Giorno: 10 settembre 2015

Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

I passi sparsi di Hilde March

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All’ombra delle tamerici
conficco un dente
estratto in anestesia, per ricordarmi
che anche questa è casa mia
e ritornare

Quando si ha a che fare con la letteratura di viaggio, ci si trova troppo spesso intrappolati in un’aura nostalgica che rischia di rendere la lettura come una giustificazione di un desiderio o  di un dovuto ritorno. Se quindi resta elevato il rischio di ritrovarsi davanti al Nostos come luogo della scrittura, sia essa mnemonica o semplicemente descrittiva, in questo caso la lezione di Caproni viene invece pienamente assorbita. Nei “taccuini del transitare” di Hilde March, l’equivoco viene immediatamente dissolto dal titolo, la cui doppia lettura porta il lettore a considerare quel “sparsi”, non solo come la presa d’atto di un cammino casuale, spontaneo, ma anche come la possibilità infinita di disseminazione, di spargimento di cammini, ma soprattutto, perché è importante ricordarlo, di transiti. Ogni meta “raccontata” non si racchiude nella sua descrizione ma inevitabilmente punta a sottenderne altre.

Quante chances abbiamo, mi chiedi,
da qui al prossimo bivio

Hilde March non si lascia quindi sedurre dalla necessità di ricordare i suoi “transiti” per paura di dimenticarli; la sua visione non è orizzontale, paesaggistica; non si presenta come foto ricordo o cartolina descrittiva; ma anzi, quasi raccogliendo la provocazione di Perec, i suoi testi si presentano come il retro della cartolina, lo spazio sporco d’inchiostro, quello della dedica o dell’invito alla condivisione, scritto di fretta sul tavolino di un bar, prima di spedire e ricominciare a camminare. Per fare ciò H.M. raccoglie e fa suoi senza alcuna remora o soggezione tutti i luoghi comuni legati all’idea di viaggio, ma ce li rilancia rimescolando o “spargendo” le carte, arricchendoli così di nuove possibilità di lettura.

partire è tornare alla radice
spiare dal bordo di una tazza
il colore dell’aria oltre i vetri

Sono tanti e diversi i “luoghi” descritti: città, spiagge, deserti, esposizioni, non luoghi, ex luoghi (con Hilde ho partecipato  al progetto descrittivo sulle antiche carceri di Firenze) ma anche visioni improvvise. La linea comune è sempre Il cammino, la visione attraverso un piano sequenza, un attraversamento consapevole e contaminabile che tende a caricare di significato il luogo come presenza nel tempo ma allo stesso tempo ne sviscera i vuoti, le assenze, i rimandi.

Faccio la stessa strada milioni di volte ogni giorno
ci vuole mestiere a cambiare versione
lasciare aperte  le righe tra l’andata e il ritorno

Il natale sbaraglia i frutti dell’anno
decoreremo le grandi domande di luce intermittenti
siederemo ciascuno al suo posto

convitati di gesso assuefatti alla portata
sotto il tavolo zampe di capra
nell’occhio un lampo laterale di metallo

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 Si può camminare quasi in cerchio
in un campo, soppesare l’ombra
con un sole impreciso, fondere
il giallo e il bianco
contagiarsi con l’erba

fermarsi al ceppo di rughe di olivo
che si staccano inerti
percorsi fossili
dalla terra – calco di un passaggio di verde

Il ritorno è sempre necessario