Giorno: 26 giugno 2015

Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca)

pervinca

Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca, Del vecchio editore, 2015 – traduzione di Tatjana Rojc )

*

Hiša

Vsaka hiša ima štiri stene
in nebo.
Vsaka hiša ima uro, ki meri noč,
in črva, ki grizlja smrt
v policah,
v podu,
v posteljni vabi z vonjem po znoju

Vsaka hiša ima vrata, da skoznje
stopa strah,
in med okni
okno za samomorilce.

Hiše v mojih krajih so lamijoni
in svetijo na morje,
v eni
pa je ležišče iz suhih alg,
kier me čaka
telo,
odporto ko zemlja
in globoko
ko grob.

*

La casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio a misurar le notti,
e un tarlo a rodere la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto, pregna di sudore.

Ogni casa ha una porta per far entrare
la paura,
e tra le finestre
quella per i suicidi.

Le case dalle mie parti sono lampioni,
e luminoso fanno il mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe essiccate,
dove mi aspetta
un corpo
aperto come terra,
profondo
come tomba.

***

La ragazza dal fiore pervinca di Miroslav Košuta è uscito da pochissimo, confesso che non conoscevo affatto i versi di colui che è considerato uno dei maggiori poeti sloveni di sempre. Ne sono rimasto affascinato e colpito dalla prima lettura, mi riservo di parlare in altra sede di tutto il libro, qui, per Marginalia, tratterò la poesia che avete appena letto: La casa. La poesia si trova nella prima parte del libro Primo ciclo – origine, l’ho scelta, intanto, per l’oggettiva bellezza e perché nell’introduzione al libro scritta da Košuta stesso si legge, a proposito di vivere in luoghi di confine: Non credo questo basti per essere un poeta di frontiera. Košuta è un poeta di frontiera, lo è totalmente, lo è dalla testa ai piedi, lo è perché nascere, sopravvivere e poi vivere lungo il confine, su quel confine, rappresenta il suo scheletro, il suo pensiero, la sua scrittura. Ecco il perché di questa poesia. La casa è un luogo chiuso, ma è anche un non luogo, ed è piena di frontiere, confini, varchi da attraversare, porte da chiudere o spalancare. La casa accoglie, la casa salva, la casa può respingere. La casa uccide. Da una casa, a volte, si è costretti a scappare. Košuta, dall’interno di tutti gli interni racconta il mondo. Lo mostra tutto.

Sopra le quattro pareti troviamo un cielo, subito, dunque, l’apertura e insieme il riparo. La casa è misura del tempo e di tutte le angosce, la casa, pare dirci, Košuta è l’unità di misura di ogni cosa. La casa siamo noi stessi, preda di ogni paura e di ogni vento, salvi come con l’amore. Eppure la casa è insieme vita e morte. Quale casa non lo sarebbe? Ma questa casa è la terra del poeta, è l’unico confine possibile. Lì da dove si entra o si esce tutto deve passare. E passerà. Così come passeranno il dolore e la morte, forte come il desiderio di fuga da una prigione, non mancherà la bellezza, pennellata qui in due versi, faccenda che riesce bene solo ai grandi poeti Le case dalle mie parti sono lampioni, / e luminoso fanno il mare. La casa è così importante che è lei che rende luminoso il mare, in una riuscitissima metafora al contrario. La tenerezza dell’ultima strofa, la consapevolezza del poeta, sta tutta in quel verso c’è un giaciglio di alghe essiccate. Di nuovo l’attesa per qualcosa, ma qualcosa che al riparo deve essiccare e metterci molto tempo ad arrivare. Una poesia dolorosa e luminosa, una poesia che reca con sé i segni delle ferite, ma che consente, ancora, la speranza.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri 

Nota: Questo articolo è stato pubblicato in origine su Senza Zucchero blog di Del Vecchio Editore, per la rubrica Marginalia

Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).
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