Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album

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Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album, Il Saggiatore, 2015, € 20,00, ebook 10,99. Traduzione di Delfina Vezzoli

Noi ci raccontiamo delle storie per vivere. La principessa è imprigionata nel consolato. L’uomo con le caramelle porterà i bambini in fondo al mare. La donna nuda sul cornicione fuori dalla finestra del sedicesimo piano è vittima dell’accidia, oppure la donna nuda è un’esibizionista, e sarebbe «interessante» sapere qual è delle due. Ci raccontiamo che fa una differenza se la donna nuda sta per commettere un peccato mortale o sta per esprimere una protesta politica o, in una visione aristofanesca, sta per essere riportata alla condizione umana dal pompiere in abito talare che s’intravede nella finestra dietro di lei, quello che sorride al teleobiettivo. Cerchiamo la predica nel suicidio, la lezione sociale e morale nell’omicidio di cinque persone. Interpretiamo ciò che vediamo, selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple. E, soprattutto se siamo scrittori, viviamo grazie all’imposizione di una linea narrativa sulle immagini più disparate, alle «idee» con cui abbiamo imparato a congelare la mutevole fantasmagoria che costituisce la nostra esperienza effettiva.

È proprio come dice Joan Didion: “selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple”. Significa, tra le altre cose, che non solo non valutiamo tutte le possibili varianti, ma che nemmeno le vediamo. Le escludiamo, inconsciamente, per comodità. Lo facciamo tutti e lo fa lo scrittore, imponendo “la linea narrativa sulle immagini più disparate”. La Didion è una grande ragionatrice, leggendola si ha l’impressione che lasci poco all’improvvisazione perfino quando si concede una battuta. Il brano che ho scelto per introdurre la recensione è anche l’incipit di The White Album, tra le molte frasi sottolineate, queste sono le più preziose. La prosa è bellissima e il libro comincia così, quale lettore resisterebbe a una pagina del genere? Cos’è The White Album? Sicuramente è reportage, ma è anche diario, è anche saggio, è pure storia del costume, è, per fortuna, prosa dal passo incredibile. Il libro uscì negli Stati Uniti nel 1979 e raccoglie scritti di, più o meno, un decennio (dagli ultimi anni dei sessanta agli ultimi dei settanta).

Confesso di non aver mai letto la Didion fino a oggi, niente panico, sono in ottima compagnia, in Italia è ancora molto poco letta, rimedierò (e voi con me). Intanto una piccola riflessione: i reportage di David Foster Wallace, di George Saunders, di John Sullivan, hanno forse una madre, è solo un’ipotesi, ma è chiaro che un certo modo di scrivere il saggio breve, il racconto giornalistico mischiato all’esperienza personale, che molto amiamo, ha origini più lontane, qualcuno lo faceva già, la Didion, ad esempio. Non ricordo se qualcuno dei tre scrittori qua citati abbia mai parlato della Didion (forse Foster Wallace) ma è probabile che (se non l’hanno letta) l’abbiano sentita, la sua prosa era anche nell’aria, oltre che sulla carta. Parlo naturalmente di un certo modo di fare racconto giornalistico, non del modo di scrivere, tutti i citati scrivono, o scrivevano, in maniera molto diversa l’uno dall’altro.

Torniamo a Joan Didion. La sua scrittura è molto tagliente, ma non arriva al punto attraverso una pugnalata, ci arriva come se stesse sbucciando una mela, piano piano fino a portare il lettore al frutto, che è il senso del suo ragionamento, il suo punto di vista. È talmente brava che il soggettivo si trasforma spesso (anche pericolosamente) in oggettivo. Faccio un esempio: in un breve brano racconta di aver accompagnato una troupe televisiva, che deve riprendere Nancy Reagan (moglie dell’allora soltanto Governatore della California Ronald) in versione domestica mentre compie cose di ogni giorno in maniera naturale. Il giornalista viene raccontato così bene dalla Didion, nella sua incapacità di accontentarsi di qualcosa di spontaneo, che alla fine fai il tifo per Nancy che va fuori a raccogliere i fiori, cambiando l’azione tre o quattro volte per accontentarlo. Divertente e istruttivo. La Didion non giudica, mostra. Tutto qui. È malinconica quando racconta momenti difficili della sua vita privata, come uno dei soggiorni alle Hawaii, in un periodo di crisi matrimoniale. È fantastica quando demolisce la retorica del movimento femminista o quello dei diritti degli afroamericani. Attenzione: racconta fatti e fa emergere il suo punto di vista. La Didion non era contro il movimento delle donne, era contro l’esaltazione di un ideale, portato fino alla cecità, ossia la sua perdita. I motivi sacrosanti per cui le donne lottavano, secondo la Didion, sparivano perché la chiusura eccessiva all’altro e la rigidità totale vanificavano gli sforzi. Il risultato minimo faceva perdere di vista quello più grande.

Il marxismo in questo paese era sempre stato una passione eccentrica e donchisciottesca. Una classe oppressa dopo l’altra sembrava alla fine non aver colto il punto. I non aventi, si scoprì, aspiravano soprattutto ad avere. Le minoranze sembravano promettere di più, ma alla fine si rivelarono deludenti: risultò che si preoccupavano sì dei problemi, ma tendevano a considerare l’integrazione della tavola calda e dei sedili anteriori dell’autobus come veri scopi finali, e solo raramente come semplici manovre, pedine di un gioco più grande.

La Didion spazia, fa il suo mestiere. Los Angeles, The Doors che provano, Jim Morrison che non arriva, i difetti di Doris Lessing, l’integrità di Georgia O’Keeffe, le molte assurdità e contraddizioni dell’America, la sua vita in quegli anni, le orchidee e l’immigrazione. The White Album è molte cose ed è vero piacere di lettura, l’eleganza della Didion, credo,  non ci lascerà mai.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

Nota: per chi volesse saperne di più su Joan Didion segnalo due articoli:

Cristiano De Majo su Rivista Studio

Annalena Benini su Minima&Moralia

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