Il demone o l’angelo verde di Landolfi. Nota di lettura a “Racconto d’autunno”, di Renzo Favaron

landolfi con uccello

Il demone o l’angelo verde di Landolfi.
(Racconto d’autunno: storia di una breve felicità)
Nota di lettura di Renzo Favaron

Vivere a caso fu già affermato unico verso per vivere: perché dunque, del pari ed anzi a maggior ragione (il meno essendo contenuto nel più), non scrivere a caso? Con lacrime di commozione, si pensa a quei poeti del primo ottocento che in un poemetto raccontavano sì una storia, ma tratto tratto intermettendovi considerazioni, fatterelli personali e via discorrendo, sì che alla fine non si capiva più di cosa poetassero… Be’, a qualcuno potrebbe venir voglia di imitarli, o meglio di riconoscere, nel loro, il solo modo accettabile o meno falso di scrittura.

T. Landolfi, A caso

racconto-dautunno

Reale e fantastico, visionarietà e fisicità dell’esistenza, considerati e spesso trattati come categorie inavvicinabili, in Tommaso Landolfi coesistono: addirittura, contrariamente a quanto si potrebbe dire per un E. T. A. Hoffmann, simili piani o livelli sono in lui talmente interscambiabili e complementari l’uno all’altro, che è difficile ascrivere al puro immaginario anche uno solo dei suoi racconti. Le presenze sensibili e inanimate, frammenti di identità ed esistenze determinate, esperite realisticamente o in forma fantastica, ne incalzano la coscienza, ossessionandola e condannandola a sopportare la quotidiana onnipotenza della loro natura irriducibile. Privato del sostegno delle “misere” entità del mondo sensibile, anzi afflitto dall’universo convenzionale, ma spaventoso, delle bagatelle e cose insignificanti di tutti i giorni, Landolfi dà voce al suo desideri di evadere in fantasie liberate della loro concretezza e viceversa sembra soffrirne per il disagio di doverle rappresentare con le immagini delle forme empiriche. D’altra parte, se egli è autore che ha costruito la sua arte su un retroterra nutrito di molteplici categorie letterarie, altrettanto evidente ci pare il suo totale distacco da una concezione della letteratura in cui era possibile credere a una sua funzione di dare pienezza alla vita e di riuscire, mediante essa, a raggiungere la coscienza.
Gran parte dell’opera di Landolfi è caratterizzata da una certa eccentricità, entro la quale si intuisce il chiaro sentimento di perdita di ogni certezza, di ogni valore morale capace di guidare la totalità del mondo: nel dare vita a racconti dove regna la libera proliferazione delle pulsioni e degli istinti, dove è di scena l’abolizione di ogni decalogo, Landolfi elabora delle storie nelle quali non si cogli più la pienezza e l’integrità della rappresentazione dell’esistenza, nelle quali l’intreccio si dipana in maniera da far risaltare il destino di degradazione che investe la specie umana, laddove i suoi atti si collocano al di fuori di gerarchie di valore. In questo quadro di delinea altresì un punto di vista consapevole del fatto che non si può più abbracciare nel suo insieme una realtà ampiamente frantumata, e che in ogni caso allo scrittore non restano che le parole di un superstite soliloquio, come ebbe a dire Walter Benjamin, una volta messo di fronte alla dissoluzione di una tradizione non più integrabile nel nuovo mondo.
Senza fare di Landolfi un avanguardista, il discorso ora pronunciato possiamo riallacciarlo a un altro nodo cruciale, peraltro non estraneo ad altri autori che hanno sviluppato un modulo narrativo moderno già durante i primi trent’anni del nostro secolo (per esempio: Svevo e Pirandello). Messi in soffitta gli stereotipi della stagione naturalistica, i temi collaudati del romanzo sociale ed epico di cui è piena di esempi la letteratura dell’Ottocento, il nostro autore, da un lato, reca in sé la crisi del pensiero razionale e positivista, e, dall’altro, è teso a seguire le vibrazioni di un diapason interiore, senza obbligarle a nessun principio di oscillazione. Landolfi è da considerare un moderno in quanto ha sperimentato i limiti dell’uomo a capire il mondo, in quanto ha rinunciato al diritto di giudicare e condannare, smaliziato al punto da sapere che la vita non si lascia plasmare e ridurre nell’onda del proprio narrare. I suoi personaggi e le sue storie non si subordinano a trame lineari, non seguono un filo che si sbroglia secondo una progressione e direzione rettilinea. Imprevedibile e mai scontato, Landolfi lavora senza ridurre la narrazione al semplice calco di una strategia precostruita, così come recede dall’operare sintesi in cui sia abbracciata una visione unitaria e organica della realtà. Gettate entro un sentiero interrotto da deviazioni improvvise, le creature rappresentate sono esposte a ogni imprevedibile caso che si affaccia sulla strada della loro sorte, quasi l’autore denunciasse la scomparsa dello scrittore onnisciente e desse spazio a un punto di vista che definisce la letteratura, uniformemente a quanto Claudio Magris descrisse per Joseph Roth, “quale incerta e parziale approssimazione”. Dobbiamo osservare, tuttavia, che persino nei momenti in cui l’autore sembra fabbricare abbandono, o tace di rivelare dove e a chi mira, procede poi secondo il calcolo di un disegno che sa dosare con estrema precisione i colpi di scena.
Maestro d’acrobazie, Landolfi è pur anco capace di strabiliarci per l’uso disinvolto che riesce a fare dell’inverosimile, per la sua abilità nel ridurre argomentazioni d’ardua soluzione a dimostrazioni per tutte le persone dotate di buon senso.

