Una frase lunga un libro #17 – Daniele Del Giudice: In questa luce

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Una frase lunga un libro #17 – Daniele Del Giudice: In questa luce, Einaudi, 2013. € 18,50 – ebook € 9,99

 

Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti.

Quando si comincia la lettura di un libro di Daniele Del Giudice, si ha l’impressione che lo scrittore occupi l’intero spazio della pagina sin dalla prima frase, se non dalla prima parola. I suoi incipit lasciano poco scampo al lettore e lo trascinano, da subito, in un luogo dove materia e immaginazione, oggetti e astrazione, dimorano in perfetta armonia. In questa luce, raccolta di scritti, uscita nel 2013 per Einaudi, non fa eccezione. Del Giudice mette in scena le proprie passioni, e, facendolo, ci mostra il motore, i cilindri, i pistoni, la benzina del suo scrivere, forse del suo stesso essere. Il libro comprende testi editi, pubblicati su riviste oppure scritti per conferenze, e inediti, che spaziano dalla letteratura al volo. il saggio Sulla traduzione  è tecnicamente perfetto, decisamente istruttivo e ricco di curiosità. Scopriremo  Gide traduttore, non sempre efficace, e grande amico di Conrad, Artaud (a sorpresa) traduttore di Carroll. Con la consueta intensità di scrittura, Del Giudice ci racconta del cinema e della televisione degli anni cinquanta. I ricordi del bambino si mescolano con le riflessioni dell’uomo. Poi vengono le città: splendida e, quasi, commovente la descrizione di una passeggiata notturna a Venezia (città d’adozione di Del Giudice).

Volentieri proprio a mezzanotte esco spesso nella città della laguna, Venezia, specialmente quando a mezzanotte scende la nebbia; la percepisco prima di tutto nel suo odore, poi nel suo silenzio. La casa è sul rio, e a mezzanotte misuro l’altezza dell’acqua che proprio allora raggiunge il culmine per poi defluire con la marea che si abbassa e si spegne e si allontana come la mezzanotte. Il silenzio. E le case hanno gli scuri chiusi ma non del tutto, gli scuri terminano in alto in una specie di figura rotonda, sembra una testa, che lascia passare la luce degli interni.

Rabat, Treviso e Stavanger sono i tre luoghi protagonisti del brano che più si avvicina al racconto puro: Mercanti del tempo. Un calzolaio marocchino, un ingegnere/poeta veneto e una scienziata norvegese, condurranno, tra consigli e  reticenze, l’autore alla scoperta del Tempo, pensato come un prodotto da vendere, qualcosa da ritrovare. Egli chiederà, come privilegio, di recuperare la sua prima ora di vita e riconoscerà il proprio odore da uomo in quello del neonato. Proprio il tempo e la solitudine sono i temi che collegano idealmente queste pagine. Dalla solitudine dello scrittore a quella del comandante di aeroplano. Dalla lentissima scansione del tempo nelle fortezze durante i combattimenti medioevali a quella scientifica che misura istante per istante le fasi del pilotaggio. Nella seconda parte del libro, quella dedicata al  volo, lo scrittore pone un quesito: “Da dove vediamo i luoghi quando li nominiamo?” Potremmo applicare questa domanda all’intero libro. Cosa cogliamo con lo sguardo? Fino a dove riusciamo a immaginare? Questo è il narrare di Del Giudice (autore di cui tutti dovremmo avere nostalgia, autore forse unico nel panorama letterario italiano), linguaggio tecnico e linguaggio narrativo sapientemente, e pazientemente, alternati. La luce è quella che da luoghi remoti, interiori, illumina le cose e che da queste trae forza, in uno scambio continuo. L’incipit è l’apertura del vano motore, al lettore non resta che guardarci dentro.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

nota: Questa recensione uscì in forma leggermente diversa su Bookdetector (Testata e sito definitivamente chiusi)

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