Giorno: 27 agosto 2015

Corpo a corpo # 4: Il paradiso sui tetti, Cesare Pavese

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Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

 

Il paradiso sui tetti è la quintultima poesia di Lavorare stanca, inserita nella sezione Paternità.  Si presenta come una profezia, una prefigurazione della morte, parola nominata solo due volte all’interno del testo, ma invisibilmente onnipresente in ogni verso. Il testo è costituito da tre strofe, la prima di tre versi, la seconda di sei e la terza di nove e da questa struttura si può già intravedere la caratteristica del dettato pavesiano, che procede non per concentrazione lirica, ma per dilatazione narrativa; infatti  la strofa successiva, aumentata di tre versi rispetto alla prima, funge da cassa di risonanza della precedente, riprendendone il tono e le immagini, ma proiettandole in una dimensione sempre più vasta, al tempo stesso dettagliata e totale. (altro…)

Inediti di Roberta Sireno

pesaro robi

poni delicatamente l’orizzonte del tuo occhio oltre la riva d’acqua
guardi il soffio e il contorno: nulla è livido nulla è
sessualmente strumentale – ma rimane
la toccata il richiamo
al principio: puoi ruotare come dentro un
cerchio concentrico
pompando il grande sesso
pompando il vuoto

.

*

è la testa che fa male il petto che dondola l’orecchio che non permette
non permette – dondola di nuovo – nuda
al tavolo ti scrivo con la lingua a penzoloni – nuda sempre
più nella doccia gridando lo
svuotamento – gridando supplico piangendo faccio il collo
prolungamento nell’intreccio
delle dita – faccio spaccato faccio
tutto quello che posso: per scriverti – nuda nello inverno faccio
al tavolo il tempo
disegnando l’asse l’inclinazione

.

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