Giorno: 17 settembre 2015

Furio

Fotografia di Giulia Amato

Fotografia di Giulia Amato

«Saluta la signora, Furio», dice Paolo aiutandolo a sollevare una zampetta, tirandogli più stretto il guinzaglio perché lui non corra dietro l’automobile appena la vedrà mettersi in moto.
I signori Molpurgo sono stati gentili, come sempre, con Furio, anche se – Paolo l’ha notato con la coda degli occhi – gli hanno passato dei pezzi di pollo di nascosto quando lui si è avvicinato al loro picnic. La gente non comprende, pensa Paolo, quanti danni si possano fare a un esserino dandogli degli stimoli, delle molecole, sbagliati. Gli ci sono voluti cinque anni per conoscere la specie di Furio e prendere il diploma di abilitazione a custode, e sa cose sulle loro abitudini – gli ospiti dell’ospedale, i pazienti, perfino lo staff medico, dovrebbero smetterla di prendersi tante libertà.
È la tenerezza di Furio, forse. È la sua gentilezza. Pensa questo mentre lo accompagna, a guinzaglio più lento, per un ultimo giro del parco prima del ritiro notturno. Dall’aspetto non può ispirare simpatia: il corpo di un piccolo orso, le orecchie dritte e orizzontali, le lunghe mani senza pollice con ciascun dito opponibile al complementare, le piccole alucce nere, rachitiche, retaggio di un tempo in cui la sua specie sapeva volare. Non era certo per tutto questo, né per la sua coda e i suoi occhi da lemure, che Furio era amato. Il suo muso era dolce; la sua maniera di fiutare chi stesse soffrendo di solitudine per strusciargli sulle ginocchia era perfetto; e il suo verso, una sorta di mugolio discreto che emetteva per felicità, somigliava quasi a un miagolio quando si trovava il punto esatto, dietro la nuca, dove accarezzarlo.
È facile amare Furio se si fa parte dello staff. Paolo lo porta alla sua cuccia nel seminterrato, lo coccola e lo chiude con il lucchetto, anche se sa che il gesto di far scattare la serratura è solo simbolico. Come ogni sera, lo saluta con un’ultima occhiata, mentre Furio si acciambella e dorme.
È facile amare Furio se si fa parte dello staff. Si lavora in un ospedale geriatrico dove gli anziani, gli ultracentenari, sono stati rilevati freschi di ogni malattia, e si ritirano per scudarsi, per sottoporsi a controlli continui e cure immediate, perché pretendono la sola certezza di morire di morte naturale. E allora è tanto meno facile, pensa ogni volta Paolo, amare Furio se si è un cliente. Coccolarlo di giorno, autorizzare con un’occhiata la nipote in visita a passargli del pollo di nascosto, accettare che lui si acciambelli sulle ginocchia se ha intuito tristezza. Farlo, sapendo che quella notte potrebbe essere la propria camera ad essere visitata da quella creatura, e non quella della signora accanto, o della vecchietta che colora i mandala, o di quella che racconta ogni giorno la stessa partita di scacchi.
Perché è questo che Furio fa: Furio fiuta la Signora, questo è il suo ruolo nell’ospedale. Di notte ignora il lucchetto ed entra con gentilezza nella camera di chi dovrà, il giorno dopo, morire, e lo avverte dormendo quieto, accoccolato, sulle sue ginocchia, mentre l’ospite lo accarezza e piange di paura. Il giorno dopo, la prescelta o il prescelto chiama i parenti per un’ultima passeggiata.
Quello è, forse, il giorno più triste per Furio. Vede tanta malinconia in una sola passeggiata ma il suo custode gli tiene stretto il guinzaglio; gli altri pazienti lo coccolano, sì, ma come se la loro mano non si volesse completamente posare su un qualcosa di così inzuppato di mistero.
La struttura contava, al momento della fondazione, quattordici clienti. Con l’arrivo di Furio, in via sperimentale, sapere che si poteva conoscere in anticipo di quel minimo di ore necessarie a prepararsi il momento della morte aveva fatto impennare le richieste di ammissione. Al momento i clienti sono più di ottanta, e tutti ultracentenari, e quasi tutte donne, ma Paolo si accorge, morte naturale dopo morte naturale, che Furio è sempre meno amato. Ogni giorno c’è un’ultima passeggiata, e ogni giorno gli altri pazienti sembrano meno contenti di coccolarlo; e lui bruca, e raspa con le unghie, il terreno appena accanto ai piedi di Paolo, aspettando che si faccia sera e di andare ad acciambellarsi e a dormire.
Possono continuare ad accarezzarlo di mattina, ma di notte, dopo che lui lo ha messo a cuccia e passa per i corridoi per tornare alla sua stanza, vede che nessuno ha più l’abitudine di tenere socchiuso, come se Furio, che ignora i lucchetti, possa fermarsi davanti a una porta, come se fosse Furio il problema e non quello che Furio semplicemente annuncia. È la loro paura, forse, di vederne gli occhi sulla soglia, da svegli. Preferiscono, forse, sentirlo scivolare sulle loro coperte piuttosto che incrociare quei tondi gialli che riflettono la luce.
Vittima dopo vittima, come se fosse lui a mieterle, lo coccoleranno sempre di meno. E questo, Paolo sa dai suoi manuali ma anche dal suo affetto per lui, sarà terribile per l’animaletto. Comincerà a guaire, si farà magro, rifiuterà perfino di bere.
Scende nel seminterrato. Pensa che sarà lui, stanotte, a coccolarlo a lungo. Non è un animale intelligente, ma è un animale sensibile, e potrebbe arrivare a capire che è degno di essere amato anche se sono in pochi a dimostrarglielo, e fare tesoro di questa impressione.
La gabbia è chiusa, ma Furio non c’è. Paolo si dispiace per la vittima di domani, risale lentamente le scale, si mette a letto.
È per una piccola impressione avuta entrando che si gira e vede due occhi gialli che lo fissano.

© Giovanna Amato