Giorno: 21 settembre 2015

Dieci minuti di pordenonelegge #3

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«Il suo buio primitivo»: dentro la poesia di Milo De Angelis

L’ultimo appuntamento con “dieci minuti di pordenonelegge” vede un ritorno molto gradito nel nostro blog: quello con la poesia di Milo De Angelis, che è già stata ospite di alcuni post pubblicati da noi nel corso dell’ultimo anno a cura di Francesco Filia. Li rilancio: Intervista a Milo De AngelisMillimetri. Una nota di lettura, Incontri e agguati. Una nota di lettura ma potete rileggerli anche qui.

Incontri e agguati è il titolo dell’ultima raccolta Mondadori e dell’evento che si è tenuto presso Palazzo Gregoris ieri mattina ed è anche il titolo del dialogo appassionato tra Emanuele Trevi e lo stesso poeta. Trevi ha indagato la poesia di De Angelis con un’attenzione e un’acutezza che hanno fortunatamente dato luogo a un viaggio dentro le parole. Proverò a riproporne una parte qui, una selezione di tre momenti, ma intendo lasciare spazio prima all’ascolto, alla lettura ad alta voce, che inizia con un testo dedicato a Mario Benedetti. Sarà il bagaglio di questo viaggio:

***

Emanuele Trevi inizia la conversazione partendo da un’osservazione: «Credo che nella tua poesia ci sia sempre un andare incontro alle cose, non un inventare» e introduce anche il tema della morte presente nella prima sezione dell’ultima raccolta. Attorno a questo, De Angelis risponde:

Vero. D’altronde nella radice del verbo “inventare” c’è “invenire”. Ho sempre creduto alla poesia non come fondazione ma come svelamento di qualcosa che c’era già, quindi come un rito propiziatorio che mette in atto, attraverso le parole, un mondo già esistito prima di noi. […] Nell’ultima raccolta Incontri e agguati ho tentato una sorta di trattativa con la morte […] e certo la poesia è, più di ogni altra forma espressiva, carica di morte; conosce i ritmi, ha una pretesa di assoluto […] rinasce nel verso successivo. Nietzsche diceva in un suo aforisma del 1887 “Ciò che non porta con sé la sua fine non ha diritto di nascere, non ha diritto di cominciare.” Ecco, credo che sia così: un discorso poetico che non è impregnato della propria mortalità diventerebbe chiacchiera, intrattenimento, talk show, passaggio da una puntata all’altra del discorso. No: ci sono interruzioni brusche, feroci, di fare poesia, che diventano in realtà il segreto della sua autenticità. […]  Di fronte alla morte io, Milo De Angelis, non sono in grado di instaurare un dialogo: c’è solo un grido, di indignazione, di stupore. L’altro però, la poesia, può permettersi di instaurare un tentativo di tregua con la morte.

La morte è centrale anche nella seconda parte delle letture che si propongono qui oggi, cui segue una terza porzione di ascolti in cui protagonisti sono gli incontri con dei “tu” particolari, come riporta ancora Trevi: «Mi sembra che in alcune di queste poesie il poeta incontri sé stesso. […] Poi, avviene sempre in momenti di passaggio, mentre quest’io che racconta sta andando a lavorare, o momenti di passaggio nel pensiero: appaiono queste meravigliose figure. E anche è tanto autentico che queste straordinarie figure ti siano venute addosso.». De Angelis afferma:

Sì, è così, dici molto bene. Ogni incontro, anche il più domestico, può irrompere in un agguato, può portarti in una zona sconosciuta, indeducibile, che ti porta a scoprire altre cose, che ti impedisce di tranquillizzare l’incontro. Tu stesso senti che, a volte, tutto è troppo quieto. Non solo tu subisci l’agguato ma senti che bisogna scendere a picco in una zona più ripida, che bisogna camminare, appunto, sul bordo dei pozzi. Ecco, questa figura del cammino pericolante, pericoloso, l’ho sempre sentita in tutta la seconda sezione. Quanti pellegrini e compagni si affacciano come ombre […] però anche dietro la giacca dell’impiegato di Tecno Casa può affacciarsi la poderosa insistenza del niente. Di volta in volta sono stato attratto […] da questi perduti nel centro della loro stanza, esiliati nel cuore del luogo amato, nel centro del cuscino. E quindi ho cercato di cantare questo esilio.

