Giorno: 11 giugno 2015

Nuova poesia latinoamericana. #12: Paula Einöder

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto Paula Einöder

Paula Einöder

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Paula Einöder (Uruguay, 1974) è laureata in Lettere (Facoltà di Umanistica e Scienze dell’Educazione, Universidad de la República) e professoressa di inglese. Ha pubblicato i libri di versi La escritura de arcilla (Montevideo, Ediciones Imaginarias, 2002) che ha ottenuto la Menzione Speciale del MEC per la Poesia Inedita nel 2000 e come Opera Edita nel 2003), Árbol experimental (Montevideo, Artefato, 2004) e opacidad (Montevideo, La Propia, 2010). Nel 2004 ha pubblicato: Miranda o el lugar desde donde no se habla (Menzione Speciale del MEC come Saggio Letterario Inedito nel 2000). Selezioni di sue poesie compaiono in varie antologie, come: Breve muestra de poesía contemporánea del Río de la Plata, Selección II (Buenos Aires, Bianchi Editores, 1995); Antología de poetas jóvenes uruguayos (Montevideo, AG Editores, 2002) e El manto de mi virtud. Poesía cubana y uruguaya del siglo XXI (Montevideo, Instituto cubano del libro-Ministerio de Relaciones Exteriores de Uruguay, 2011). È possibile visitare il suo blog al sito: http://poesiapaulatina.blogspot.it/.

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POEMA ROTO

Le quito páginas al río
y cuando digo río
escucho a los pájaros agolparse en los ramajes viscerales
para por fin desmenuzarse en el cielo disuelto
No. Le arranco páginas al río
Quiero decir –intento lo que no se puede
Detener al río no se puede
No se le pueden quitar todas las hojas al río
Detener lo escrito en el agua
Pero le quito las páginas al río
Me defino por eso. Y lo hago
Atravieso una penumbra. Pero el río es una máquina feliz
Existe aparte de mí. No me espera ni se inmuta
y yo escribo sola
No digo –ahogada- pero pienso que el río
escribe versiones que luego desleo
sintiendo mi  problema de enfoque
Igual, las páginas se escriben solas
y yo estoy sola cuando escribo
e intento quitarle páginas al río

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POEMA ROTTO

Tolgo le pagine al fiume
e quando dico fiume
ascolto gli uccelli accalcarsi nei rami viscerali
per sminuzzarsi alla fine nel cielo dissolto
No. Strappo pagine al fiume
Voglio dire ‑provo quello che non si può
Fermare il fiume non si può
Però strappo le pagine al fiume
Mi definisco per questo. E lo faccio
Attraverso una penombra. Ma il fiume è una macchina felice
Esiste indipendentemente da me. Non mi aspetta e non si altera
e io scrivo da sola
Non dico –affogata‑ però penso che il fiume
scrive versioni che poi sleggo
sentendo il mio problema di messa a fuoco
Magari le pagine si scrivono da sole
E io sono sola quando scrivo
E cerco di togliere pagine al fiume

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Millimetri, Milo De Angelis. Una nota di lettura

Millimetri1

Millimetri di Milo De Angelis – Einaudi, 1983 (ripubblicato da Il Saggiatore nel 2013) − è un libro su cui sono tornato decine di volte a distanza di anni − la prima lettura risale a tredici anni fa, in corrispondenza della pubblicazione di Biografia sommaria − e che ha continuato a parlarmi in maniera sempre violenta e dirompente. I primi corpo a corpo, concentrati nel giro di pochi giorni, furono un’esperienza frustrante e dolorosa, avevo la sensazione di arrampicarmi su di una parete ripidissima che non concedeva appigli. Anzi, ad ogni lettura, sentivo solo lo scivolare sanguinoso delle dita sulla roccia delle parole, dei versi, delle cose nominate in queste poesie; avvertivo il dolore mentale e fisico di una lettura disperata ed enigmatica. I versi apparivano indecifrabili e alieni, precipitati lì sulla pagina e dispostisi in una verticalità precisa e assoluta, come se si fossero slacciati da un altrove incombente e minaccioso (La testa cade a piombo/ e si slaccia/ nel pomeriggio strappato/ al pensiero) per conficcarsi nel foglio bianco nel modo più lancinante e preciso possibile. Ad aumentare lo sgomento c’era la nettezza di ogni andare a capo, necessario e secco come una rasoiata. Poi, alcune settimane dopo la prima lettura, l’appiglio si è presentato, ma è stato un appiglio vertiginoso e abissale: “In noi giungerà l’universo/ quel silenzio frontale dove eravamo/ già stati”. In questi versi riconoscevo e, a distanza di anni sempre più lo vedo chiaramente, una sapienza antica e sconvolgente, la sapienza di una Grecia pre-classica (C’è una mano che inchioda/ i suoi grammi/ nel cortile vicino alla grecia), la sapienza del primo frammento del pensiero occidentale, di Anassimandro («Ἄναξίµανδρος…. ἀρχήν…. εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον…. ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσι, καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεὼν διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν» [«Anassimandro…. ha detto…. che principio degli esseri è l’infinito (ápeiron)…. da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.»]). L’origine, l’ápeiron, il non-finito, il tutto avvolgente in cui ogni ente ritorna perché vi è già stato, di cui parla Anassimandro, in De Angelis è l’universo, ciò che è raccolto in unità come l’ápeiron, ma questa unità è quel silenzio frontale, l’origine muta verso cui noi andiamo, contro il quale ogni ente finito si frantuma necessariamente (κατὰ τὸ χρεὼν). In noi giungerà, e qui il giungerà ha il valore della necessità, l’universo come silenzio frontale, ossia giungerà il nulla, da cui ogni cosa proviene (dove eravamo/già stati), di ogni ente (Così,/sollevandosi nel nulla, crescono/ soltanto alla radice.) e il nulla, quel silenzio frontale, giungerà secondo l’ordine del tempo (κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν) (Giunge luglio per i morti/ che sentono nell’assedio/ di ogni fiore/ una giustizia remota.) e secondo una giustizia implacabile (γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας) (e ora il villaggio fa/ silenzio/ nella corte marziale.).
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