Giorno: 8 giugno 2015

“Viaggio intorno alla madre” di Ornella Vorpsi. Recensione

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Katarina ha un figlio di due anni con la febbre alta, un marito un po’ passivo che possiede uno spiccato senso dell’altrove e di cui è molto innamorata, e un amante giovane che lei incontrerà l’indomani dopo aver portato il bambino ammalato al nido, addormentato con qualche goccia di Lexotan.
Viaggio intorno alla madre di Ornella Vorpsi (Nottetempo, 2015; traduzione di Ginevra Bompiani e Benedetta Torrani) è un romanzo in corsa, che si sviluppa nello spazio di meno di ventiquattr’ore, in cui la protagonista insegue il proprio desiderio di incontro fugace con lo straniero (così la protagonista chiama l’amante), momento pretestuale da cui Vorpsi sviluppa il vero romanzo in sé, che si gioca su piani altri con una scrittura che incede senza tregua, che ci sazia – o quasi – solo alla fine.
L’ossessione (parola chiave) che porta all’appuntamento è attraversata sì dalla paura che il bimbo non venga accettato all’asilo ma mai da un senso di colpa, da una pausa. Si interpongono, invece, un distacco e un ripensamento della propria vita, il significato che ha per Katarina l’essere madre nonché il rapporto che lei stessa ha ed ha avuto con sua madre Natasha ma anche con il padre, uscito dalla sua vita quand’era bambina. Katarina figlia è stretta in una relazione complicata con Natasha, di profondo amore, totale e inglobante, che non lascia via di scampo pur vivendo di molte contraddizioni. Verrebbe da dire che Natasha è una grande matrioska, immagine non del tutto accidentale dalla cultura russa, vista la presenza continua, nel romanzo, del personaggio di Zinaida Aleksandrovna dal racconto di Turgenev Primo amore. Una donna con cui Katarina s’identifica in giovane età, una sorta di matrice in cui si convoglia una perversa perfezione amorosa, sessuale, materna. Zinaida Aleksandrovna sarà la figura con cui lei tenterà di leggere il mondo circostante: una ‘donna di carta’ che Katarina riconosce nelle donne che incontra anche casualmente per strada poiché, attraverso esse, vuole riconoscere una parte di quel sé che non ha più. Questa fissazione letteraria combacia con un’aspirazione all’altrove che è anche sua (non solo del marito). Per questo, forse, il figlio è un’appendice inanimata, una visione, sembra quasi non essere presente, stare sullo sfondo. Ciò suggerisce che il ‘viaggio’ di questo romanzo è duplice, appunto, di Katarina come mamma e figlia, ma può prendere – come già avviene – direzioni diverse e moltiplicare le parti, i personaggi, sovrapporre i ruoli e depistare il lettore, mischiare i livelli di lettura come solo la buona letteratura sa fare.

© Alessandra Trevisan