Giorno: 2 luglio 2015

Nuova poesia latinoamericana. #15: Alí Calderón

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA


foto Alí Calderòn

Alí Calderón

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alí Calderón (Messico, 1982) è poeta e critico letterario. Dottore in Lettere presso la UNAM. Nel 2007 ha ricevuto il Premio latinoamericano di Poesia ‘Benemérito de América’. Fu insignito nel 2004 del Premo nazionale di Poesia ‘Ramón López Velarde’. È autore delle raccolte poetiche Imago prima (2005), Ser en el mundo (2008 – 2011), De naufragios y rescates (2011), En agua rápida (2013) e Las correspondencias (Visor, 2015); dei saggi La generación de los cincuenta (2005), Del poema al transtexto. Ensayos para leer poesía mexicana (Colombia, 2015) e Reinventar el lirismo. Problemas actuales de poética (España, 2015) e coordinatore delle antologie La luz que va dando nombre 1965-1985. 20 años de la poesía última en México (2007), El oro ensortijado. Poesía viva de México (2009). È membro di Poesía ante la incertidumbre. Antología de nuevos poetas en español, pubblicata in Spagna da Visor nel 2011. È fondatore della casa editrice e della rivista online di letteratura “Círculo de Poesía” (www.circulodepoesia.com). È co-direttore della casa editrice Valparaíso México e dell’Encuentro Internacional de Poesía Ciudad de México.

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SARAJEVO

El viento es frío quema
y hace temblar a quien aguarda
el sordo paso del tranvía
Los ancianos reclinan
la cabeza en el vidrio
El tedio de vivir les surca el rostro
Empañan los cristales con miradas
perdidas su lejana indiferencia
Es Sarajevo el sol
se encaja en los disparos de mortero
las ruinas las fachadas
Hay una transparencia que lastima
el vuelo el rumbo de las aves
Lontano
las colinas y al acecho
caen sobre la Sniper Alley
Nada me asombra ya ni me resigna
si dices que te vas
que sólo sabes irte
Las aguas del Miljacka
corren de pronto envejecidas
oscurecen su paso bajo el puente de Princip
De un disparo perfecto asesinaron
aquí a un Archiduque
Nosotros hemos muerto
hasta el hartazgo muchas vidas juntos
En el umbral de una iglesia ortodoxa
alguien observa cómo
se consume la luz de las candelas
Extintas ya las teas se remueven
Ha quedado vacío el kirostatis
Welcome to hell advierten
grafitis de otro tiempo
Del infierno no queda
sino esta lenta calma
prolongado después que nos habita
Los gatos hurgan en bolsas de basura
Crece la yerba en lápidas de parques cementerios

Ha cruzado el tranvía deja
un estruendo el temblor
del aire tras los rieles
quizá un recuerdo
nada

(de Las correspondencias, 2015)

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SARAJEVO

Il vento è freddo brucia
e fa tremare chi aspetta
il sordo passo del tram
Gli anziani reclinano
la testa sul finestrino
il tedio di vivere solca loro il volto
Appannano i vetri con sguardi
persi la loro lontana indifferenza
È Sarajevo il sole
si infila negli spari di mortaio
le rovine le facciate
C’è una trasparenza che fa male
il volo la rotta degli uccelli
Lontano
le colline e in agguato
cadono sulla Sniper Alley
Nulla mi stupisce ormai né mi rassegna
se dici che te ne vai
che sai solo andartene
Le acque del Miljacka
scorrono improvvisamente invecchiate
oscurano il loro passaggio sotto il ponte di Princip
Con una sparo perfetto hanno assassinato
qui un Arciduca
Noi siamo morti
fino alla nausea molte vite insieme
Sulla soglia di una chiesa ortodossa
qualcuno osserva come
si consuma la luce delle candele
Ormai spente le fiaccole si agitano
È rimasto vuoto il kirostatis
Welcome to hell avvertono
graffiti di un altro tempo
Dell’inferno non rimane
che questa lenta calma
prolungato dopo che ci vive dentro
I gatti frugano nei sacchi dell’immondizia
Cresce l’erba su lapidi di parchi cimiteri

È passato il tram lascia
uno strepito il tremore
dell’aria dietro alle rotaie
forse un ricordo
nulla

(da Las correspondencias, 2015)

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Alguien que no soy yo
y en todo idéntico es a mí mismo
ronda mis pasos y me sigue.
Otro es el que enuncia mis palabras
y rubrica mis actos
mi memoria es recordada por otro
otro es quien tras mi ojo atisba.
Alguien de quien soy alternativa
me acecha en el espejo
y calca uno a uno
aún los más imperceptibles rictus.
A semejanza y preciso reflejo
no soy yo sino del otro imagen.

(de Ser en el mundo, 2007)

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Qualcuno che non sono io
e del tutto identico a me stesso
passeggia sui miei passi e mi segue
Un altro è colui che enuncia le mie parole
e attesta i miei atti
la mia memoria è ricordata da un altro
un altro è colui che dietro al mio occhio osserva.
Qualcuno di cui sono alternativa
Mi spia nello specchio
e ricalca una a una
persino le più impercettibili smorfie.
A somiglianza e preciso riflesso
io non sono che immagine dell’altro.

