Giorno: 16 luglio 2015

Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue

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Tu  sola, ostili i giorni, mi soccorri
(A.M. Curci)

Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue, Fazi editore 2015
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Quanto è vera la vita di carta? Quanto dolore deborda dalle righe di un pentagramma, magari oltre le intenzioni di chi ha trascritto, trasposto e consegnato all’interprete, al lettore, all’ascoltatore, all’esecutore? Quanti significati, ancora, serba, nasconde e svela ai cercatori, aruspici e minatori, il  verbo latino tradere?

Sono domande, queste, che Giovanni Ricciardi sa far emergere, istigando la ricerca di risposte, nella sesta indagine del commissario Ottavio Ponzetti, La canzone del sangue. Punto di partenza sono testo e melodia di una canzone, le cui strofe dell’originale sono riportate nell’esergo della prima parte, e che è nota come canzone popolare siciliana per eccellenza: Vitti na crozza. Ottavio Ponzetti si trova a fronteggiare richieste di aiuto, segreti, antiche e nuove storie, enigmi e rancori, quasi suo malgrado, perché in Sicilia, teatro delle vicende, si trova in ferie con la famiglia al completo. Allora, si chiederanno i lettori affezionati a Ponzetti, dove è finita Roma, dove le sue vie e i suoi colori, la sua afa e il caldo umido? Roma ci sarà, in un ponte reale e ideale, ci saranno perfino l’avvocato Galloni e il suo cane Socrate. Ci sarà, eccome, il fido Iannotta, con il suo romanesco misto di saggezza e di ovvietà; interverrà perfino, come scopriranno i lettori, il commissario Montalbano. (altro…)

Fernando Della Posta, Gli aloni del vapore d’inverno. Saggio di Plinio Perilli

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DERAGLIARE PER UN MONDO NUOVO

 

(a Fernando Della Posta,
sorprendente e brioso poeta
che non demorde, ed è severo in dolcezza,
effuso ragionando, temprandosi “lirico”)

Dribblando tra ignominie e banalità, fritture e rifritture scontate o lacrime da coccodrillo sulla grande Crisi dell’Occidente, anche la stagione letteraria offre per fortuna delle sorprese gradite, taluni inaspettati doni d’eccellenza… In tema di poesia, poi, l’incanto è doppio, ridotta essa com’è, e da anni, a maldestre sclerotizzazioni delle poetiche in auge (in auge, mentre la Poesia, in realtà, smotta, crolla, si annulla dismessa o svenuta al suolo).
Gli aloni del vapore d’inverno, prima densa raccolta di Fernando Della Posta, promessa oggi senza dubbio mantenuta (poco più che trentenne!, classe 1984 – l’anno dell’anticipata, romanzesca precognizione futuribile di George Orwell, che uscì in realtà nel ’49), è una raccolta splendida, balda e giovane… ma assai matura, piena di tenerezza e insieme integrità, fervore sensibile ma anche ineludibile, inusitato rigore etico:

Poni l’assedio
alle mie strade immobili
che percorro stando fermo
sul ciglio degli anni.
Una storia fatta di sogni
ti attende ai contrafforti
e mille notti in ostaggio
appostate dietro ai merli.

Il suo sguardo è agile, acre temprato. Ma l’effusione non è mai archiviata, né tanto meno rinunciata:

Di stragi nel cuore t’ho vista
messa a nudo e dimenticata:
una buccia di mela caduta,
nitore appassito di zucchero al torso.

Fernando Della Posta (che già ci aveva convinto, e qua e là anche ammaliato con la sua prima elegante, incisiva plaquette, L’anno, la notte, il viaggio, nata nel 2011) frantuma, rinnega anzitutto ogni banale rischio di retorica, o peggio piaggeria sentimentale; perfino i consueti, sbruffoni orgogli generazionali comuni a tante “voci nuove” che nuove però non sono.

Ascolta le mie parole:
già conosci questi affanni;
aspettami là nel piano:
dove il sole è più potente,
ed ogni piega si distende:
la nostra noia
sarà un sentiero in ombra
che si spingerà lontano:
si spegnerà nel sole
lì dove muore il cardo.

Libro fulgido, estroso, onesto – ultima talèa o felicissima, umile sopravvivenza di radici antiche, linfa sana e insomma una vena aurifera che credevamo rimasta ferma, rottamata, ahinoi, con certe lungimiranti, polverose ma fiorite elegie di Libero De Libero (Ascolta la Ciociaria, Di brace in brace), coi pellegrinaggi (e gli esili) antropologico-culturali di Carlo Levi, e perfino del Carrieri più “novecentista”, angustiato e assolato insieme (quello, per intenderci, del Lamento del gabelliere).
Soprattutto, una vocazione immaginativa inopinatamente infibrata, e trasfusa, forse con l’ermetismo “loico”, sapiente e scientista dell’Ingegner Leonardo Sinisgalli, un lucano di mondo, illuminista di radice agreste ma respiro europeo, volterriano (e oraziano) nel medesimo spirito di una mordace, eterna interrogazione esistenziale:

La luce ha la tua statura
E regge il gesto
Precisa, anche la pietra
Dà il petto al sole.
La tua voce questa mattina
Ci cresce nelle ossa,
In questo sangue
Che si ordina come le foglie.
E il giorno prende in terra
Misura dal tuo passo.

(Leonardo Sinisgalli, Vidi le Muse, 1943)

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