Giorno: 25 settembre 2015

Marilena Renda, La sottrazione (di Mario De Santis)

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Marilena Renda, La sottrazione, Transeuropa, 2015, € 10,00

di Mario De Santis

 

Con il nuovo libro di poesie, La sottrazione, Marilena Renda introduce nella scrittura un doppio movimento tra il  lavoro esistenziale a cui è chiamata nella sua realtà biografica di insegnante (che pure è molto presente nel libro) e la sua attività di poeta: là dove la prima si trova ad insegnare parole, istituzioni, logica  e secoli,  la seconda  è inevitabilmente anche un’opera di disintegrazione o di ricreazione,  disgrega il senso delle cose e dei linguaggi e così prepara o ripara i crolli e le distruzioni del senso. E tuttavia anche  l’insegnante come il poeta  si trova  nella posizione – specie verso l’alunno bambino – di chi introduce nella vita di quest’ultimo le parole della prima volta,  parole nuove – e magari parole nuovissime a bambini che arrivano da lingue materne altre. Si tratta dunque, nell’ottica de “la sottrazione” di una convergenza.

Il poeta parla dalla posizione di una radice della langue non ancora strutturata o capace di essere lingua nuova e da quella posizione Renda sintetizza in un verso che si incontra tra i primi testi del libro  e dice la necessità  primaria forse sia al poeta che al maestro che a chi legge ed ascolta:  “devi abbandonare parole stanche” ritrovando ciò che è “tuo” rispetto ad una langue del “loro”. Allora “metti in bocca il sangue d’orso” dice alla fine nella stessa poesia,  introdotta da una presenza animale che poi torna nel libro a segnalare un’anteriorità, una dimensione prelogica prelinguistica come riferimento.

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi, Passigli Poesia, 2015

C’è un racconto, nella raccolta Tre sentieri per il lago (titolo dell’edizione italiana) di Ingeborg Bachmann, che continua  da decenni ad esercitare su di me il fascino  dell’unione di nitore e ironia.
Questo racconto è Occhi felici (il titolo originale, Ihr glücklichen Augen, è una citazione dal Faust di Goethe). La protagonista, Miranda, è ‘dotata’ di una fortissima miopia e questa si manifesta nel corso degli eventi narrati non tanto come preclusione alla completezza, quanto, piuttosto,  come la scelta consapevole di una visione altra. È una visione che seleziona, discerne, esclude ciò che è gretto. Non ignora la disperazione, anzi è ben consapevole che è proprio questa a nutrire l’esistenza delle creature (si mescola, com’è legge naturale, sembra di capire, ad ingredienti di segno opposto; il risultato di tale miscela resta oggetto della ricerca di chi scrive e indaga); tuttavia, non si limita ad aggirarsi solo tra le stanze tetre dello sconforto. Supera, dunque, la disperazione; ne conserva memoria, ma non sguazza, non si compiace in essa.
Quando ho letto L’abitudine degli occhi, la raccolta più recente di Monica Martinelli, non ho potuto fare a meno di pensare a Occhi felici. Come per il racconto di Ingeborg Bachmann, anche per le poesie di Monica Martinelli pare quasi di vedere il movimento ripetuto, per consuetudine e necessità, di chi strizza gli occhi per mettere a fuoco, di chi, ancora, fissa lo sguardo dinanzi a sé, come per abbracciare obiettivi distanti. È vero che si può inciampare nel gradino sotto il nostro passo; è vero che il pericolo di sbattere contro l’ostacolo vicino e ‘mancato’ è una costante. È vero, altresì, come succede a Miranda in Occhi felici, che quella miopia con effetti caricaturali e serissimi allo stesso tempo, come in una comica di Buster Keaton, dà corpo e vita a una visione del mondo sui generis, ma dalla struttura decisamente rigorosa. (altro…)