Giorno: 16 giugno 2015

Mario Rigoni Stern, da “Amore di confine”

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Mario Rigoni Stern, da “Amore di confine”

Associo alla scrittura di Mario Rigoni Stern la parola “familiarità” nella sua più ampia accezione: non solo perché la lettura della sua prosa mi accompagna fin dalla prima adolescenza, ma perché ne traggo, da allora – quando intrapresi il percorso seguendo consigli di persone a me care, familiari in senso stretto e non – fino a oggi e per questo nostro immiserito presente, in complessa prospettiva, l’insegnamento che si riconosce a chi è fondamento della propria formazione. Oggi, a sette anni dalla morte dello scrittore, propongo la lettura di due brani tratti da racconti raccolti nel volume Amore di confine. Storie di guerra e pace, di uomini e animali, di boschi e di piante. (Anna Maria Curci)

 

Ogni vicenda che abbiamo vissuto è legata ad altri fatti o vicende che, consciamente o inconsciamente, nel trascorrere del tempo si concatenano e si riallacciano a persone e a luoghi. Per i racconti che ho scritto, molte volte impensatamente ricompaiono, o si fanno vive per la prima volta dopo tanto tempo, persone che il caso discopre, e cosí nella memoria rivivi momenti e sensazioni filtrati dagli anni, come se la fame, la fatica, il dolore, il pericolo si fossero depositati sul fondo della bottiglia della vita e il vissuto decantato resta limpido e malinconico, con tenuissimi colori e profumi.
Nell’estate di molti anni fa eravamo accampati in una valle del Trentino, in un grande bosco di larici, e la mia incombenza di graduato di truppa consisteva nel costruire con la mia squadra le latrine per la compagnia una volta alla settimana e di andare con tre muli nei boschi a raccogliere la legna per le cucine. Erano lavori tutt’altro che guerreschi, anzi pacifici, e dopo la campagna sul fronte Occidentale i giorni trascorrevano tra il reale e l’irreale anche perché ero innamorato e molto giovane, e da quelle montagne vedevo le mie montagne.
Ogni sera libera dal servizio di capoposto o di caporale di giornata scendevo al paese che distava una mezz’ora dall’accampamento. Lí c’erano molti villeggianti che andavano spensierati dai campi di tennis agli alberghi, o che ritornavano dalle passeggiate o dalle escursioni; i nostri ufficiali, con le divise tirate in fino, corteggiavano le signore nei caffè all’aperto dove suonavano le orchestrine e non sapevi se era bene salutarli, o male. Qualche volta entravo nella chiesa che era tutta in pietra viva, di stile gotico-alpino; tutt’intorno, tenuto come un giardino, aveva il vecchio cimitero con lapidi bellissime. Dentro la chiesa un cieco suonava l’organo.
Ma la maggior parte delle ore della mia libertà le passavo nella libreria del centro, che era bella e ben fornita, dove, dopo essermi fatto coraggio la prima volta, ero sempre bene accolto dal libraio.
Il signor Mario mi lasciava girare liberamente tra gli scaffali da dove ogni tanto coglievo un libro con tanto riguardo e timidamente mi azzardavo a sfogliare: poesie, romanzi, racconti e storia mi affascinavano come mi affascinavano certi paesaggi e i boschi. O forse piú. Mi immergevo in quelle pagine e non mi rendevo conto del tempo che passava, e quasi sempre era il signor Mario che diceva: «Ehi, caporale, è ora di chiudere!» Ma era anche cosí buono che provava compassione o rispetto e aspettava che la moglie lo chiamasse da sopra: «La cena è pronta in tavola!»

Mario Rigoni Stern, da Il vino della vita, in Amore di confine. Storie di guerra e pace, di uomini e animali, di boschi e piante, Einaudi, Torino 1988, pp. 27-28

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Francesco Filia, da La zona rossa (Inediti)

2013 Da Napoli a... 3. Tecnica mista su carta Hehne Mehle, cn. 32x37

Pasquale Coppola- Da Napoli a… Tecnica mista su carta Hehne Mehle, cn. 32×37

 (da Istruzioni per la lettura

Il 17 marzo del 2001, al culmine di tre giorni di mobilitazione, si tenne a Napoli una manifestazione alla quale, secondo stime approssimative, parteciparono più di centomila persone, per protestare contro i rappresentanti dei governi mondiali riuniti per il Global forum. Il corteo partì da piazza Garibaldi, adiacente alla piazza della stazione centrale, si snodò lungo il Corso Umberto I e oltre, fino a giungere in piazza del Municipio, dove iniziava la Zona rossa, quella di totale inaccessibilità a estranei e in cui si svolgevano i lavori del forum. Lì avvennero una serie di scontri violentissimi tra manifestanti e forze dell’ordine, molti dei manifestanti fermati furono poi portati presso la caserma Raniero, dove furono trattenuti e interrogati. Il testo, prendendo spunto liberamente dagli eventi di quel giorno, segue le vicende di quattro amici alla soglia dei trent’anni – Marco, Andrea, Ciro ed Elena – che si ritrovano e si perdono nell’occasione. La successione dei testi non è in stretto ordine cronologico, lo sfasamento tra tempo cronologico e tempo dell’azione è la soglia in cui si compie il destino di tutti i personaggi. Il verso iniziale del frammento “Il contesto II” è tratto dal brano dei CCCP «Roco roço rosso».)

Corteo

L’onda della folla s’infrange sul blocco nero
dei volti che fronteggiano gli sguardi
lineari di visiere e caschi a difesa
di un incomprensibile ordine. Lo scherno
di un inchino rivolto al nemico. La scena
della strada è muta, una frazione
una sospensione del tempo, l’attesa
di una scintilla del manifestarsi del dio
di ogni contesa del sangue che laverà i basoli
di porfido e malta che affogherà le urla
gli slogan. Orbite che tengono insieme
gli atomi impazziti di questo giorno, di noi,
di questa marea che sale tra spalle allineate
e teste girate a un futuro di palazzi e silenzi
tesi in un solo vibrare. Vortice di agguati
e provocazioni nel cielo rasoterra
di fine inverno. Con l’apnea di un ultimo
respiro attendiamo. Anelli di una catena
che sprofonda nel cupo cuore di un evento.

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Assembramento Piazza Garibaldi

La folla si avvolge in spire attorno
allo spray della statua dell’equestre
eroe che veglia su facce assonnate
o feroci nel grigio di un giorno
ancora inesploso, il vocìo indistinto
a tratti in cori si organizza
in slogan di desiderio e minaccia
di un assalto a un cielo ormai remoto
mentre una terra modifica se stessa
in un implodere d’asfalto e crepe
nei marciapiedi. Sono lì Andrea Ciro
che già parlano non so di quale massimo
sistema ed io mi avvicino esitante.
Provengo da non so quale
galassia remota dello spirito chiuso
tra un manuale da affrontare e un codice
di vita da decifrare, ma adesso in maschera
da combattimento vivrò un ultimo giorno
poi sarò vita che sopravvive a se stessa.

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