Giorno: 6 luglio 2015

La misura del danno – Intervista ad Andrea Pomella

Pomella_Misura_cop

 

La misura del danno – Intervista ad Andrea Pomella*

di Anna Maria Curci

Quanto costa il ferro? è il titolo di un atto unico di Brecht che getta una luce cruda e verissima sulle potenze europee alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Nel leggerlo – finora sono state pochissime le rappresentazioni della pièce in questione – si comprende quale sia il significato , nell’economia della trama, da attribuire al quesito: “Quanto costa il ferro?” è la domanda che “il cliente” (la Germania hitleriana) rivolge costantemente al signor Svendson, che rappresenta la Svezia. Svendson, “annichilito” nelle indicazioni di regia di Brecht, sarà costretto al termine della vicenda a rispondere “Niente”.   Tuttavia, se ampliamo il raggio d’azione della domanda, si schiudono dinanzi a noi ulteriori utilissimi percorsi di riflessione circa responsabilità, azioni e omissioni degli attori della storia, che nel caso specifico è la Storia di schieramenti, calcoli minuti, prevaricazioni e furbizie, velleità e viltà che hanno portato alla tragedia della seconda guerra mondiale. Un discorso analogo va fatto, a mio parere, per il titolo del romanzo di Andrea Pomella, La misura del danno (Fernandel 2013).  A quanto ammonta il danno causato dal protagonista, Alessandro Mantovani, alla quindicenne Beatrice Belfiore? Al termine della lettura si trova una risposta precisa a questa domanda, ma è lecito chiedersi, per chi legge le vicende narrate in tutto il libro, che si compone di due parti e di un epilogo, vicende che nella prima parte presentano numerosi flashback a intervallare, contestualizzare, approfondire con ritmo sicuro, se solo a quel danno si intenda fare riferimento, se esclusivamente di quel danno si chieda il risarcimento. L’impressione, ben documentata e argomentata, del resto, dallo stesso autore in narrazioni e digressioni, è che di un danno ben più ampio si tratti, di un pervasivo e permanente “tanfo inodore” che non risparmia nessuno (con l’eccezione, la speranza è lecita, di Gino Mantovani, padre di Alessandro e cassintegrato dell’Autovox). (altro…)

Elina Miticocchio, Semi di parole

Scorgere la bellezza nel tempo dell’oltraggio: Semi di parole di Elina Miticocchio

di Anna Maria Curci

Coraggio, sensibilissima determinazione, soprattutto capacità di scorgere la bellezza nei suoi talvolta imperscrutabili collegamenti: ecco le qualità, le scelte e i talenti che rendono i testi di Elina Miticocchio l’esempio di una scrittura – e di una lettura del mondo – che fa della delicatezza il suo punto di forza, il perno intorno al quale ruota una ricerca tenace.
Per delicatezza intendo una melodia in soave eppure ostinata dissonanza con le strombazzature dei tempi che viviamo. Il timbro che domina è un timbro di volta in volta leggero e profondo, controcorrente come pochi, esattamente perché sceglie di mettere la sordina a qualsiasi tipo di magniloquenza e concerta, invece, con voci che altri non percepiscono, semplicemente perché questo richiede una dose troppo alta di attenzione, quell’attenzione che qui è invece sempre desta e, soprattutto, disponibile all’incanto, allo stupore.
Il coraggio e la determinazione risiedono proprio nella scelta di dedicare la propria attenzione a ciò che è solitamente trascurato, a ciò che è delicato, ma non inconsistente, a ciò che non è evidente, ma tanto, forse, più duraturo, senz’altro foriero di vita e di parola: il titolo che raccoglie questi componimenti poetici ne manifesta, allo stesso tempo, natura e intenzioni.
La capacità di scorgere la bellezza al tempo dell’oltraggio fatto sistema è, in Elina Miticocchio, non comune. Non solo: alla capacità di scorgere la bellezza, alla determinazione nello scovarla là dove altri non ne suppongono la presenza, si unisce una sicura destrezza nel modulare la voce poetica. Accade così che nel susseguirsi delle immagini, nei testi che scelgono in prevalenza il verso breve, nel manifestarsi della parola-seme tra campi odorosi, prati in fiore, distese innevate o stanze in ombra, la voce opti per un sapiente staccato oppure si distenda, sia spirale di vento, soffio tenue o linea salda, custodisca il rosso del fuoco e del sangue sotto il silenzio bianco, dove lo nutre e lo svela. Accade così che la parola restituisca «il respiro del mondo».
Il movimento che l’attenzione compie è ampio e si proietta tanto in avanti quanto all’indietro, nel passato, a individuare le scaturigini della passione, quieta e sollecita, che la anima. È una passione che trasforma in parola, letta e scritta, l’intuizione felice di connessioni non immediate, e pertanto bisognose di una mediazione. Tutto si tende dunque, nel moto dell’attenzione, a trattenere nella scrittura poetica l’altro da sé, che sia persona, elemento naturale, esperienza vissuta: «ti ho vista seduta accanto al mio letto / ferma nel gesto quasi in preghiera / volevo trattenerti come se fossi / una riga di scrittura / l’impronta che lasciavi sul foglio / quando mi insegnavi a leggere / nelle balze di una storia di cartone». Anche la constatazione dolorosa della convivenza di innocenza, luce che investe e spiazza,  e ferocia, legno di sbarramento,  ha un’efficace ricaduta nella tensione verso l’atto di nominare le cose, di restituirle sulla pagina scritta: «nell’istante di luce noi siamo / sgrammaticate marionette / chiediamo il divenire / degli eventi scrutiamo la tana / del lupo m’opprime la lignea tirannia  / il suo barattare / è feroce nominazione». (altro…)