Trevi prosegue quindi conducendo anche noi verso la conclusione di questo post; il riferimento è il testo che chiude l’ascolto proposto sopra: «Mi ha molto colpito, in questo tuo libro, un momento di sospensione in cui tu “suddividi apparentemente il niente”. Preferisci “niente” al “nulla”. Dici “un dolce niente”, che è un po’ adolescenziale. E un altro, per questo citavo i tuoi inizi, che è il “cupo niente”, il muro di pece e di impossibilità di creare una comunità anche provvisoria attorno alla parola. E poi c’è una cosa che mi ha colpito: […] dici che in fondo il “dolce niente” e “cupo niente” sono la stessa cosa.» E De Angelis risponde:

Questa poesia è imprevedibile, con qualcosa che poi è sfuggito durante la stesura – per fortuna -, con un’idea quasi da teorema. Ossia la percezione che non c’è la possibilità di un autentico niente se non comporta e se non trattiene dentro di sé entrambe le sue valenze: quella sognante del bambino [..] ma anche quella scheggiata del niente che ti devasta. […] Dici bene: “niente” piuttosto di “nulla”, o “istante” piuttosto di “attimo”; […] “instare” suggerisce l’imminenza, mentre il “momento” o anche l'”attimo” corrisponde a una dimensione più calma, orizzontale in cui stare, quindi “niente” piuttosto di “nulla”.

La conversione perpetua: Raboni e Proust

La conversione perpetua

Giovanni Raboni, La conversione perpetua e altri scritti su Marcel Proust, Monte Università Parma Editore, 2015, € 15.

Una lettura in tre punti:

1 – L’amore

È un libro d’amore, questa Conversione, o meglio, un atto e una dichiarazione d’amore.
Poteva intitolarsi anche, perché no?, “La conversazione perpetua”: Raboni ammirato che osa (chissà se mai avrebbe osato) mettersi in dialogo col maestro, Proust. Solo alla giusta distanza però, l’unica possibile per permettersi appunto di osare, anche quando fossero stati contemporanei, e il caso magari li avesse fatti incontrare “dal vivo”, camminando sullo stesso boulevard, a Parigi.
La distanza, d’altronde, è una forma d’amore, la forma che prende il rispetto nella sua massima espressione per perpetuare l’amore.
Perché lo si ama? E nella maniera in cui non si ama nessun altro scrittore? Perché Proust, ci dice Raboni, non è riducibile alla letteratura. E certo non si risparmia nel dichiarare questo amore, con «le parole di uno come me, di un lettore inchiodato al bilancio delle sue emozioni» (p. 26, corsivo mio).
Prova di questa irriducibilità è la struttura severa, filosofica, cartesiana, che regge la Recherche. Struttura per cui tutto si eleva a sistema, lasciando che i dettagli di questa elevazione si fissino, alla fine, nel lettore. Parliamo di geometria, visione del mondo, soffio primordiale, e soprattutto musica, la famosa musica della Recherche, che gonfia di rivelazione ogni parola, ogni frase, ogni pagina. Di qui, ecco, lo spazio poetico si apre alla possibilità di una vera poesia; e per poesia intendiamo l’insieme di forme (ancora attuali, non v’è dubbio) con cui Proust raggiunge, in modo inconsapevole, il centro della tematica husserliana: «l’io si costituisce nei modi del fluire: passato, presente, futuro», scrive Husserl nelle Meditazioni cartesiane del 1931.
Musica, certo. Non a caso quel “dans le Temps” che chiude la soluzione metafisica disegnata nell’arco conclusivo de Il Tempo ritrovato, Raboni lo definisce “ultimo accordo”.
Struttura, musica, elevazione, dunque: questo il frutto di capacità centripeta e centrifuga che questa gigantesca opera presenta e tiene insieme; come i temi, al contempo pochissimi e moltissimi, riducibili a uno o infiniti.
E tutto questo attraverso la trasfigurazione, per cui alla fine dentro l’opera ci siamo noi.

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