Giorno: 3 settembre 2015

L’architettura può essere poesia? (raccolta fondi/manifestazione)

siena

L’architettura può essere poesia? è il titolo di un evento organizzato da Open Zona Toselli.

Open Zona Toselli è un progetto che si occupa di arte contemporanea, architettura, poesia, musica e cultura. Nasce dall’idea di inserire “l’arte” (musica, arti visive, letteratura, poesia) in un contesto espositivo alternativo cioè nei locali commerciali e/o artigianali della periferia senese.

Dall’inizio del 2015 Open Zona Toselli si è dedicata all’architettura contemporanea ed ha intitolato questa rassegna di eventi Arte dell’architettura.

Il prossimo progetto all’interno di questa rassegna partirà ad ottobre 2015 e avrà il titolo:L’architettura può essere poesia? [Il titolo è stato preso da una conferenza tenuta da Carlo Scarpa all’Accademia delle Belle Arti di Vienna nel 1976 che cita questa frase di Frank Lloyd Wright, pronunciata in una conferenza a Londra].

Si articolerà in 4 serate-talk (il 9 e16 ottobre e il 6 e il 20 novembre) dove poeti ed architetti parleranno di poesia, prosa e architettura, con lo scopo di “scambiare i ruoli” fra l’architetto che parla di poesia e il poeta di architettura con l’inversione delle parti che sarà il pretesto per parlare di arte a 360 gradi.
Abbiamo contattato poeti tra i quali Alessandro Fo, Giacomo Magrini, Antonio Prete, Matteo Pelliti, Goffredo Serrini (architetto e poeta) e gli architetti Carlo Nepi, Augusto Mazzini, Riccardo Butini, Paolo Mazzini (architetto e poeta) e l’artista Marcello Aitiani, che hanno aderito all’iniziativa. Modereranno gli incontri Marina Gennari e Francesco Ricci.

La manifestazione si svolgerà con la collaborazione di Poetarum Silva.

Partecipa alla raccolta fondi: Eppela – raccolta fondi

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

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Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)