Giorno: 8 settembre 2015

Electro Camp. Dal 9 al 13 settembre a Mestre ritorna il festival di Arti Performative

Electro Camp 3

Foto di © Lorenza Cini

“Electro Camp” è una piattaforma dedicata alla ricerca e alla sperimentazione dei diversi linguaggi delle Arti Performative, con una particolare attenzione all’intreccio tra diversi ambiti della performance, come la relazione tra suono e movimento, la musica elettronica e elettroacustica, il video making.
Il festival giunge quest’anno alla terza edizione, e avrà luogo dal 9 al 13 settembre presso Forte Marghera, Mestre (Ve), negli spazi delle Polveriere austriaca e francese.
Il festival è curato e organizzato dall’Associazione Culturale Live Arts Cultures ed è un momento di apertura e restituzione pubblica, un’occasione di osservazione e confronto di nuovi punti di vista sullo stato delle Arti Performative.
Ogni serata vedrà la partecipazione di artisti che operano a livello internazionale e che presenteranno installazioni, performance e live set.
Nell’articolato programma saranno due i momenti di presentazione pubblica di lavori di ricerca che gli artisti ospiti sono stati invitati a realizzare specificamente per quest’edizione: “Partitura per un corpo” e “Racconto solido”.
Un interesse particolare è stato riservato ad artiste. Danzatrici, performer e musiciste attive sia in Italia e all’estero: Laura Moro (ha lavorato tra Tel Aviv, Stoccarda, Washington, e Berlino); Margherita Pirotto (tra Italia e USA); Silvia Costa (opera tra l’Italia, Parigi e la Norvegia); Karine Dumont (Francia); Marta Ciappina (ha lavorato tra l’Italia, New York, Parigi e Amsterdam); Caterina Barbieri (tra l’Italia, Stoccolma, il Regno Unito e il Portogallo); Andrea Hackl (Austria) e Jasna Velickovic (Serbia), entrambe residenti ad Amsterdam; Patrizia Oliva (tra Italia, Germania e Vietnam); Anna Clementi (italosvedese, si muove tra Stoccolma, Berlino e Roma); e poi Patrizia Mattioli, Psch-Pshit, Chironomia, Le Cri, B.E.A. saranno presenti al Festival  e – grazie alla loro esperienza – rappresentano una contributo artistico rilevante e rappresentativo della scena artistica contemporanea nel campo delle arti performative.  Alcune di loro, in particolare, lavorano con la voce, con la parola e con il gesto in modo nuovo e innovativo.

Scarica il programma qui: cs web Electro Camp 2015

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ELECTRO CAMP FESTIVAL 2015
III Edizione
9 – 13 settembre Forte Marghera, Mestre (VE)

Festival indipendente di Arti Performative a cura di Live Arts Cultures

“Electro Camp” è un festival indipendente
a cura di Associazione Live Arts Cultures
con il sostegno di Marco Polo System G.E.I.E., Cooperativa Controvento e la collaborazione diell’etichetta discografica electronicgirls e Schiume Festival

Luoghi: polveriera austriaca e polveriera francese, Forte Marghera, Mestre (VE)

Info: liveartscultures.weebly.com ; info@liveartscultures.org

Ingresso: gratuito; tesseramento Live Arts Cultures qui

Mercoledì 9 e domenica 13, inizio ore 19.30
Giovedì 10, venerdì 11 e sabato 12 inizio ore 21.00

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Programma

MERCOLEDì 9 SETTEMBRE
MOB | mobile vulgus_Massa. (2014)

Installazione di COLLETTIVO JENNIFER ROSA
 
Ri-tratto in nero
Installazione a cura di Mariaelena Stocchi
Racconto Solido
Installazione di Alberto Favretto, Elisa Bortolussi
DJ SET
LECRI*GIOVEDì 10 SETTEMBRE
PERFORMANCE
Art(h)emigra Satellite
La Volta Ossea
di e con
Laura Moro: ideazione e coreografia
Matteo  Cusinato: musica e disegno luci
una produzione Art(h)emigra Satellite
con il supporto di C32 Live Arts Cultures
e La Conigliera Teatro – AnagoorPartitura per un corpo
suono: Solar PlexRacconto solido
performer: Fagarazzi&Zuffellato / suono: Kalalunatic

LIVE SET
Caterina Barbieri
VON TESLA

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VENERDì 11 SETTEMBRE
PERFORMANCE
Margherita Pirotto / Riccardo Marogna
M+P project
Inner Eye / Outer Ear
Dance and Music Improvisation
Margherita Pirotto: danza
Riccardo Marogna: sax tenore, synth, live electronics

Partitura per un corpo
suono: Chironomia

Racconto solido
performer: Marta Ciappina ; suono: Patrizia Mattioli

LIVE SET
Phlox 

Tiziana Lo Conte: Voce / Elettroniche / Diamonica / Oggetti
Alessandra Ballarini: Basso Elettrico / Oggetti / Voce
Gianluca Natanti: Strumenti elettroacustici autocostruiti / Elettronica
Danilo Aleandri: Live Video Art

IOIOI

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SABATO 12 SETTEMBRE
PERFORMANCE
Andrea Hackl, Jasna Velickovic
‘RAIN BLURS’

improvvisazione di Andrea Hackl (danza e visual) e Jasna Velickovic (elettronica)

Partitura per un corpo
suono: Emanuele Wiltsch Barberio

Racconto solido
performer: Silvia Costa / suono: B.E.A.

