Giorno: 7 giugno 2015

“Le cose sono due” di Francesco Targhetta. Recensione

le cose sono due targhetta-copertina

Stampata in tiratura limitata nella collana Valigie Rosse, vincitrice del Premio Ciampi 2014 (come abbiamo annunciato qui), la nuova raccolta di Francesco Targhetta, Le cose sono due, ha come titolo un settenario. Un’inaugurazione, questa, con un verso principe della nostra tradizione che figura da subito a p. 10, nel secondo testo: «I giorni in cui non parli con nessuno/ le cose sono due:/ o arrivi a cogliere il senso del tutto/ o confondi corrompi e t’ingarbugli/ e la tua voce che chiama il gatto/ è quella, alla sera, di un crooner/ («eccoti i miei rimasugli»),/ l’eco rauca e lunga/ nella notte che ti riprende in scacco//».
Iniziare con una dicotomia significa annunciare sì due direzioni ma soprattutto un intento che è da subito chiaro: una decisione ferma, precisa, del dove si va ma anche – prima – del ‘da dove’ si guarda. Dobbiamo tenerle entrambe a mente, soprattutto quest’ultima, così come ricordiamo i riferimenti poetici che hanno caratterizzato la poesia dei volumi precedenti: sono Govoni e i neo-crepuscolari Giudici e Pagliarani, fra tutti. Dai padri, qui, si prendono però le distanze, per cercare una voce che sia maturata, allontanandosi un poco dalle precedenti opere Fiaschi (ExCogita, 2009) e Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che restano, tuttavia, sullo sfondo a ricordarci da dove si arriva (alcune sue poesie edite e inedite, le trovate qui).
Se permane in generale un legame con il metro tradizionale una particolarità in questa raccolta può essere la punteggiatura, che ‘dice’, e che si lega al ritmo e al tempo, su cui tornerò.
La condizione di ‘figlitudine’ (in questo caso non poetica) e di solitudine fanno parte della prima delle due sessioni di Le cose sono due, “Uno”, mentre la vecchiaia, la morte, l’accidente tra gli altri, son i temi protagonisti della seconda, “Due”. L’osservatore è sì un solitario (come ogni poeta) ma anche è colui il quale, forte del suo occhio e del suo orecchio, esprime i suoi luoghi e il suo presente con precisione (il dialetto, infatti, resiste e entra nei versi, di tanto in tanto). Targhetta accetta la sfida di non sottrarsi al presente, non sta in disparte: lo registra, come fa molta di quella poesia di oggi che va sotto l’etichetta della ‘comprensibilità’ e per questo motivo ammette anche il ‘pop’, di cui parla Paolo Maccari nella postfazione. Non si tratta di un fatto generazionale ma di un’etica.
In tutte queste poesie c’è sempre una chiarezza di luogo e di tempo, date anche dall’essenzialità della luce che filtra dalle immagini che intercalano i testi, dall’immagine del lampadario in copertina ma anche dalle poesie stesse, dalla loro stessa comprensibilità. Nella quarta di copertina si cita appunto Piero Ciampi: «il testicolo della nuda lampadina al soffitto» ma è emblematica la poesia di p. 24: «Quando premi, con il soliti gesti,/ un qualsiasi interruttore, perché/ più densa da fuori è filtrata la sera,/ ma la luce non scatta,/ non passa l’innesco,/ quello stupore, ecco, preciso,// provi, di fronte ai giorni che in calare/ si girano, e ha questo, ancora/ di brutale, il riflesso: che,/ nato da un nuovo avvertimento del vuoto,/ ti lascia sul vuoto quasi un sorriso.//»
Targhetta veste le cose del loro significato con un catalogo di dettagli (ancora Paolo Maccari) che non si ammette né per elencazione né per elezione ma per rilevazione. Uno dei lemmi reiterati è – non casualmente – “eco” (pp. 10, 11, 34), residuo vivo di una voce che si cerca o cerca se stessa, ma anche di qualcosa che si va a perdere. Infine, il tempo di questa poesia si potrebbe avvicinare a una partitura (già si è fatto accenno alla punteggiatura): il poeta pare stare sempre qualche battuta indietro o in avanti sul tempo, anticipando o ritardando, scegliendo con questa modalità il punto d’osservazione da cui poetare, di nuovo, consapevolmente. Il tempo perciò non è soltanto ‘tempo’ puro, con precisione di giorni, ore, stagioni: il tempo è, in questi versi, soprattutto, sguardo.

© Alessandra Trevisan