(da Ser en el mundo, 2007)

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[POBRE VALERIO CATULO]

A quién darás hoy tus versos, infeliz Catulo?
sobre qué muslos posarás la mirada? Qué cintura rodeará tu brazo?
cuáles pezones y cuáles labios habrás de morder inagotable hasta el hastío?
Termine ya la dolorosa pantomima:    fue siempre Lesbia,
exquisito poeta, caro amigo,

.                                               un reducto inexpugnable.
A qué recordar su mano floreciente de jazmines o aquellos leves gorjeos
.                                                                                        sonando tibios en tu oído?
para qué hablar del amor o del deseo si ella es su imagen misma?
por qué evocarla y consagrarle un sitio perdurable en la memoria? por qué Catulo?
.                                                                   por qué?
Que tus versos no giren más en torno a sus jeans, a su blusa sisada,
que tu cuerpo se habitúe a esa densa soledad absurda y prematura,
que su nombre y su figura de palmera y su mirada de gladiola
.                                                                                            se pierdan, poco a poco,
ineluctablemente y de modo irreversible,
.                                                                 en el incierto y doloroso
.                               ir y venir de los días.
Y que a nadie importe si se llamaba Denisse, Clodia o Valentina
qué caso tiene pobre Valerio Catulo? qué caso tiene?

(de Imago Prima, 2005)

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[POVERO VALERIO CATULLO]

A chi darai oggi i tuoi versi, infelice Catullo?
Su che cosce poserai lo sguardo? Che vita cingerà il tuo braccio?
Quali capezzoli e quali labbra da mordere inesauribile fino al disgusto?
Che cessi ormai la dolorosa pantomima: fu sempre Lesbia,
eccellente poeta, caro amico,
.                                              una ridotta inespugnabile.
Perché ricordare la mano fiorente di gelsomini o quei lievi gorgheggi
.                                                                                  che suonano tiepidi al tuo orecchio?
perché parlare dell’amore o del desiderio se lei è la sua immagine stessa?
perché evocarla e consacrarle un luogo durevole nella memoria? Perché Catullo?
.                                                                 perché?
Che i tuoi versi non girino più attorno ai suoi jeans, alla sua camicia scalfata,
che il tuo corpo si abitui a quella densa solitudine assurda e prematura,
che il suo nome e la sua figura di palma e il suo sguardo di gladiolo
.                                                                                           si pedano poco a poco,
ineluttabilmente e in modo irreversibile,
.                                                                 nell’incerto e doloroso
.                                andare e venire dei giorni.
E che a nessuno importi se si chiamava Denisse, Clodia o Valentina
che rilevanza ha povero Valerio Catullo? Che rilevanza ha?

(da Imago Prima, 2005)

Kent Haruf, Benedizione (rec. di Martino Baldi)

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Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015
(traduzione di F. Cremonesi); € 17,00 – ebook € 8,99

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– Non è felice, disse Mary.
– Nessuno è felice, però non deve essere sgradevole in casa d’altri.