LIVE SET
Patrizia Oliva
Psch-Pshit

DJ-SET
Cilloman/Spazio Aereo
*DOMENICA 13 SETTEMBRE
LIVE SET

Anna Clementi | Veniero Rizzardi
John Cage: Song Books
Anna Clementi (voce), Veniero Rizzardi (elettroacustica)
A seguire l’esito finale degli iscritti al laboratorio curato da Veniero Rizzardi.

Tre poesie inedite di Tomas Bassini

copyright Sharon Odegaard

copyright Sharon Odegaard

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E poi è vero che certe cose si possono fare senza sembrare ridicoli
ma è vero anche il contrario.
È che certe domande suonano assai meglio
a seconda della parte che ribatte
se ribatte.

E lo so che non è bello, gioia mia. Non è per niente bello
avere questo grande potenziale
e apparire sempre
immancabilmente
molto poco
intelligente.

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25 giugno, la data si ribadisce sul calendario
torna di moda e corrompe ogni foglietto.
25 giugno, due anni fa, la diserzione è sempre dietro l’angolo
e si perde facile, i colpi che si esplodono sono a salve
parecchio a salve, da una parte sola.

Ecco che l’idea si ripropone, che si poteva andare al mare
che avremmo visto ancora la parte di famiglia tua
che ancora mi mancava, che si poteva restare al mare.

25 giugno, una frase di troppo e la voglia di dribblarla
di puntare alla rimonta magistrale.
Ma è una frase di troppo che si avvantaggia
che prende e porta via
è un 25 giugno di troppo che ci avanza.

Ecco quanto si può essere per niente bravi
a rispondere in tempo, ancora duri su quell’idea
di trasferirci al mare.

***

L’effetto che farà sedersi a un ristorante
………………………………………..a distanza d’anni,
ritornare tra gli agguati dei bicchieri
la sorpresa degli antipasti.

La faccia che ci produrrà quella serata
per poi riprendere lo scatto mancato, più tardi
ripiegando su una giusta misura di sicurezza
dopo, quando saremo salutati e certe cose
ci appariranno orribili.

Però lì sarà l’effetto che farà
aver tenuto a una serie di portate
……………………………..di spie di lunga data.
Sarà contenere ancora l’eroismo di non venire a galla
smarcarsi un’altra volta e in solitaria

il dubbio su chi dei due dovrà pagare.

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Tomas Bassini è nato nel 1985. Laureato in Filologia Moderna. Vive in Turchia. Per le edizioni Galassia Arte è disponibile la sua prima raccolta di poesie È stato l’amore la grossa fregatura.

Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo

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Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo, Marcos y Marcos, 2015, € 15,00

Quando ho finito di leggere Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno ho pensato a una parola, alla parola perdono. Di Spigno ha perdonato soprattutto se stesso, poi ha perdonato le cose accadute perché ormai sono passate, ha perdonato il tempo perché viene come viene, e, quando passa, ogni tanto porta via e quando lo fa si sta male. Ha perdonato non perché ci fossero chissà quali torti (e comunque chi legge non potrebbe conoscerli), ma perché si finisce per far pace con le cose. Alcune si conservano come gli affetti e ricordi, altre si lasciano andare perché è così che si deve fare, altre ancora vengono guardate con un po’ di malinconia, il poteva essere e non è stato, il poteva essere ancora, ma non c’è rimpianto. L’occhio che guarda è un occhio che ha visto, ma è un occhio pulito. Sembra che il poeta abbia fatto ordine, abbia fatto i conti, c’è una matematica interiore che alla fine mette a posto le cose. I conti è bene che tornino, e tornano attraverso la poesia, che, come nei precedenti libri di Di Spigno, è bella, spietata, esatta, efficace.

Stelvio Di Spigno è un poeta che ha attraversato il dolore, quel dolore che deriva dalle lotte quotidiane, fosse pure dalla più banale forma caratteriale, dallo scontro cercato con le parole e, azzardo, anche con le persone. Il dolore che viene a non farsi una ragione di niente, nemmeno di se stessi. A cosa somiglia, dunque, questo perdono? A me pare assomigli alla serenità. Una serenità conquistata lottando e raggiunta nelle poesie e con le poesie di questo libro. Poesie fatte di persone (alcune significative dediche), di luoghi e cose. Poesie raccolte sotto un titolo che vuole trattenere, vuole dire pausa, ma significare anche una ripartenza. Fatta chiarezza, ricominciamo.

