Giorno: 12 giugno 2015

4 poesie da “Jealhousy”

di Ophelia Borghesan

Jealousy_and_Flirtation

I.
lo zenith nell’azzurro è un lazzaretto
uguale a ieri. ieratico sguardo
che mi penetra come un fuco, un fuoco
ardente sei che non lascia mai traccia.

II.
riposta con la cenere è la teca.
incendio nella selva dei ricordi a
zonzo tu sei, risposta che riposa
zitta, lampione cariato di gioia.

III.
appari dunque dopo i fieri pasti,
tantalo mio, alfabeto che non
è di questa terra tu sei. ridammi
le radici, le impronte che tu digiti.

IV.
la porta della gabbia resta schiusa.
oppure questa è solo un’altra scusa.

Ophelia Borghesan è nata nel 1991 a Lille. Nel 2012 ha pubblicato il saggio “The Queendom – la scrittura di genere oltre il web 2.0: verso la F/e-mail era”. Ha un tatuaggio che in lingua cherokee significa lust in translation. Nel 2015 ha pubblicato sul sito Poesia 2.0 l’e-book “Come il glicine, ti cerco”.

Caterina Saviane: di Vero e di Mancante

cover

Caterina Saviane – appénna ammattìta – Nottetempo edizioni – 2015


di Vero e di Mancante

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«Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.»
E questo è tutto, tutto quello che l’autrice, Caterina Saviane, davvero aveva deciso per sé.

Leggere le poesie della Saviane non è più solo leggere, già i primi versi si fanno vortice e in quello occorre restare concentrati a trovarsi per perdersi lungo il percorso e così ri-trovarsi.
È corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge a tradimento quando, come sazi, si scioglie la tensione e solo in quell’attimo ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati alla verità, quella senza scampo e che fa male da qualche parte, e ferisce ovunque.
I suoi non sono certo versi da comprendere, piuttosto da fare propri mentre il ghigno, quello che di solito nascondiamo,  si affaccia alle labbra senza chiedere permesso alcuno accompagnandoci, vinti, a mormorare il nostro – sì, davvero è così −.
La morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, e non può stupire perché risiede in tutti noi, ma perlopiù inosservata.
La consapevolezza nutre la sua voglia di infrangere ogni alleanza vitale che ben si accordi con il pensare dei nostri tempi. Un patto da lei non voluto, non richiesto né accettato.
Leggerla e continuare a farlo, forse un poco spaventati, si fa come a volersi dichiarare fuori rotaia vitale ma dentro la vita che rot-urlando avanza per tutti pressoché uguale, per tutti se non giusta almeno migliorabile, ma non da Caterina Saviane che freneticamente eppure attentamente osserva e decide che non sarà lei a migliorarla.
L’autrice scrive fuori dal sé e dall’esterno osserva per esempio la sua faccia (vedi Mi fido di questa faccia) esattamente come tutte le altre facce, senza sconti. Prende a calci la poesia, soffrendone e facendone un ultimo gradino rimasto, per lei volgare e ripetitivo, eppure ancora mezzo d’amore, di urla, sesso e suo malgrado anche rifugio.
A dispetto di ogni forma, regola grammaticale o metrica, la libertà nella stesura non deborda mai, resta pura armonia ad ogni battuta. Indomita armonia malgrado il digrignare minaccioso della verità.

Ho cercato riparo tra i suoi versi e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie a questi, essere davvero mancante.

© clelia pierangela pieri

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Appénna-ammattìta

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].

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