Se c’è una cosa su cui gli scrittori americani non smettono di insegnarci continuamente qualcosa è la strettissima relazione tra il destino di un uomo e la sua terra, i suoi luoghi. Forse è proprio questo l’aspetto più caratteristico dell’intera letteratura nordamericana. Sarà perché la conquista del loro territorio, palmo a palmo, è ancora fresca nella memoria, sarà perché non hanno mai smesso di raccontarla, sarà perché l’identità americana è sin dall’origine così radicata nel concetto di land, nel grande romanzo americano (così come nel cinema e nella musica popolare) un ruolo da protagonista ha sempre lo spirito del luogo, che si tratti di epopee rurali, della straniante vita nelle grandi città o delle apparentemente pacifiche immobilità della provincia.
Una ennesima prova di questa capacità ci viene da Kent Haruf, pressoché sconosciuto in Italia quanto apprezzato in America come uno dei maestri del romanzo contemporaneo. Un’esistenza da raccontare la sua. Nato nel 1943, figlio di un pastore metodista, tutta un’infanzia vissuta nelle pianure esterne del Colorado e passata a nascondersi dagli altri per il disagio di portare la deformazione di un labbro leporino, Haruf è fulminato dalla lettura di Faulkner ed Hemingway sulla via di Damasco degli studi al college per diventare professore di biologia. Comincia a scrivere a vent’anni ma, dopo una lunga serie di lavori che per uno scrittore europeo apparirebbero tra i più improbabili e, dopo essere stato spedito a fare l’inserviente per due anni in un ospedale in seguito alla sua obiezione all’arruolamento per il Vietnam, giunge alla sua prima vera pubblicazione ormai quarantenne, dopo aver collezionato partecipazioni a diversi seminari di scrittura (il più importante per lui con John Irving) e alcuni rifiuti di pubblicazione. L’esordio è con il romanzo The tie that binds, primo di cinque che pubblicherà in vita, prima di morire, settantunenne, nel novembre del 2014.
A farlo celebrare alla stregua di un Cormack McCarthy o di un Richard Ford sono stati soprattutto i suoi ultimi tre romanzi dei cinque pubblicati in vita (un sesto è uscito postumo appena poche settimane fa), di cui il neonato editore Enne Enne di Milano preannuncia la pubblicazione italiana (traduzione di Fabio Genovesi) sotto il titolo generale di Trilogia della Pianura, iniziando da Benediction (2013), che della trilogia è l’ultimo in ordine di pubblicazione originale dopo”Plainsong (1999, già pubblicato in Italia da Rizzoli sotto il titolo di Canto della pianura) ed Eventide (2004). Filo rosso della trilogia è l’ambientazione nella cittadina Holt, in Colorado, luogo non vero ma più vero del vero, immagine emblematica della provincia rurale americana, con la sua tranquilla quotidianità basata sull’invariabilità dei propri cardini e sul silenzio impassibile che inghiotte ogni dubbio e ogni evento controverso, cancellandolo apparentemente anche dalla memoria, per riemergere soltanto, forse, nella coscienza delle persone, al momento della resa dei conti.
In Benedizione a saldare il conto con la propria coscienza è chiamato uno degli abitanti più popolari di Holt: l’anziano Dad Lewis, una vita dedicata al commercio di ferramenta e alla vita coniugale, che sin dalla prima pagina entra in scena nell’ambulatorio di un medico che gli diagnostica una malattia mortale. L’estate appena iniziata sarà la scena del suo lungo addio alla vita. Gli si stringono intorno, in una lenta e affettuosa pavane funebre, la moglie Mary, la figlia Lorraine e altri amici e concittadini che con Dad hanno avuto a che fare. Dad è un uomo spigoloso e retto che vive con virile dignità l’ultima ora che gli è concessa. Un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che si sono fatti da soli, e che forse non ha troppo da farsi perdonare nella vita, ma nelle venature del proprio addio emergono due grandi rimpianti legati alla propria rigidità.
Tutti i personaggi principali del libro sembrano tesi tra le loro qualità ferme, rigide, di un radicamento e di una saldezza quasi geologici, e le ferite, i rimorsi, le incapacità che questa natura gli genera. In questa ambivalenza si legge la quintessenza della provincia americana, che Haruf ha vissuto e respirato silenziosamente sin dalla sua infanzia: da una parte la necessità anche virtuosa di difendere i propri valori tradizionali (la rettitudine, la fedeltà, la coerenza, la giustizia…), come fossero la propria terra, dall’altra la cecità che questo sguardo fisso, immobilizzato, di fatto provoca, come in una eterna età dell’innocenza che innocenza non è mai. A dominare l’atmosfera è quindi una tensione nascosta ma onnipresente, somministrata in maniera che si potrebbe dire omeopatica da una scrittura sempre delicata, nell’ottica ribadita dallo stesso autore all’editore italiano che gli comunicava la futura pubblicazione della trilogia: «Voglio solo sperare che questi libri possano essere un contrappunto alle divisioni e le violenze di questi tempi.» In questo caso a fare da innesco e far esplodere la tensione (ma anche l’esplosione sarà a sua volta assorbita da un silenzio geologico) è l’arrivo a Holt del Reverendo Lyle, già allontanato da Denver per aver difeso pubblicamente un omosessuale e qui infine accusato e aggredito per strada con l’accusa di essere un filo terrorista per le sue omelie pacifiste.
C’è della luce e del buio in ciascuno dei personaggi di Haruf, come c’è di lui stesso e della propria vita in ciascuno di loro. Bisognerebbe scrivere numerose pagine e citare interi paragrafi per sottolineare la grazia, la delicatezza, la precisione con cui l’autore fa muovere questi uomini e queste donne alle prese con la fatica quotidiana di credere a qualcosa e difenderlo, con il bene e il male che ciò comporta; uomini e donne che davvero, è stato scritto, non si fatica a credere che siano esistiti veramente, per la loro esatta  ordinarietà. Permetterci di guardare in loro come se ci guardassimo in uno specchio è l’ultimo dono che Haruf ci ha lasciato, insieme a una grande lezione di umiltà e saggezza ribadita nell’ultima intervista rilasciata in vita a John Moore:

Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno. Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.

Una menzione di merito (e tanti auguri) al neonato editore che ha il merito di portare in Italia uno scrittore di tale levatura letteraria e morale. Suggeriremmo un piccolo surplus di attenzione nella revisione del testo italiano ma, in compenso, vale davvero la pena di segnalare il grande lavoro fatto sul libro anche sul sito, con documenti di approfondimento, rassegna stampa completa e una curiosa e suggestiva “colonna sonora” da ascoltare su Spotify ispirata dalle atmosfere del libro da ascoltare parallelamente alla lettura.

© Martino Baldi

 

Nota. In collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia