRE

Vecchie fontane
parlano di madri e versi
nel cortile delle ombre.
Campagne arroventate
di padri con carri ricolmi.

Il carminio del tramonto
accenna la levità delle corone.

Nella calma
ogni orma è coperta
dal contegno della paglia.

. (altro…)

Nota a Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)

«Volano stracci intorno./ I veri hanno colori/ da tuta mimetica,/ inodore è il tanfo.// Nella notte ti culli/ e ti spaventi a vuoto/ per Lumpen variopinti/ (rinnegati parenti).// Il cencio del risveglio non porta la ragione./ pre-fissi la coscienza/ con novelitas lumpen». La poesia di Anna Maria Curci mi appare come attraversata da una scarica elettrica o da un tremito nervoso irrefrenabile che si fa parola armata e scattante. Questa sensazione ritorna rafforzata dopo la lettura dell’ultimo suo libro Nuove nomenclature e altre poesie − edito da L’Arcolaio, 2015, con prefazione di Plinio Perilli e nota di lettura finale di Gianfranco Fabbri. Anche questa densa e articolata raccolta nasce da un’attenzione minuziosa e spasmodica per la realtà, in tutti i suoi aspetti, sia per quelli apparentemente transeunti e quotidiani, o più ampiamente contemporanei (Sta dalla parte dei respinti/ e non l’ha scelto. Il tedesco/ lo chiama nero, se lavora,/ a bordo passeggero cieco.// Il francese lo bolla senza/ carte, per l’inglese è immigrante/ illegale. Soliti ignari,/ qui, rispolverano il latino.// Eppure, “di nascosto” era “clam”:/ cosa c’è di segreto in chi,/ nell’angolo, prega che lingua/ non taccia e copra il suo destino?), sia che essa si apra verso il lungo respiro della storia, storia che entra nel verso per lampi e accensioni, legando macrostoria e storia familiare (Sono nipote di un eroe di guerra/ miracolato a un filo, poi travolto/ da un camion per improvvida manovra// e di un coscritto fuggitivo, preso/ e recluso nell’isola severa./ Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.). Rivelando, così, il senso segreto del dettato della Curci: una meditazione sofferta, indomita e sagace, sul destino dell’uomo, come emerge dalla poesia 16 ottobre 1943 (Se Cassandra è Celeste,/ è vestita di nero/ è scarmigliata e sciatta/ è fradicia di pioggia.// a vuoto profetizza, scombinata com’è./ “Sfiduciata speranza”/ apre gli occhi e li chiude.// Nell’alba successiva/ le grida stropicciate./ Razzia, rastrellamento/ nel cielo grigio topo), sul suo rapporto col dire e col senso che da esso ne scaturisce. La cifra poetica della Curci oscilla tra attenzione e disincanto, ironia, che a volte diventa sarcasmo, e compassione, nel senso proprio ed etimologico, verso le cose, gli uomini, ogni evento del mondo. Naturalmente questo sguardo acuto e selettivo diventa, nelle pagine del libro, precisione chirurgica del dettato poetico, stile. L’amplissima gamma di sensazioni e riflessioni che emergono dallo spazio bianco del foglio sono rese attraverso il filtro rigorosissimo del verso, attraverso un’attenzione ossessiva alla parola, alla precisione del dettato, come se da una parola di troppo o da una virgola sbagliata potesse dipendere il crollo non solo del senso del componimento, ma dell’intero mondo da esso evocato. E qui si manifesta un’altra caratteristica fondamentale della poesia della Curci, l’unione simbiotica tra senso e verso, il senso del dettato emerge dal rigore della versificazione, dalle forme chiuse e dal suono stesso dei versi. È la forma dei versi che permette ai contenuti di potersi esprimere nella loro pienezza, nella loro dimensione, di volta in volta, rivelativa, sapienziale, ironica e, viceversa, è la pienezza del senso che ridesta nella loro funzione originaria, nella loro armonia musicale, quelli che nel corso del tempo sono diventati gusci vuoti, soppiantati dalla versificazione libera novecentesca. Nei testi di Nuove nomenclature i metri della tradizione poetica italiana, l’endecasillabo e in particolare il settenario con la sua scattante icasticità, assumono nuovo vigore, essi esprimono la misura giusta per rinominare la realtà, per darle una nuova e inaudita nomenclatura e quindi per ridefinire un ordine, un’armonia (anche di suoni, attraverso un uso sapientissimo delle allitterazioni e delle rime) che sembra ormai perso sia nella parola che nelle cose. Si veda a tal proposito l’uso delle quartine e dei distici che fanno insediare i versi della Curci in una dimensione epigrammatica, fondata sui pilastri dell’ethos e della memoria. Queste due istanze sembrano emergere dalle attività che la Curci esercita nella vita e che affiorano tra le pagine del libro: la traduttrice e l’insegnante, mestieri che sono entrambi, al tempo stesso, un esercizio etico e della memoria. La cura per la traducibilità della parola, per le sue potenzialità analogiche e simboliche, che mette a confronto due lingue e le rende rivelatrici l’una dell’altra (Nella torre a Tubinga/ scriveva Scardanelli/ quel bagliore di alture/ che cerco di tradurre) è la stessa cura che è presente nella trasmissione di generazione in generazione del sapere e della sua ricerca attraverso il desiderio (Assennata e composta la bambina/ sorseggia il tedio tutto fino in fondo). La fede nella parola che contraddistingue l’intero libro, della parola come salvezza dall’oblio, diventa esplicita e drammaticamente struggente nell’ultima sezione, Canti dal silenzio, in cui l’intera trama del libro si rivela come un tentativo di ricostruire, attraverso l’ascolto, la partitura del dire e dell’esistenza (Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota./ Ricostruisci la tua partitura:/ è proprio quella che appare distante), di ritrovarne i legami profondi, oltre il disincanto che ogni esistenza porta con sé e che la poesia stessa deve attraversare fino in fondo (Si aggiunge un giorno al conto delle farse./ Magri gli ingaggi, al verde le comparse). Esistenza e parola che però possono essere fatte nuovamente proprie solo attraverso una distanza, un filtro, la soglia del silenzio e del suo corrispettivo spaziale: la pagina bianca, che sola permette un ridestarsi del canto, un emersione di senso, un reincantamento del mondo, fosse anche solo per dirne la sua intrinseca illusorietà (La schiena scricchiola senza spartito/ precipita la suite della speranza/ nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto).

© Francesco Filia

Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie di Gianni Montieri

Poeti della domenica #18: Friedrich Dürrenmatt, Luna

Friedrich-Dürrenmatt

Luna

Assurdo, morto mondo di pietra
Il tuo alito mi raggela

Tu sorgi muta, corrosa,
Leccata da un eccesso di luce
E sveli le macchie dell’universo

Nascondi il viso butterato
Cali di nuovo, e ti riduci a niente

Mond

Du sinnlos tote Welt aus Stein
Dein Odem bläst mir Kälte ein

Zerfressen steigst du still empor
Beleck vom Übermaß des Lichts
Und weist des Weltalls Male vor

Verhüllst die Narben des Gedichts
Nimmst wieder ab und wirst du nichts

© Friedrich Dürrenmatt
(traduzione inedita di Donata Berra)
in: Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca, a cura di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti 2013