Me la immagino uguale la mia faccia,
a fissare dal vetro
il mondo che fa paura
e si avvicina, e io fermo per timore
che lasciare la mia casa
mi facesse scordare
chi mi voleva bene.

Un altro punto chiave della raccolta del poeta napoletano è (e non poteva essere diversamente) la memoria, lo nota correttamente anche Umberto Fiori nell’ottima (e grazie a dio sintetica) introduzione. Le figure chiamate a far memoria sono i nonni, la madre, altri affetti e poi Napoli. Una Napoli, che anche in passato Di Spigno ha raccontato fuori dal canone, dallo schema classico. E, facciamo attenzione, non parliamo di un’altra città, parliamo solo di un diverso modo di raccontarla e di viverla. Pazzo è chi racchiude il capoluogo partenopeo in piccoli scompartimenti. La serenità però non significa resa. Ciò che dava fastidio continuerà a farlo. Cose come l’inautenticità, ed è per questo che Di Spigno scrive i versi senza orpelli, senza incorrere in banalità, fuori dai rifugi sicuri ma anche fuori dallo sperimentare invano. L’esperimento sta nel giocarsi tutto in ogni poesia, rischiando per chiarezza, arrivando al significato parola per parola, non nascondendosi.

Questione di pronuncia

Non è assenza di me, è più una rotazione
(causa medicinali corrosivi per la mente),
il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto,
frequentata anni fa con la prima delle tante,
ma più pura di tante altre tuttavia e comunque,
che sul bordo della copertina serena mi aspettava,
mi ospitava in una casa troppo sicura e snella
per durare, per drenare per noi sulle stampelle
un temporale notturno in via Tino di Camaino,
e cosa pensavo allora l’ho scordato per sempre:
resta la pace che mi dava lei ogni sera,
il pellame sepolto dell’adolescenza amara,
due braccia tonte che ardevano in cadenza,
come alcolica fragranza in un disordine celestiale,
e dirlo non serve se poi è finita male,
mentre tutto sembrava un Eden fatto apposta
per dire in ogni lingua “voglio cogliere la mela
senza fare peccato e finire in galera”,
e alla fine ci penso e ci ripenso,
ma si dice solo a Napoli e dintorni.

La nuova ricerca di Di Spigno comincia da queste pagine e poi dalla fine di questo libro. Ci vogliono molte belle poesie per tentare una strada diversa, una modalità di vita che parta da un nuovo zero (zero che viene da un accumulo e non da un reset), e le troviamo in qui in Fermata del tempo, un libro molto coraggioso e non privo di dolcezza. La dolcezza di chi dopo giornate pesanti si concede e concede una carezza. Si dice spesso del piacere di ritornare su una poesia o sull’altra quando ci si trova in mano un libro riuscito, questo è uno di quei casi; la buona sorte di chi legge poesia e di chi legge Di Spigno è di poter fare avanti e indietro, di procedere piano; spesso questo piacere la narrativa, pure se ottima, non ce lo può concedere.

Sega circolare

Hai portato le radici a stare basse, a essere
sistema puro, stilema. Le hai sistemate
una volta divelte, nel seminterrato. Ricamavano
sull’asfalto una coltre di dossi e doline
che riducevano le auto a brandelli. Si buttano giù
gli alberi per questo. Per non fallire
quando si ha fretta, e si va a manetta in venti metri
con un odore di scarico munito di utilità.

Anche gli uomini hanno radici. Falliscono
anche loro. Che portino oro al collo o si siedano
dentro un cratere da muratore. Quanti ne ho incontrati,
in questa città occidentale. Qui da noi se non sei uguale
agli altri, in fatto di fortuna, sei solo fallimento.
Amoroso, polifonico, esistenziale. In un altro
continente saresti stato una cellula di ovatta
che soffre la fame, qui tutti si sentono spiriti
eletti, in cerca di tormento e salvazione.

Qui fallisci e vai via. Espulso dalla tribù. Non hai
diritto di replicare. E dire che il fallimento
ha la stessa scatola cranica della morte. Le stesse
misure di camicia. Lo stesso rossetto, se fosse donna.
Potresti capire molto dalle sue anche. Fallimento da cavaliere,
operaio, politico, consumatore. Di tutti i tipi,
per tutte le congetture. Se ne potrebbe parlare,
così che non spaventi più nessuno. Ma questa
è solo una poesia.

recensione di Gianni Montieri. Su twitter @giannimontieri