In Racconto d’autunno, per quanto sia ancora presente una certa “foga balzachiana” e il fuoco dei primi lavori, egli dà già prova d’avere parzialmente approntato le trame di uno spettacolo imperniato sui temi dello smarrimento, del vivere a caso, della disperazione senza scampo, del “rien va”, che saranno il nutrimento con cui alimenterà buona parte delle opere successive. Invero, fin dalle prime battute, il libro ci comunica l’esperienza di un individuo che può contare solo su una bussola impazzita per orientarsi nella realtà, che procede a caso e senza il soccorso di qualcuno. Nel tirare i fili della storia, da esperto e incallito frequentatore di casinò, Landolfi gioca sulla chiarezza della superficie, dell’invenzione, ma il gioco in realtà altro non è che un pretesto per celare qualche cosa di vero, per difendere – stimolandoci a sollevare il velo – una verità che si confonde con la disperazione, una verità che ha bisogno di maschere per potersi manifestare. Una volta plasmate e formate nei loro tratti caratteristici, sono le stesse maschere a essere coinvolte “nel tentativo di alterare la realtà per diminuire l’urto, la violenza, tutto quanto importa nel conto del dolore.” [1] Non stupisce quindi l’affermazione landolfiana (contenuta in Rotta e disfacimento dell’esercito, in Racconti impossibili, Firenze, Vallecchi, 1966) secondo la quale basta avere il principio di un pensiero “per non poter più scrivere un racconto e addirittura per non poter far più nulla”, esempio di autore che oscilla “tra il silenzio e l’espressione”, come “un infelice cui il silenzio gioverebbe”. Emblematiche di un sottile e quasi masochistico gioco al massacro con se stesso, queste semplici parole contengono un parziale chiarimento sul costituirsi della sua arte quale “mero accidente” di una sconosciuta e ignorata “sostanza”; parimenti, in esse è incluso lo smarrimento di colui che ha scelto di narrare a partire dall’idea che non si possa ragionevolmente scrivere delle storie. Calato in una zona intermedia (tra la sfiducia a registrare in letteratura l’emanciparsi di un destino autentico e la “coazione a ripetere”, un’operazione pronunciata dentro una esclusiva dimensione di letterarietà), Racconto d’autunno è in qualche misura un libro paradigmatico, dove si può già scorgere il senso da attribuire al surplus di fittizio presente nelle pagine di Landolfi. In breve si può dire che questo eccesso di teatro ha una funzione di protezione. Possiede cioè gli stessi requisiti che soddisfa una tuta di amianto, la cui particolarità è quella di isolare il corpo di colui che si trova a svolgere delle operazioni in mezzo al fuoco. In effetti, il gusto di alterare, caricare, camuffare, l’uso affettato di uno stile che esagera le storie in modo artificioso benché equiparabili ai manierismi di un esasperato romanticismo, sono assai più dei mezzi che Landolfi impiega per cautelarsi ed evitare le scottature che deriverebbero dal lavorare a mani nude e senza travestimenti con le roventi immagini della propria memoria dolorosa (la casa di Pico, l’infanzia, l’adolescenza, il ricordo della madre, etc.). Protagonista di una scrittura che entra in cortocircuito non appena tocca le corde dell’esperienza individuale, Landolfi mostra di vivere in pieno il declino del genere romanzo, almeno dell’arte epica, della letteratura cioè che ha storie esemplari da raccontare e arbitrariamente dispone della vita degli altri, dal momento che neppure lui sembra disporre della sua arte senza fare ricorso a rappresentazioni di comodo. Anzi, in un saggio di Giacomo Debenedetti, del 1963, si legge che “le risorse più alacri si spendono proprio per fabbricare un materiale isolante, che eviti il cortocircuito tra la spontaneità autobiografica e quell’oggetto finito che è il racconto, provvisto di tutti i mezzi per farsi da sé le sue ragioni.” [2]
Nel Racconto, vero e proprio teatro di rappresentazioni in cui è impossibile riconoscere le vere passioni dalle contraffazioni, si narra di un uomo costretto ad abbandonare la vecchia strada, rimasto senza nulla che lo possa richiamare “verso i luoghi di partenza”; la sorte lo aiuta a trovare un asilo, una dimora abitata da un misterioso vecchio e da una presenza che a lungo nel libro è tenuta nascosta ed è soltanto accennata, finché non appare per smascherare il sentimento d’amore che il curioso fuggiasco ha suscitato in quella casa.
Molto costruito, il romanzo è a un tempo fluido e compiuto in sé, e si regge in un contrasto di termini e di voci, dove – ancora una volta – è il dissidio insanabile tra vita e morte a essere principalmente di scena. Ma – forse – il fascino maggiore è irradiato dal singolare incontro tra due personaggi coinvolti in situazioni esistenziali totalmente opposte: la strana fanciulla che, pur essendo desiderosa di tornare a vivere della chiara luce del giorno, è costretta – suo malgrado – a dimorare nel profondo di un’esistenza annidandosi nell’oscurità; l’ospite che gode di più ampia libertà, ma pur tuttavia è attratto dalla voce misteriosa che regna sotto le familiari apparenze della realtà, tanto da sembrare egli stesso più reale quando, accanto a lui, emergono le sfuggenti e oscure figure che danno corpo alla vicenda. Proprio il tema della ricerca dell’altro appare il motivo fondamentale del libro, a cui si deve aggiungere quello della presenza femminile, “nel suo triplice aspetto di madre, di moglie e di figlia. Una presenza che nella vita di Landolfi non si è mai perfettamente conciliata e che diventa quasi ossessiva nei posteriori diari”. [3]
In chiusura, a mettere una pietra sopra la favola con un brusco passaggio all’esistenza reale, giungono alcuni soldati “bruni di carnagione e d’uniforme”: si tratta di elementi regolari appartenenti a quei reparti di truppe coloniali messi in campo dall’esercito anglo-americano (che Landolfi con sottile ironia chiama: “esercito liberatore”) durante il secondo conflitto mondiale, i quali si scagliano contro la fanciulla per seviziarla e poi senza scrupoli le sparano due colpi di pistola. Uscito indenne dallo sfacelo, colui che narra diventa involontariamente il testimone dolente di una humanitas che ha toccato il fondo, sulla quale si innesta la resa penosa al desolato autunno della propria anima:

