Giorno: 29 giugno 2015

I colli: Luzi e Zanzotto


Hanno dimostrato lunga fedeltà alla vita, Luzi e Zanzotto, mirando all’essenza, a «quel giro stretto di vita e volontà»[1] che è amore che tutto lega. Un’unica grande lezione, questa, calcatasi in loro una volta per sempre, e imparata nuovamente dopo ogni dimenticanza, sempre attraverso il fuoco acceso della poesia.
Sono dieci anni che Luzi è scomparso, quattro Zanzotto.
Si può forse finalmente dire, oggi, che Mengaldo sbagliava nell’avvertire nella poesia di Luzi l’esercizio di un «orgoglio travestito da umiltà»; e sbagliava ancor di più il critico milanese nel trovare in questo esercizio una sua presunta «quasi schifiltosità spirituale», degna di tradursi il più delle volte in un elegante ma in fondo deludente «preziosismo formale estenuato ed araldico.»[2]
No: all’umiltà invece, o meglio ancora a una collezione di sguardi umili, infatti, si è rivolto e continua a rivolgersi – possiamo dirlo, oggi – Luzi: «A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. Sono un po’ immagini archetipe in cui mi pare che si legga meglio il problema, il volto dell’umano, il mistero: in definitiva, il destino.»[3]
Lo stesso vale, seppure evidentemente in modo diverso, in Zanzotto: la sua poesia, consentendo che altre lingue rispetto a quella del soggetto ne venissero a comporre la voce, si è aperta e si apre ancora oggi a una simile umiltà di sguardi e di partecipazione.[4]
Più vicini di quanto per anni si è probabilmente creduto, quindi, il poeta fiorentino e il poeta trevigiano.
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