Giorno: 14 luglio 2015

Piero Simon Ostan: È così anche il nostro stare qui

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Piero Simon Ostan, È così anche il nostro stare qui, Edizioni Culturaglobale

 

giardino

L’erba come prato inglese fitta e ben tosata
la nostra ci accontentiamo non sia troppo gialla
alle erbacce rassegnati e i calcinacci che affiorano

spesso i buchi da coprire.

come eden difettoso
è il nostro giardino e non sarà
di nessun altro

È così anche il nostro stare qui,
gli squarci e le spaccature
provano chi siamo.

 

autoritratto

È il taglio degli occhi di mio padre
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compreso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi.

 

la classe delle farfalle

Al tuo arrivo in asilo hai saputo
che eri nella classe delle farfalle.
Hai colorato il disegno ma non sei
stato dentro i bordi neri delle ali

il tuo segno di riconoscimento
da cucire sul bordo della bavaglia
è uno scivolo tutto colorato.

Che la vita sappia posarsi su di te
con la leggerezza che ha offerto ai fiori.
Dopo la fatica dell’arrivo in vetta
ti regali il brivido della discesa.

© Piero Simon Ostan

 

È così anche il nostro stare qui: in queste parole c’è molto più di un titolo, sembra piuttosto un proposito che Piero Simon Ostan formula verso se stesso – prima di tutto – e poi verso quelli a cui vuole bene. Così è il suo mondo, dunque, un mondo vive in una quotidianità di alti e bassi, di paura delle burrasche improvvise e di tensione verso una dimensione più libera, dove sperimentare la consistenza delle nuvole. Ma anche la leggerezza è una conquista che ciascuno deve raggiungere indossando con coraggio il proprio volto e il proprio nome, quel nome che altri ci hanno donato e a cui ci spetta di dare un significato, quel nome che come gesto di affetto scegliamo per i figli nel momento in cui gli auguriamo che la vita possa crescere dentro di loro.

© Francesco Tomada

Quattro volte libro

abete

Comprare un libro è davvero solo girare per librerie andando a naso o provvisti di nota della spesa? Leggere un libro è davvero solo spaccarsi un polso nel tentativo di reggere I Miserabili a letto? Amare un libro è davvero solo lisciare la giusta fermata di metro perché non si può lasciare a metà la sfuriata di Jane Eyre? Scrivere un libro è davvero solo ridursi psicologicamente a dover tornare a controllare sei volte di aver chiuso il gas?
Quattro recenti esperienze mi hanno convinta di no. Da un anno a questa parte, sono certa che poche cose nutrono la solitaria attività del lettore (e dello scrittore) quanto una robusta interazione, e poche superano in risultato smagliante l’intenzione quanto una bella dose di serendipità.

1. MERCATINO

Faccio parte della schiera di coloro che, squattrinati più che affezionati all’atmosfera, vanno in giro per mercatini a procacciarsi libri di seconda mano. Quando un giorno potrò pagare una bolletta con le royalties dei miei libri, il cielo ricorderà quest’attitudine e farà sì che la società del gas non abbia registrato l’autolettura, ma non prima che io mi sia ritirata a casa depressa per aver trovato su una bancarella una copia del mio libro. Con dedica.
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