E, in seguito, rividi quei luoghi nel crepuscolo lagrimoso, come la prima sera che vi ero giunto, o spesso e violaceo, come la prima volta che la avevo trovata, o colla pioggia diritta e insistente, come quella notte, colla tempesta, cole vento urlante come una creatura incatenata, colla nebbia sbrindellata sulle cime; in una delle mille figure di quella inebriante e malinconica stagione, che erano altrettante figure della mia anima. [4]

Dopo un periodo di breve felicità, l’autunno dell’anima segna l’approdo quasi naturale della vicenda rappresentata nel Racconto. Ed è in questo malinconico esito del libro che si può rintracciare un altro dei termini della disposizione umana di Landolfi: oltre che in Racconto d’autunno, non sarà sfuggito a nessuno il senso di desolazione che traspira come un gas tossico ai margini di monte delle sue novelle. Tale sentimento deriva da un umore che ha accompagnato Landolfi fin dall’infanzia, durante la quale è rimasto orfano; assai presto, infatti, ha dovuto fare i conti con la perdita dell’amore familiare, con il dramma dell’abbandono, immerso ancora giovanissimo in un vuoto affettivo che, nonostante il matrimonio contratto, non arriverà mai a colmare pienamente.
Capace di scrivere al cospetto della lingua italiana tutta intera, Landolfi, come pochi, per salvare il reale dell’insignificanza e della confusione, ha saputo assumerlo nella parola e nella lingua intesa come sistema non arbitrario, come creazione storica, stratificazione culturale: malgrado il sovraccarico di orchestrazione retorica, che rappresenta pur sempre un sapientissimo esempio di magistero letterario, era nondimeno fin troppo consapevole che le parole non possono afferrare le cose, lucido a sufficienza per comprendere che si sviluppano solo negazioni quando realtà e linguaggio si incontrano, dal momento che appare inadeguato ogni approccio conoscitivo con gli oggetti, sempre pronti a sottrarsi e fuggire.

© Renzo Favaron

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[1] C. Bo, Nota introduttiva a Tommaso Landolfi, Racconto d’autunno, Milano, Rizzoli, 1974, p. II.
[2] G. Debenedetti, Il “rosso et noir” di Landolfi, in Intermezzo, Verona, Milano, Mondadori, 1963, p. 263.
[3] C. Bo, Tommaso Landolfi, Padova, Edizioni del Noce, 1983, p. 19.
[4] T. Landolfi, Racconto d’autunno, Firenze, Vallecchi, 1947, p. 181.